La pandemia non ferma la blockchain… e l’Italia si fa più matura

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L’emergenza Covid-19 non ha fermato lo sviluppo delle tecnologie Blockchain che, anzi, nel 2020 sono entrate in una fase di maggiore maturità. Su 1.242 iniziative censite dal 2016 al 2020 (734 annunci e 508 progetti concreti), sono 267 quelle avviate negli ultimi dodici mesi a livello internazionale da aziende e pubbliche amministrazioni, che comprendono 70 annunci e 197 progetti concreti (di cui 83 operativi, il resto sperimentazioni o proof of concept).

Rispetto al 2019 sono cresciuti del 59% i progetti concreti, mentre gli annunci sono calati dell’80%, segno di un mercato che sta uscendo dall’hype mediatico per concentrarsi su iniziative più operative e la creazione di ecosistemi. Il 47% dei casi mappati nel 2020 utilizza piattaforme esistenti, segno che l’attenzione degli operatori si sta spostando sempre più verso lo sviluppo di applicazioni e meno sulla creazione di nuove piattaforme.

I Paesi più attivi nella Blockchain sono Stati Uniti, con 72 progetti avviati negli ultimi cinque anni, e Cina, con 35 casi, seguiti da Giappone (28), Australia (23) e Corea Del Sud (19). Con 18 casi, l’Italia è al sesto posto nella classifica dei Paesi con più iniziative, nonostante la frenata degli investimenti delle aziende, che nel 2020 valgono 23 milioni di euro, il 23% in meno rispetto al 2019.

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Un mercato in calo, a causa dell’emergenza che ha limitato il lancio di nuove iniziative e ha spinto le aziende a concentrarsi su progetti già attivi, ma più maturo: il 60% della spesa riguarda infatti progetti operativi, il 28% progetti pilota, solo l’11% proof of concept e appena l’1% formazione. La finanza è il settore più rappresentato, con il 58% della spesa, e l’unico ad aver aumentato gli investimenti (+6%), seguito da agroalimentare (11%), utility (7%) e PA (6%).

Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano presentata durante il convegno online Blockchain: the hype is over, get ready for ecosystems.

Le piattaforme abilitanti

Nel 2020 è iniziata una fase di maggiore maturità delle piattaforme abilitanti. Molte sono già operative e il mercato si sta orientando sullo sviluppo di applicazioni basate su piattaforme esistenti più che sulla realizzazione di nuove “infrastrutture”. Quelle attualmente in uso sono prevalentemente di due tipologie: Application Specific, che si concentrano su una specifica applicazione o un limitato ambito applicativo e sono generalmente sviluppate da un consorzio di aziende dello stesso settore allo scopo di sviluppare una singola applicazione, e General Purpose, che possono essere sfruttate dalle aziende di qualsiasi settore per la creazione di applicazioni diverse e si dividono in piattaforme General Purpose Permissionless e piattaforme General Purpose Permissioned.

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Alle piattaforme Permissionless chiunque può accedere e svolgere qualsiasi attività e il loro contenuto è pubblico. Sono utilizzate da un numero sempre maggiore di aziende, nonostante presentino problemi di scalabilità, privacy e affidabilità che non le rendono ancora adatte a qualsiasi tipo di applicazione. Per accedere alle piattaforme Permissioned, di solito promosse da governi o consorzi nazionali o internazionali, è invece necessario registrarsi e identificarsi e quindi essere autorizzati da un ente centrale o dalla rete stessa.

Le applicazioni di business

La maggior parte dei progetti sviluppati su piattaforme Blockchain e Distributed Ledger nel 2020 è ancora focalizzata su applicazioni legate a processi esistenti (ad esempio riconciliazione dei pagamenti e tracciabilità di filiera). In molti casi le aziende scelgono di partire da un’applicazione semplice che possa raccogliere numerosi partecipanti per poter in seguito sviluppare soluzioni più innovative. La maggior parte dei progetti sviluppati da aziende e PA usa piattaforme Application Specific, rendendo ancora difficile l’interoperabilità tra le applicazioni e riducendo le potenzialità offerte dagli ecosistemi Blockchain.

Le applicazioni più numerose sono realizzate per facilitare la condivisione e il coordinamento dei dati fra diversi attori per evitare che insorgano divergenze (59% dei progetti lanciati dal 2016 a oggi). Quasi un quarto ha l’obiettivo di migliorare la verificabilità dei dati da parte di altri attori dell’ecosistema o di terzi (24%), in particolare nell’agroalimentare per garantire la tracciabilità dei prodotti. Il 13% utilizza i crypto asset abilitati dalle piattaforme Blockchain per scambiare denaro o altri asset. Il 4%, infine, è dedicato alla realizzazione di processi affidabili e verificabili.

Per sfruttare appieno le potenzialità degli ecosistemi Blockchain ci ancora alcuni elementi da migliorare. Gli ecosistemi devono poter accogliere nuovi partecipanti necessari all’interno di un’applicazione e le piattaforme, sia permissionless sia permissioned, devono diventare più affidabili sia in termini di scalabilità che di sicurezza. Poi le applicazioni devono potersi integrare con i sistemi informativi attualmente in uso nelle aziende, devono poter sfruttare alcuni servizi abilitanti come l’identità digitale e il cash on chain e devono poter contare su normative chiare ma che allo stesso tempo lascino aperta la possibilità di innovare.

Il quadro normativo

Il 2020 è stato un anno ricco di sviluppi dal punto di vista della regolamentazione del settore Blockchain e Distributed Ledger. In ambito europeo, è stato presentato il Digital Finance Package, elaborato dalla Commissione Europea con lo scopo di stimolare il settore Fintech, regolare i cosiddetti crypto-asset e tutelare i consumatori che intendono avvalersi di queste tecnologie. Questo aggiornamento normativo (che sarà un regolamento direttamente applicabile in tutta l’UE) imporrà agli stati nazionali una fase di raccordo o armonizzazione rispetto alle legislazioni vigenti.

Il legislatore europeo ha previsto che sia necessario ottenere un’autorizzazione da parte delle autorità competenti per poter operare sui mercati di crypto-asset, come una sorta di fintech sandbox. In questo modo gli operatori potranno lavorare e sperimentare nuove soluzioni tecnologiche da applicare al settore. Questa normativa potrebbe aumentare la complessità sia per progetti di stablecoin, come Diem di Facebook, sia per eventuali Central Bank Crypto Currency proposte da banche centrali straniere, come il digital yuan, e darebbe all’Europa il tempo per sviluppare il Digital Euro, annunciato dalla BCE lo scorso ottobre.

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