Stiamo pensando alla collaborazione nel metaverso nel modo sbagliato

Più che luoghi virtuali in cui incontrarsi e lavorare insieme, ciò di cui ha bisogno la collaborazione nel metaverso è un modo simile a un gioco per collegare tra loro i colleghi di lavoro

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La scorsa settimana sono stato al Qualcomm Snapdragon Tech Summit alle Hawaii, dove un dirigente di Facebook è apparso sul palco per una conversazione virtuale all’interno della nuova offerta di collaborazione di Meta. Mentre guardavo la discussione, è diventato chiaro che il vantaggio principale era più social che collaborativo. Mi ha ricordato quando ero appassionato del videogioco multiplayer City of Heroes.

Mentre inizialmente giocavo per far progredire il mio personaggio, alla fine ho giocato solo perché avevo trovato diversi amici online con cui mi piaceva “uscire virtualmente”. L’esperienza, sebbene fosse collaborativa durante il gioco, è diventata presto più social tra chiacchiere su interessi personali, sulle nostre famiglie e sul nostro lavoro, e abbiamo così avuto modo di conoscerci e di fidarci l’uno dell’altro.

Questi erano tutti elementi fondamentali per potenziare i nostri personaggi nel gioco e completare missioni sempre più difficili. Ed è qualcosa che le piattaforme di collaborazione potrebbero utilizzare. Dopotutto, con il passaggio al lavoro a distanza, molti lavoratori stanno perdendo i legami sociali con le loro aziende e con i loro colleghi: non si collabora mai bene con persone che non conoscete o di cui non vi fidate. Dubito che qualcuno di noi lo faccia. E se, invece di partire da zero con un Metaverso, iniziassimo con un gioco e fondessimo gli sforzi di collaborazione con elementi di team building basati sul gaming? Ecco perché potrebbe funzionare.

Che cos’è davvero la collaborazione?

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La collaborazione è quando un gruppo di persone lavora collettivamente per raggiungere un obiettivo, con l’accento sul “realizzare”. Tuttavia, per quella che è stata la mia esperienza, la maggior parte dei progetti collaborativi non è affatto collaborativa, ma spesso è solo la fusione del lavoro di un gruppo di operatori in gran parte indipendenti.

Spesso quando abbracciamo un nuovo concetto, rinominiamo semplicemente qualcosa che era già in atto per rendere attuali le cose vecchie. Quando abbiamo iniziato a parlare di piattaforme di collaborazione, stavamo fondamentalmente parlando di vecchi progetti di videoconferenza che, nel tempo, hanno acquisito funzionalità che li facevano sembrare collaborativi. Ma gli sforzi per collegare i lavoratori a riunioni a distanza, inizialmente per ridurre le spese di viaggio e le ore di lavoro perse a causa di quel viaggio, sono in gran parte falliti nel corso degli anni.

Se non fosse stato per la pandemia e la necessità di supportare i dipendenti da remoto, probabilmente avremmo visto questi progetti fallire di nuovo, perché cercano principalmente di ricreare sale riunioni. Ma pochi di noi collaborano davvero a lungo termine nelle sale riunioni, perché la collaborazione avviene in modo dinamico ed è spesso asimmetrica, con persone che lavorano su parti diverse di un progetto, su tempistiche diverse e hanno bisogno di essere vicino ai loro strumenti personali e alla scrivania.

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Abbiamo persino avuto alcune aziende (come Oracle) che hanno provato a vietare le riunioni in quanto ritenute delle perdite di tempo (e per certi versi sarei anche d’accordo con questa tesi). Troppo spesso infatti le riunioni sembrano andare avanti senza portare a termine nulla; ricordo ad esempio che una volta all’IBM ci siamo incontrati per ore due volte a settimana per la maggior parte dell’anno discutendo su chi avrebbe dovuto sistemare il difetto di un prodotto; due manager alla fine si sono stufati, sono venuti per un fine settimana e hanno lavorato per riparare quel dannato prodotto.

Questo è stato uno dei motivi per cui in IBM avevamo un gruppo che godeva di un elevato grado di autonomia per portare a termine progetti molto particolari, che hanno poi portato alla realizzazione di alcuni dei nostri migliori prodotti. Prendevamo piccoli team, li mandavamo fuori sede e li facevamo lavorare come se fossero una piccola azienda con una serie di obiettivi chiari; questi team, che hanno lavorato in modo collaborativo, hanno creato alcune delle nostre offerte meno vantaggiose (in termini di costi di sviluppo) e più popolari.

Crea fiducia per collaborare in modo efficace

I team che non si fidano l’uno dell’altro perché temono che qualcuno si prenda troppo credito o che non mettono il giusto impegno in un progetto portano spesso a risultati deludenti. Ora, con molti dipendenti remoti, è difficile costruire una relazione con gli altri membri del team perché non interagiamo tra noi al di fuori del lavoro. Ma con un’aggiunta come quella di un gioco multiplayer che piace a tutti, potreste fare squadra e costruire collettivamente quella fiducia critica e quel legame che sembrano accomunare tutti i team più produttivi.

Avatar per tutti?

Mi stupisco ogni giorno di più nel non leggere più considerazioni critiche sulle conseguenze negative che sta portando con sé il lavoro remoto, con la fedeltà dell’azienda e l’efficacia del team che si degradano nel tempo. Abbiamo bisogno di una piattaforma che fornisca in modo più efficace un gaming collettivo e sicuro (non volete certo che i vostri dipendenti discutano di progetti interni in ambienti aperti) sia per fare delle pause, sia per creare fiducia all’interno del team.

Una cosa da considerare sarebbe la fusione di elementi di gioco collettivi e chiaramente collaborativi con le nostre attuali capacità di videoconferenza. Questo avrebbe un altro chiaro vantaggio: l’uso di avatar, elemento ormai fondamentale in qualsiasi videogioco ruolistico. Ciò aiuterebbe naturalmente le persone ad abituarsi a essi, anche se probabilmente avremmo bisogno di alcune restrizioni sulla denominazione degli avatar stessi. Anche perché sono abbastanza sicuro che chiunque avrebbe problemi a concentrarsi su un progetto guidato da un certo Occhio di Corvo o Garm lo Spezzaossa.

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