Se da un lato l’uscita dell’Apple Watch, che vedremo in Italia dal 26 giugno, ha fatto molto per rendere attraenti i dispositivi indossabili, bisogna ancora capire quanto mercato sapranno ritagliarsi i cosiddetti wearable. All’imminente WWDC della prossima settimana Apple potrebbe fornire i primi dati ufficiali sulle vendite del suo smartwatch, ma anche sull’andamento del suo sistema di pagamento mobile Apple Pay, utilizzabile con gli ultimi iPhone e con lo stesso Apple Watch, anche se diversi analisti sostengono che questa nuova pratica non interessi granché ai consumatori americani.

Questi stessi analisti hanno espresso più di un dubbio su Apple Watch, chiedendosi se valga davvero la pena spendere 349 dollari (o molti di più) per uno smartwatch che funziona come un mini-computer, quando ci si potrebbe benissimo accontentare di una smartband Fitbit da 100 dollari, o di device ancora meno costosi come nel caso della fitness band della cinese Xiaomi.

Due giorni fa IDC ha rivelato i dati relativi al mercato dei wearable nel primo trimestre del 2015, dai quali risulta come Fitbit sia di gran lunga il primo produttore al mondo grazie ai 3.9 milioni di device venduti tra Charge, Charge HR, Surge, Flex e i due piccoli dispositivi clip-on. Il mercato totale dei device indossabili ammonta secondo IDC a 11.4 milioni di pezzi venduti, con al secondo posto Xiaomi (2.8 milioni) seguito da Garmin (700.000), Samsung (600.000) e Jawbone (500.000), mentre i restanti 2,9 milioni di pezzi provengono da altri produttori. Da notare l’assenza nella classifica di Apple visto che il suo smartwatch è arrivato sul mercato dopo la fine del primo trimestre.

L’analista di IDC Ramon Llamas è convinto che il successo del marchio Fitbit sia dovuto sia ai prezzi abbordabili (attorno ai 100 euro), sia al chiaro target indirizzato agli amanti del fitness e agli sportivi di qualsiasi generi (amatori e principianti). Da segnalare con una certa sorpresa il quarto posto di Samsung, nonostante il colosso sudcoreano sia stato tra i primi a credere nei wearable e abbia oggi sul mercato cinque dispositivi con sistema operativo Tizen e uno con Android Wear (il Gear Live). Stupiscono anche l’assenza dai primi cinque posti di LG e Motorola, entrambi con smartwatch sul mercato piuttosto richiesti come il G Watch e il Moto 360.

diversi produttori stanno cercando di rendere gli smartwatch meno dipendenti dagli smartphone

Questi dati pongono diversi interrogativi, il primo dei quali riguarda il valore dei wearable per i consumatori. Se per le smartband l’utente ha ben chiaro il valore di questi oggetti in chiave fitness, per gli smartwatch il discorso si fa più complesso. Da un lato molti si chiedono cosa si possa fare con un orologio smart rispetto a quanto si fa normalmente con uno smartphone. Dall’altro lato diversi produttori stanno cercando di rendere gli smartwatch meno dipendenti dagli smartphone, inserendo ad esempio nell’orologio un modulo GPS o una SIM, ma su questo versante i progressi fatti sono ancora pochi e lenti.

Con il lancio dell’Apple Watch inoltre molti osservatori avevano previsto un’impennata del mercato dei wearable, ma oggi più di un analista è molto scettico a riguardo. Non è infatti detto che l’orologio di Cupertino, tra i prezzi non per tutti e la compatibilità limitata al solo iPhone, abbia fatto il boom tra il pubblico di massa. La stessa Samsung ha ottenuto risultati al di sotto delle aspettative e lo stesso si può dire degli altri produttori che hanno messo sul mercato smartwatch con sistema operativo Android Wear.

Anche per quanto riguarda lo smartwatch come strumento per il pagamento online, diversi analisti non sono convinti che questa sia una killer feature, sia che si tratti di Apple Pay, sia che entri in gioco il recente Android Pay annunciato da Google pochi giorni fa. Will Stofega di IDC ha dichiarato che da recenti sondaggi i consumatori americani non sembrano molto interessati ai pagamenti mobile e che quindi, perché avvenga un’inversione di tendenza, ci vorrà molto tempo (dai 5 ai 10 anni) nonostante gli sforzi di Apple e Google su questo versante.

il rischio che informazioni personali anche piuttosto sensibili siano comunque raccolte deve fare riflettere

Anche in questo caso è il “bisogno” che manca. Le persone sono infatti soddisfatte con le carte di credito e con il contante e non vedono la necessità di passare ad altro, senza contare che i punti vendita in grado di accettare questa forma di pagamento sono ancora pochi negli USA, figurarsi negli altri Paesi. Le cose potrebbero cambiare se Apple e Google introducessero dei vantaggi per i consumatori, come ad esempio carte a punti, sconti e coupon ottenibili se si opta per il pagamento mobile, ma anche in questo caso non ci sono al momento piani ufficiali e dettagliati.

Il terzo e ultimo scoglio che si frappone tra i wearable e i consumatori è quello della raccolta dei dati, sebbene gli ultimi sondaggi su questo versante dimostrino come i possessori più giovani di wearable non siano molto preoccupati di inviare a terzi propri dati personali come la localizzazione tramite GPS e le informazioni sulla salute. Ma forse dovrebbero esserlo. Llamas porta l’esempio di un hacker che potrebbe scoprire le abitudini, gli orari e i luoghi dove un utente di un device Fitbit si reca abitualmente per fare attività sportiva, utilizzando queste informazioni per poi compiere un furto nella sua abitazione.

Si potrebbero fare molti altri esempi simili, magari prendendo come spunto i dati personali inerenti la salute, ma il discorso rimane lo stesso. Anche se i produttori di questi dispositivi hanno dichiarato di non condividere con nessuno i dati raccolti dai wearable, il rischio che informazioni personali anche piuttosto sensibili siano comunque raccolte deve fare riflettere.