I visionari tech stanno discutendo animatamente sul Web3. L’ex CEO di Twitter Jack Dorsey ha twittato la scorsa settimana che l’idea di Web3 non è una forza per democratizzare il web, ma solo uno strumento dei venture capitalist. A sua volta il venture capitalist Marc Andreessen lo ha bloccato su Twitter. Elon Musk ha detto che il Web3 è solo campagna pubblicitaria di marketing e ammette di non capirne l’essenza.

Il Web3 è ovunque. Eppure pochi lo conoscono davvero. In effetti si tratta di un concetto vago e confuso e anche i sostenitori non sono d’accordo su cosa sia realmente il Web3. Il Web1 (precedentemente noto come Web 1.0) è stato Internet dagli albori fino al 2004 circa, mentre il Web2 (alias Web 2.0) è proseguito dal 2004 a oggi, consentendo una massiccia interazione da persona a persona per lo più mediata da grandi aziende, con il controllo finale su quelle interazioni che mira a trarre profitto dagli utenti attraverso la monetizzazione dei dati personali.

Il Web3 (termine coniato dal co-fondatore di Ethereum Gavin Wood nel 2014) è facilmente confuso con il Web 3.0, ovvero il “web semantico”. Altri raggruppano l’altrettanto nebulosa idea del “metaverso” nel Web3.

Già, è tutto un po’ confuso, ma in generale il Web3 è un possibile Internet del futuro in cui tutti i dati e i contenuti sono registrati su blockchain, tokenizzati o gestiti e accessibili su reti distribuite peer-to-peer al fine di democratizzare Internet, mettere potere in nelle mani dei creatori di contenuti e togliere il controllo a governi e grandi aziende.

Se tutto ciò vi suona familiare, non stupitevi. Dopotutto era l’idea alla base dell’Internet originale, la cui natura decentralizzata avrebbe dovuto cancellare i confini e mettere il potere nelle mani degli utenti. Ricordate? In caso contrario, ecco cosa scriveva John Perry Barlow nel 1996. Il Web3 sembra un’ottima idea, ma solo per gli appassionati di criptovaluta, i “libertari tecnologici” e i venture capitalist che cercano di piazzare la prossima grande scommessa.

Perché il Web3 è irrilevante

Se state leggendo questo articolo, è perché siete degli appassionati o dei professionisti della tecnologia. Nel secondo caso, come parte del vostro lavoro, dovete sapere cosa sta succedendo nella tecnologia ora e in futuro. Ma ogni anno che passa le più importanti parole d’ordine in ambito tech indicano idee sempre più vacue. Prendiamo ad esempio metaverso e Web3, due parole oggi sulla bocca di molti che descrivono piattaforme non ancora esistenti e che non dovrebbero esistere nemmeno per almeno un decennio e che probabilmente non esisteranno mai.

Vorrà pur dire qualcosa se, tra le 100 principali preoccupazioni per i professionisti della tecnologia, il Web3 è centunesimo. Non fraintendetemi. Blockchain, NFT, reti distribuite, criptovalute e tutto ciò che vi gravita attorno contano. Ma il Web3 no. Le persone parlano di Web3 non perché sia qualcosa che sta per nascere, ma perché fanno parte di quella minoranza ideologicamente impegnata nella blockchain e negli ideali del Web3… o perché sperano di fare un sacco di soldi.

Poiché le aziende tecnologiche che fanno le giuste scommesse sul futuro possono ottenere valutazioni multimiliardarie (Apple potrebbe raggiungere i 3 trilioni di dollari in poche settimane) e i singoli visionari tecnologici possono valere centinaia di miliardi di dollari (il patrimonio netto di Elon Musk è di 253,8 miliardi di dollari), è emersa come al solito un’intensa competizione per arrivare primi alla Next Big Thing.

I sostenitori del Web3 vi diranno che le risorse digitali esistenti basate sulla blockchain di Ethereum sono gli inizi del Web3. Ma questo è lo slancio di marketing tipico della Silicon Valley: legare sempre un piccolo investimento a uno schema incredibilmente grande. Ecco perché, ad esempio, Elon Musk non si limita a dire che un giorno invierà un razzo su Marte, ma promette che invierà un milione di persone su Marte entro 28 anni. Gli investitori della Silicon Valley non possono proprio fare a meno di questa grandeur visionaria.

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La verità è che si rivelerà praticamente impossibile ottenere il consenso universale da parte di utenti, aziende e altri in un Internet basato sulla blockchain. Abbiamo già social network decentralizzati come Mastodon che offrono agli utenti un’alternativa ai social network di proprietà delle grandi aziende. Ma il pubblico in gran parte li ignora e sceglie invece di passare tutto il proprio tempo su Facebook, Instagram, YouTube, TikTok e, in Cina, su WeChat.

Ed è improbabile che la blockchain attiri la maggioranza degli utenti o risolva i problemi che affliggono l’Internet di oggi. La blockchain è stata proposta come tecnologia fondamentale per tracciare le notizie fino alla fonte, ad esempio, autenticandole e consentendo ai lettori di evitare notizie da fonti discutibili.

Sfortunatamente, il problema con le fake news è che a molti consumatori di notizie non interessa da dove queste provengano. Molti, ad esempio, utilizzerebbero la tecnologia di autenticazione blockchain per bloccare le notizie dal New York Times e dal The Atlantic e si informerebbero su 4chan.

Il problema odierno e futuro con le fake news è che enormi fasce della popolazione sono state indotte a credere che le notizie vere siano notizie false e che le notizie false siano notizie vere. L’autenticazione blockchain non può essere d’aiuto. Le grandi aziende tecnologiche come Facebook, Google, Apple e altre non vorranno certo essere sostituite da applicazioni e servizi del Web3.

Anche Dorsey ha ragione. I venture capitalist che investono in quelle che chiamano startup Web3 vogliono che quelle piccole aziende diventino grandi aziende, il tutto basato sull’idea che Web3 non sarà controllato da grandi aziende.

I sostenitori del Web3 hanno idee ottimistiche che presuppongono la partecipazione di tutti. Le Organizzazioni Autonome Decentralizzate (DAO) sono formate da utenti, ognuno dei quali possiede una partecipazione nella società. I sostenitori delle DAO si vantano di ricevere tonnellate di investimenti, ma ovviamente anche gli investitori vorranno la loro parte visto che stanno investendo per fare tonnellate di soldi. E per guadagnare sfrutteranno la loro proprietà di investimento per guidare quelle aziende verso i profitti, non consegnando il controllo agli utenti.

I sostenitori del Web3 vogliono inoltre modellare l’intero web tramite l'”ideologia” del Bitcoin. Peccato che lo stesso Bitcoin sia tutt’altro che egualitario. Un nuovo studio di Baystreet ha infatti rilevato che circa lo 0,01% dei possessori di Bitcoin controlla il 27% di tutti i Bitcoin in circolazione. In altre parole, come sottolinea Baystreet, l’economia Bitcoin è molto meno egualitaria dell’economia del dollaro.

Perché il Web3 probabilmente non si concretizzerà

Una cosa è avere servizi basati su blockchain e tokenizzati in esecuzione sul web. Una cosa completamente diversa è sostituire l’infrastruttura esistente. Il primo scenario è inevitabile, il secondo molto improbabile.

Non sto attaccando o difendendo gli obiettivi del Web3 o le tecnologie sottostanti. Sto solo dicendo che gli obiettivi sono quasi impossibili da raggiungere e che le tecnologie sottostanti esisteranno comunque senza che il web si evolva nel Web3. Sto anche dicendo che non ho visto nulla nel Web3 che lo renda attraente agli occhi della massa, che in realtà vuole un Internet controllato da leggi e governi. Non è chiaro, ad esempio, come nel Web3 gli utenti sarebbero protetti da criminalità e molestie. Ecco perché secondo me (e non solo), nonostante tutte le chiacchiere, il Web3 non si sta concretizzando e perché potete tranquillamente ignorarlo.