L’intelligenza artificiale in un’era digitale: applicazioni, rischi e legislazione

In una tavola rotonda si è discusso di come l’IA potrà accelerare la ripresa e di come stia operando la Commissione speciale per l’intelligenza artificiale in un’era digitale (AIDA)

Che ruolo ha l’intelligenza artificiale nella trasformazione digitale della società? Qual è la strategia dell’Italia e dell’UE in questo campo? Queste due delle domande a cui si è risposto venerdì 30 aprile durante la tavola rotonda “L’intelligenza artificiale in un’era digitale: costruire fiducia e promuovere innovazione”. La tavola rotonda, organizzata dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia con la collaborazione di Askanews, ha visto coinvolti diversi europarlamentari della Commissione speciale per l’intelligenza artificiale in un’era digitale (AIDA) insieme a portavoce di aziende del calibro di Microsoft, Google, Facebook e Tim, e si inserisce nel dibattito attorno al framework normativo europeo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Una legislazione antropocentrica

Una tecnologia cambia il modo di vivere quando è adottata in modo diffuso. Come per l’elettricità, non è stata la pila di Volta a cambiare il mondo, ma la rete di distribuzione elettrica. Per questo è necessaria la democratizzazione della tecnologia, nello specifico dell’intelligenza artificiale” ha affermato Diego Ciulli, Senior Manager Public Policy di Google Italia. E per renderla disponibile a tutti senza controindicazioni, alla base ci vogliono delle regole.

“Una legislazione antropocentrica”, così l’ha definita per prima Anna Ascani, Sottosegretario di Stato al Ministero dello Sviluppo Economico nella sua introduzione al dibattito. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale mette al centro l’uomo, non la tecnologia. E questo è un punto di svolta nella regolamentazione internazionale. È forse superfluo far notare che l’Unione Europea, a differenza di Cina, Stati Uniti e delle più grandi multinazionali impegnate nel settore, può contare su investimenti inferiori. “È fondamentale, per una comunità come quella europea, puntare quindi alla qualità e non alla quantità” ha detto Sabrina Pignedoli, Parlamentare europeo dell’AIDA. “Per questo serve una regolamentazione flessibile – perché parliamo di tecnologie che cambiano velocemente – e attenta ai diritti fondamentali previsti dalla Costituzione Europea. Su questo bilanciamento si gioca il futuro dell’intelligenza artificiale in Europa”.

Una definizione neutra di intelligenza artificiale

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Tra gli argomenti più discussi dalla Commissione speciale, c’è stata la definizione di intelligenza artificiale. Si è cercato di darne una definizione neutra che permettesse di non escludere future novità nel campo, ma soprattutto di velocizzare eventuali modifiche della legislazione europea o dei singoli Paesi.

È scorretto cercare di definire buona o cattiva l’intelligenza artificiale: la realtà è più complessa di così. La scelta di una definizione neutra è intesa a favorire lo sviluppo di questa tecnologia ma allo stesso tempo limitarne i rischi. È stato infatti previsto un sistema a piramide, su quattro diversi livelli, per classificare le applicazioni IA che possono essere rischiose per i diritti umani e che quindi devono essere regolamentate. “Tra i rischi possibili troviamo sicuramente violazioni della privacy, i robot assassini, e la discriminazione per etnia e genere” ha affermato Andrea Renda, Senior Research Fellow CEPS. “Non dimentichiamoci, però, che un utilizzo errato dell’intelligenza artificiale può anche portare le persone a farsi influenzare nel prendere decisioni”. È per questo che il controllo deve essere sia preventivo, sia continuativo durante l’esercizio.

L’IA è solo la punta dell’iceberg

L’implementazione dell’intelligenza artificiale, però, da sola non basta. È sicuramente un fattore abilitante, ma è anche “solo la punta dell’iceberg” ha dichiarato Mariarosaria Taddeo, professoressa e vicedirettrice del laboratorio di Etica Digitale dell’Università di Oxford. “Non esisterebbe senza una tecnologia di base e senza dati”. L’approccio Europeo può essere vincente, ma c’è bisogno di codesign: la definizione della tecnologia e delle sue applicazioni dev’essere fatta a quattro mani con tutti gli stakeholders coinvolti, dalla Comunità Europea alle aziende fino al singolo cittadino.

In un momento come questo di profonda crisi e di altrettanta voglia di ripresa, inoltre, l’IA è fondamentale per accelerare il passo. Per farlo sono necessarie due cose: trasmettere fiducia nel cittadino e collaborare con chi è più avanti di noi. Per quanto riguarda il primo punto, è fondamentale che la legislazione rispetti i diritti e valori fondamentali, che sia quindi una legislazione etica. Per quanto riguarda il secondo, proprio Ciulli di Google ha fatto sapere che in Italia Tim e Google inizieranno a collaborare per un progetto di data center a Torino e Milano. Le grandi aziende e multinazionali si sono già messe all’opera nella direzione della collaborazione, ora tocca ai singoli Stati.

L’intelligenza artificiale in Italia

L’Italia è all’ultimo posto dell’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) del 2020 nell’ambito “Capitale Umano”, ovvero quello che riguarda le competenze digitali, e 26° su 28 nell’uso dei servizi Internet.

Il Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza (PNRR) è, a tal proposito, un’occasione da non perdere per cambiare dalle fondamenta il modello di sviluppo e renderlo innovativo, inclusivo e sostenibile. Stefano Paleari, Consigliere del Ministro dell’Università e della Ricerca per il PNRR ha rimarcato il fatto che le competenze digitali in Italia, sia di alto livello che tecniche, siano poche e che, quando ci sono, vanno via attirate da contratti più soddisfacenti. Il PNRR serve proprio ad invertire la rotta.

Il Piano deve anche colmare il digital divide, non solo tra nord e sud, ma anche tra città e periferie. In un Paese come l’Italia in cui l’economia è fondata sulle PMI e la conformazione del territorio spesso le vede isolate dai grandi gruppi, non è possibile pensare di non “accompagnarle” verso il digitale. Da sole non possono permetterselo e nella maggior parte dei casi non hanno le competenze interne adeguate. Utilizzare l’IA negli impianti di produzione per velocizzare la supply chain, ad esempio, potrebbe aiutare a superare quel 6% di crescita annua della produttività e magari raggiungere il 20/25% di Francia e Germania.

Uno degli aspetti su cui è necessario insistere di più è che l’intelligenza artificiale non serve solo alle grandi aziende, ma è utile per il potenziamento delle catene di montaggio, per lo screening dei CV fino alla vita di tutti i giorni.

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Maria Russo
Laureata in Ingegneria della Produzione Industriale e dell’innovazione tecnologica, ha lavorato per Oracle Italia nel 2019, specializzandosi nelle aree ERP e Supply Chain Management in Cloud, collaborando a progetti di trasformazione digitale dei clienti. Dal 2020 è entrata nel mondo della comunicazione frequentando il Master in Content Creation della 24ORE Business School. La si può contattare su LinkedIn