Smart working: 6 lavoratori su 10 lo vorrebbero anche dopo l’emergenza

I risultati di un recente sondaggio effettuato da The Innovation Group hanno mostrato una percentuale intorno al 65% di persone che contano sull’incremento dello smart working nella fase post-Covid rispetto a prima.

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È un fatto assodato che lo shock dell’emergenza Covid-19 abbia avuto come conseguenza un ricorso senza precedenti allo smart working da parte di aziende private e del settore pubblico. Nel giro di poche settimane, dopo il DPCM del 4 marzo 2020 (con cui il lavoro agile è stato esteso, per tutta la durata dell’emergenza, a tutti i rapporti di lavoro subordinato, anche in deroga ad alcuni degli obblighi previsti dalla legge), 8 milioni di lavoratori italiani hanno lavorato da remoto.

Prima dell’epidemia invece, non erano più di mezzo milione i lavoratori con contratto di smart working. Questo stato di cose sta portando frutti per il futuro? Per quanti si manterrà un’attività lavorativa svincolata dalla sede fisica? Secondo un’indagine della Cgil, il 60% delle persone vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle, mentre solo il 20% non vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità.

A preferire il lavoro smart sono soprattutto gli uomini e tra i vantaggi citati più spesso ci sono il risparmio sui tempi di pendolarismo casa-lavoro, la flessibilità nel lavoro, una maggiore efficacia del lavoro per obiettivi, un migliore bilanciamento dei tempi di lavoro, cura e il tempo libero, la possibilità di tenere il passo con i cambiamenti in atto e un minore stress legato al lavoro.

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Anche i risultati di un recente sondaggio effettuato da The Innovation Group (su un centinaio di aziende, dei diversi settori e con diversi ruoli, sentite tra l’ultima settimana di marzo e inizio aprile, quindi in coincidenza con l’avvio del lockdown), hanno mostrato una percentuale intorno al 65% di persone che contano sull’incremento dello smart working nella fase post-Covid rispetto a quanto era in precedenza.

Oggi, oltre al fatto che l’emergenza non è finita (lo stesso Decreto Rilancio spinge sulle modalità di lavoro a distanza, stabilendo un vero e proprio “diritto al lavoro da casa” per chi ha figli con età inferiore ai 14 anni), da più parti si guarda con favore all’esperienza fatta e si punta per il futuro a mantenerla, almeno per una quota del personale.

Fabiana Dadone, Ministra della Pubblica amministrazione, ha affermato l’intenzione di far proseguire lo smart working nel Post-covid: “Vorrei mantenere tra il 30 e il 40% dei dipendenti pubblici in smart working” ha detto la Ministra Dadone. “La pandemia ha messo a dura prova la dirigenza e i funzionari della PA, portandoli a dei cambiamenti radicali nel loro modo di lavorare. Un’esperienza complessa che, però, non bisogna abbandonare”.

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Interessante osservare che nei mesi del lockdown, le amministrazioni centrali hanno registrato un livello di adesione allo smart working molto alto, intorno all’80%, mentre le Regioni del 69%. Più bassi invece i numeri raggiunti nei piccoli enti che, quindi, dovrebbero diventare centrali nelle azioni da mettere in campo nei prossimi mesi. Anche la sindaca di Roma Virginia Raggi ha annunciato l’intenzione di voler mantenere stabilmente il 30% dei lavoratori in modalità agile. “Ma per questo vanno cambiati i parametri di retribuzione: non più a fascia oraria ma per progetti. Su questo stiamo aprendo un dialogo con i sindacati”.

Aspetti negativi dello smart working

Adottare questa forma di lavoro, e calarla in particolare in un’operatività dall’abitazione privata, significa però dover presidiare più aspetti perché non ci sia una forma di “rigetto” da parte del lavoratore. Benessere psicofisico, gestione delle relazioni e delle comunicazioni, tutela della sicurezza. Sono molti gli elementi critici da considerare.

Secondo l’indagine effettuata da The Innovation Group, nella fase del lockdown sono emerse molte difficoltà dei lavoratori, alle prese con isolamento, contesto difficile, una domanda di lavoro spesso superiore a quella normale, appesantita da una più difficile collaborazione trasposta su canali completamente digitali.

Anche i problemi di sicurezza e privacy sono stati considerati come rilevanti almeno da un terzo delle aziende intervistate: su questo aspetto ha pesato anche l’allarme lanciato da Antonello Soto, presidente dell’Autorità Garante della Privacy. Secondo Soro, “per garantire che le nuove tecnologie rappresentino un fattore di progresso (e non di regressione) sociale, valorizzando anziché comprimendo le libertà affermate sul terreno lavoristico, è indispensabile garantirne la sostenibilità sotto il profilo democratico e la conformità ad alcuni irrinunciabili principi”.

E mentre il CEO di Twitter, Jack Dorsey, ha comunicato ai dipendenti della società che potranno decidere in libertà se continuare a lavorare da casa anche dopo il Covid-19, chi invece si è espresso contro un eccessivo entusiasmo per lo smart working è stato Satya Nadella, CEO di Microsoft. Secondo Nadella, se si dovesse passare a lavorare solo da casa sarebbe un grosso problema.

“Che ne sarebbe della salute mentale delle persone?” si è chiesto Nadella. “Che ne sarebbe delle connessioni e della costruzione di relazioni di gruppo? In questa fase in cui stiamo tutti lavorando da remoto, sento che forse stiamo bruciando parte del capitale sociale che abbiamo costruito”. Quindi per Microsoft il rientro alla situazione pre-crisi ci sarà, è previsto per ottobre, così come anche per Amazon, Google e Facebook.