La maggior parte dei giovani lavoratori in ambito mobile si sente colpevole di utilizzare lo smartphone o lo smartwatch per questioni personali quando è al lavoro, provando però la stessa sensazione anche quando è a casa e lavora invece di stare con la propria famiglia o compiere attività extralavorative.

È quanto risulta da un sondaggio condotto negli USA e in altri cinque Paesi (Francia, Germania, Spagna, Giappone, Gran Bretagna) tra 3.500 lavoratori al di sotto dei 34 anni; secondo questo rapporto stilato tra lo scorso dicembre e gennaio da Harris Poll per MobileIron, risulta che il 58% degli intervistati prova sentimenti di colpa in questo mondo iper-connesso e che il 60% si licenzierebbe se non fosse permesso lavorare da casa o svolgere attività di tipo personale al lavoro.

Questi sentimenti di colpa, e con essi quelli che un lavoratore prova per essere sfruttato dal suo capo, non sono associati di solito all’utilizzo delle nuove tecnologie mobile, che possono anzi migliorare notevolmente la produttività e le comunicazioni. Il sondaggio fa comunque capire che il problema non dipende dal reparto IT bensì da quello delle risorse umane, che dovrebbe affrontare meglio le problematiche che si creano quando si utilizzano dispositivi mobile al lavoro e a casa.

Un ambiente di lavoro mobile rende quasi impossibile scoprire da parte dei superiori cosa una persona stia facendo sul suo smartphone durante l’orario di lavoro

L’indagine condotta da Harris Poll dimostra come i giovani lavoratori che hanno lavorato anche al di fuori dell’orario lavorativo non si sentano a loro agio in questa situazione. Al tempo stesso quando questi lavoratori si occupano di questioni personali sul lavoro, come chiamare i figli, controllare gli aggiornamenti di Facebook o navigare sul web, capiscono che non dovrebbero farlo e si sentono come se stessero facendo qualcosa di sbagliato.

Ojas Rege, vicepresidente di MobileIron, è convinto che le policy delle risorse umane debbano essere più esplicite per quanto riguarda quello che bisogna e non bisogna fare con un dispositivo mobile quando si è al lavoro, ma anche quando si è lontani dall’ufficio. “Le aziende devono stabilire dei limiti; se un CEO invia una email alle 2 di mattina, non sta dando proprio l’esempio migliore. Se riusciamo a gestire la connettività mobile nel modo migliore, non possiamo che avere in cambio effetti positivi; in caso contrario ecco che emergono sentimenti di colpa e la convinzione di essere sfruttati”, afferma Rege.

Negli ultimi tempi alcune aziende hanno proibito l’utilizzo di Facebook sui PC mentre si è al lavoro, ma un ambiente di lavoro mobile rende quasi impossibile scoprire da parte dei superiori cosa una persona stia facendo sul suo smartphone durante l’orario di lavoro. Aggiungiamo poi il fatto che i dispositivi indossabili, la cui crescita si preannuncia enorme nei prossimi anni, non faranno altro che aumentare questa connettività continua ed eroderanno la distinzione (prima molto più netta) tra lavoro e attività personali.

Infine questi sentimenti di colpa da parte dei lavoratori più giovani del settore mobile potrebbero avere implicazioni particolari soprattutto in Paesi come Francia e Germania (ma anche Italia), dove le regole che impongono quando e come i lavoratori debbano lavorare sono state decise dalle aziende insieme ai sindacati per evitare lo sfruttamento del lavoratore. In caso di regole non rispettate potrebbero nascere problemi ed entrare in scena sanzioni e penali, anche se quello che Rege chiama “shadow tasking” (lavorare a casa e svolgere attività personali al lavoro) accade con la stessa frequenza nei Paesi europei così come negli USA e in Giappone.

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