Lavoro e intelligenza artificiale tra fiducia e soft skill

Una nuova ricerca di Dale Carnegie & Associates indaga sull'impatto dell'intelligenza artificiale sul lavoro, con un focus sulla fiducia e le soft skill.

processi decisionali

“In un mondo che sempre più integra l’Intelligenza Artificiale, comunicazione e fiducia restano gli asset su cui gli esseri umani continueranno a distinguersi, anche nel lavoro”. Così Sergio Borra, CEO di Dale Carnegie Italia, raccoglie le indicazioni del nuovo studio sul’IA di Dale Carnegie & Associates, presentato al WOBI On Digital Transformation 2019 di Milano. Una ricerca che ha coinvolto direttamente anche l’Italia, primo Paese al mondo in cui vengono presentati i risultati emersi.

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale è significativo e in crescita: macchine e persone dovranno collaborare per realizzare appieno il proprio potenziale. Per le aziende questo significa formare i collaboratori per il lavoro di un futuro che è già alle porte. I progressi nell’Intelligenza Artificiale e nel Machine Learning (ML) hanno valicato i confini dei processi di produzione e back office nel settore IT, intervenendo anche nel marketing, nella finanza, nelle risorse umane e persino nel management.

Come possono i leader e le aziende restare competitivi attraverso la rivoluzione in atto? Secondo il nuovo studio, che ha interessato 11 Paesi e 3568 persone tra CEO, manager e collaboratori, il primo compito dei senior manager è oggi quello di pianificare l’innovazione e influenzare positivamente la cultura aziendale, per mantenere i propri collaboratori motivati e coinvolti durante il processo di cambiamento.

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Alla paura di perdere il lavoro e alla resistenza di fronte al cambiamento le aziende devono rispondere lavorando sulla fiducia interna e sulla consapevolezza delle nuove prospettive che l’Intelligenza Artificiale crea, ad esempio la possibilità di dedicarci ad aspetti sempre più mirati e interessanti delle nostre attività.

Più che le mere competenze tecniche sono le soft skill a essere considerate cruciali nella fase di transizione a cui ci si prepara, in particolare comunicazione (62% a livello globale, 58% per gli intervistati italiani) e creatività (61%/58% Italia). A livello globale si punta anche su pensiero critico (56%) e leadership (45%), che “piacciono” un po’ meno in Italia (rispettivamente 42% e 29%). La percentuale di empatia è al 31% in entrambi i casi.

In merito ai buoni risultati che l’integrazione dell’IA produrrà in termini di cultura aziendale e fiducia, i CEO sembrano più ottimisti rispetto agli altri livelli aziendali. Uno dei dati più rilevanti riguarda quanto viene ritenuto probabile il suo utilizzo da parte dei collaboratori per pianificare e preparare un percorso di carriera:

  • CEO: 76% mondo / 73% Italia
  • Collaboratori: 41% mondo / 44% Italia

La distanza fra la prospettiva dei CEO e quella dei collaboratori indica che queste due anime dell’azienda devono dialogare, soprattutto in una fase di passaggio cruciale come quella in corso. “Le persone sostengono il mondo che hanno contribuito a creare”, era solito ripetere Dale Carnegie; le persone vanno oltre la logica dei dati, per questo nei processi di cambiamento il loro coinvolgimento è fondamentale per nutrire un asset fondamentale come la fiducia. “In un mondo interamente connesso la connessione più importante rimane quella umana”, ha detto Sergio Borra alla chiusura del suo intervento.