Pixel 4 e 4 XL: la scommessa di Google è tutta sul software

Con i Pixel 4 e 4 XL, Google ci sta mostrando perché ha iniziato a produrre hardware e il tipo di valore che solo esso può offrire. La questione, se mai, è se questa volta i Pixel riusciranno a imporsi come smartphone per la massa.

pixel 4

Il Google Pixel 4 è uno smartphone e su questo non ci piove. C’è però un colpo di scena. L’evento di Google della settimana scorsa in cui Pixel 4 è stato lanciato ufficialmente assieme al fratello maggiore Pixel 4 XL, non riguardava davvero gli smartphone e, fondamentalmente, non si trattava nemmeno di hardware, nonostante fosse un “evento hardware” in tutti i sensi.

Certo, i prodotti fisici potrebbero essere stati al centro della scena, ma quei gadget sono in definitiva solo dei mezzi per ciò che Google sta davvero cercando di venderci. L’evento della grande G era in realtà tutto incentrato sull’ecosistema di Google e, più precisamente, su Google Assistant, che funge da nucleo di quasi tutto ciò che Google ha presentato. Il Pixel 4 infatti, disponibile in Italia a partire da 759 euro, più di qualsiasi altro prodotto precedente di Google, è l’incarnazione di quella filosofia. E guardando oltre la sua superficie e pensando attentamente a ciò che rappresenta il prodotto, possiamo vedere un quadro più nitido di ciò che Google sta cercando di ottenere con esso.

Torniamo però prima un po’ indietro nel tempo e ripensiamo alla stessa settimana del 2016, quando Google lanciò sul mercato il primo smartphone Pixel fatto in casa ( e non più quindi affidato a produttori di terze parti). All’epoca il capo hardware di Google, Rick Osterloh, aveva chiarito una cosa: la ragione di tutti i nuovi prodotti per questa nuova avventura nella produzione di hardware era che la società doveva rivendicare il controllo su come venivano presentati i suoi vari servizi. Ciò valeva particolarmente per Assistant, il nuovo assistente virtuale che Google avrebbe lanciato lo stesso giorno.

“Fondamentalmente, crediamo che molte delle innovazioni che vogliamo fare finiscano per richiedere il controllo dell’esperienza dell’utente end-to-end. Avevamo bisogno di costruire un sistema che eseguisse perfettamente Assistant”, disse all’epoca Osterloh.

Perché Google Assistant è così critico per Google? Beh, è molto semplice: il core business di Google ruota attorno alla raccolta di dati e quindi all’utilizzo di tali dati per raccogliere pubblicità. Ma ogni anno che passa le persone si rivolgono sempre meno alla tradizionale casella di ricerca e più alle app e ai dispositivi connessi per avere informazioni. In altre parole il futuro del settore della pubblicità online – e quindi della stessa Google – è minacciato… dall’irrilevanza. Se un’azienda che per esistere si basa su annunci vuole sopravvivere, deve adattarsi.

Ed è esattamente quello che sta facendo Google, con Assistant che guida la carica. Assistant è progettato per essere disponibile ovunque: sul vostro telefono, sul vostro laptop, in auto, in tutta la casa e persino nelle vostre orecchie (ed ecco allora i nuovi Pixel Buds). È in pratica la versione di nuova generazione della classica casella di ricerca e Google, in questi ultimi anni, ha lentamente ma inesorabilmente lavorato per rendere Assistant parte integrante della vostra vita.

Torniamo quindi al Pixel 4. Se vi fermate un attimo a pensarci, i punti davvero forti dello smartphone non riguardano tanto l’hardware, quanto più l’esperienza Google al suo interno. Dopotutto la pagina ufficiale del prodotto vi dice tutto quello che c’è da sapere, mettendo in primo piano la fotocamera. Sicuramente il nuovo modulo multi-obiettivo è una parte fondamentale di ciò che rende possibile l’elevatissima qualità fotografica di questo smartphone, ma, come sottolineano i materiali promozionali di Google, è l’elaborazione guidata dal machine learning che fa davvero la differenza.

È una “fotocamera software defined”, come ha spiegato l’ingegnere Google Marc Levoy nella presentazione dei giorni scorsi, che “ha poco a che fare con circuiti e più con il codice”. Quello che davvero la distingue, osserva Levoy, è l’approccio unico di Google alla fotografia computazionale. L’hardware stesso diventa così poco più di uno scheletro per ospitare il “genio virtuale” che c’è all’interno.

Il punto successivo nella pagina del Pixel 4 riguarda un’esperienza di controllo vocale notevolmente migliorata e potenziata. E questa esperienza si basa (sì, avete indovinato) su Google Assistant. Con gran parte dell’elaborazione dei comandi vocali ora in corso sul dispositivo anziché fare affidamento su una connessione a una data-center remoto, la versione di Pixel 4 di Google Assistant è in grado di lavorare in un modo completamente nuovo e di eseguire tutti i tipi di compiti precedentemente impossibili. Almeno in teoria, visto che nessuno ha avuto lo smartphone abbastanza a lungo da dire con certezza come tutto ciò funzioni nel mondo reale.

Dopodiché arriva il sistema di gesture delle mani basato sul radar di Pixel 4, certamente radicato nell’hardware ma il cui scopo principale è quello di rendere più facile l’accesso e l’interazione con lo smartphone. E (indovinate un po’) più accedete al vostro telefono e interagite con esso, più usate Assistant e altri servizi Google.

Anche piccoli tocchi, come la nuova app esclusiva per Pixel che trascrive la voce in tempo reale (per ora solo in inglese) e la rende disponibile per la ricerca immediata, sono decisamente incentrati sul software e ruotano attorno ai tradizionali punti di forza di Google. In combinazione con l’impareggiabile promessa di Google di fornire tre anni aggiornamenti per il sistema operativo (elemento che di per sé dovrebbe essere un punto a favore significativo soprattutto per gli utenti aziendali), il Pixel 4 sembra davvero il culmine di tutto ciò che la grande G ha costruito nel corso degli ultimi anni e la più chiara indicazione di ciò su cui l’azienda sta lavorando con grande convinzione.

Più di ogni altra cosa Pixel 4 è insomma un gateway per l’ecosistema di servizi di Google e un modo per sperimentarli in un ambiente unicamente nativo. Il telefono e ciò che rappresenta sono proprio i motivi per cui Google è entrata in primo luogo in questo mercato. La domanda che ci poniamo, tuttavia, è se Google possa davvero riuscire a tradurre tutto ciò in un’adozione diffusa dei suoi prodotti Pixel. È la stessa domanda che ci poniamo da tre anni, ovvero se i Pixel diventeranno o meno dei dispositivi di massa.

Abbiamo visto progressi misurabili negli ultimi tempi, tanto che tutti i principali operatori telefonici statunitensi vendono il Pixel per la prima volta quest’anno. Ma sulla parte che richiede non solo un prodotto encomiabile, ma anche un marketing efficace, un posizionamento e una consapevolezza mainstream dell’acquirente telefonico, Google deve ancora lavorare.

D’altronde Google detiene molto meno dell’1% del market share del mercato smartphone globale e, nonostante i continui sforzi, se questo trend “lillipuziano” dovesse continuare a lungo non escludiamo nemmeno che Google faccia fare ai suoi smartphone Pixel la fine di tanti altri suoi progetti finiti troppo presto nell’ormai iconico “cimitero di Google”. Il Pixel 4 ha comunque tutte le carte in regole per fare bene, non ultimo un prezzo di partenza di 799 dollari-759 euro davvero niente male per quello che è a tutti gli effetti uno smartphone top di gamma.