La più importante piattaforma mondiale per la condivisione di notizie in tempo reale e quella che forse è la più considerata dalla stampa di tutto il mondo potrebbe diventare proprietà esclusiva dell’uomo più ricco del mondo: la proposta di acquisti di Elon Musk per controllare Twitter e farla tornare a essere un’azienda privata, non più quotata in borsa, è stata accettata dal board.

La cifra dell’operazione, 44 miliardi di dollari, è enorme. Rappresenta circa il 16% del valore complessivo degli asset di Musk e appare smisurata se relazionata con gli introiti dell’azienda, che ha un fatturato in crescita ma utili risicati e piuttosto stazionari.

Perché ha deciso di investire così tanto in un’operazione dai risultati finanziari incerti? Se vogliamo dargli ascolto, Musk lo ha spiegato in diversi tweet (e come altrimenti?) di cui questo è una sintesi:

  • Garantire la libertà di parola
  • Migliorare il prodotto con nuove funzionalità
  • Rendere l’algoritmo open source per aumentare la fiducia nella piattaforma
  • Sconfiggere i bot e lo spam
  • Autenticare tutti gli umani sulla piattaforma

Una dichiarazione in cui gli aspetti politici hanno il predominio sull’economia. Quanto sono genuine queste intenzioni? Riuscirà a realizzare i suoi obiettivi? E se ci riuscirà, sarà davvero una buona cosa per l’ecosistema dell’informazione in rete?

Libertà di parola, ma per tutti?

La libertà di parola è un valore estremamente considerato nel diritto e nella società statunitense, che la difende nel primo emendamento della sua Costituzione. Elon Musk, che ha mal digerito il patteggiamento impostogli dalla SEC (l’equivalente della nostra Consob) per aver turbato il valore di Tesla con un tweet contenente informazioni false, se ne dichiara difensore assoluto. Almeno finché si parla della sua libertà.

In realtà, Musk è noto per imporre a dipendenti, fornitori, giornalisti e persino ai clienti condizioni contrattuali che limitano la possibilità di critica nei confronti delle sue aziende. Tutto ciò mentre lui si prende la libertà di dare del pedofilo a chi lo critica o di alterare la quotazione di aziende e criptovalute con un tweet distratto.

Se questo è quel che riesce a fare controllando il suo profilo, cosa può fare avendo a disposizione l’intera piattaforma?

Ma davvero Twitter e altri organi agiscono da censori? È possibile per Musk riuscire a creare una piattaforma che garantisca la totale libertà di parola? Ed è auspicabile?

Secondo Yishan Wong, come Musk appartenente alla PayPal Mafia (il gruppo di fondatori e primi impiegati diventati in seguito protagonisti della Silicon Valley) e successivamente CEO di Reddit, Elon Musk non ha idea di quanto sia complicata la moderazione dei contenuti su un social network, e si prepara a dover soffrire grandi pene.

[Leggi anche: Twitter è di Elon Musk: i possibili impatti sul futuro dei social network]

Per Wong, la moderazione dei contenuti non è una scelta politica, ma cerca di garantire la sopravvivenza della rete e dell’azienda, prevenendo danni che alcuni contenuti possono arrecare nel mondo reale.

In più, si tratterebbe di una battaglia in cui le parti in campo si sono ribaltate negli ultimi 25 anni. Agli albori di internet, i nemici della libertà di espressione erano la Chiesa, i governi e grandi aziende dei media. Oggi regimi totalitari e corporation hanno scoperto come abusare della rete per attuare azioni che danneggiano la collettività, trasformando la libertà di opinione in un’arma alimentata dalla profilazione, dall’intelligenza artificiale e da eserciti composti da bot ed esseri umani pagati per trollare, spargere disinformazione e aggredire gli oppositori.

Soluzioni tecniche e problemi umani

Musk si propone di limitare spam, bot e troll rendendo open source l’algoritmo per la visibilità dei contenuti e abolendo l’anonimato, identificando gli utenti in modo più rigoroso. Entrambe queste soluzioni rischiano di dare ancor più potere ai grandi gruppi di influenza su Twitter, che possono investire ore e competenza nello studio dell’algoritmo in modo da scovarne le vulnerabilità.

Bisognerà poi vedere cosa intende per “autenticare gli utenti umani”. Detta così, sembra voglia essere qualcosa di più che la semplice presentazione di un captcha per dimostrare che non sia un bot a twittare. E se dovesse richiedere una effettiva certificazione dell’identità, la toppa potrebbe essere peggiore del buco.

Mentre gli attori statali non i avranno alcun problema a generare migliaia di identità false per i dipendenti delle proprie troll farm, l’abbandono dell’anonimato finirà per silenziare proprio chi della libertà di parola ha più bisogno: gli oppositori di regimi totalitari, i whistleblower aziendali e le vittime di persecuzioni di ogni tipo.

Il nodo delle piattaforme

Ha ragione Elon Musk quando sostiene che Twitter, così come altre grandi piattaforme, è la piazza globale dove si forma l’opinione pubblica. Ma se è un bene così prezioso per il pubblico, ha senso che sia in mano a un singolo individuo, che è anche il più ricco al mondo? Ovviamente no, per quanto possa essere saggio e illuminato (e, francamente, tra le tante qualità di Musk, la saggezza proprio non la vediamo).

Chiariamoci: al momento, le attuali alternative sono tutto tranne che ideali.

Per massimizzare introiti e valore per gli azionisti, le aziende quotate come Facebook cercano di evitare qualsiasi problema con il minor costo possibile, impiegando algoritmi di intelligenza artificiale poco efficaci che – effettivamente – fanno spesso cadere la scure della censura su post e utenti assolutamente innocenti, mentre tollerano comportamenti abusivi se non destano troppo clamore.

Le piattaforme dei regimi diversamente democratici sono totalmente assoggettate ai voleri del loro governo. Possono avere spazi di libertà oggi, ma la situazione può cambiare da un momento all’altro, trasformandole in strumenti di sorveglianza, oltre che di propaganda.

Da parte sua, l’Europa sta cercando di imporre regole di base per la trasparenza degli algoritmi, l’obiettività delle politiche di moderazione e la tutela dei diritti dei cittadini, come il Digital Services Act o il Digital Markets Act. Al momento però le proposte europee suscitano dubbi sulla fattibilità e sulla possibilità di imporre requisiti a soggetti al di fuori del territorio europeo. L’ulteriore timore è che queste norme leghino ancor più le mani alle aziende europee, lasciando gli operatori americani di agire con ancor meno concorrenza.

Difficilmente la quarta via di Elon Musk potrà sciogliere il nodo dei diritti delle persone sulle piattaforme, ma è un altro segnale della necessità di un salto evolutivo, che auspicabilmente prenda ispirazione dal lavoro fatto dai pionieri della rete più di 30 anni fa attraverso la ricerca del consenso su protocolli liberi e aperti per tutti i servizi essenziali.

Qualcuno dirà che è roba da fricchettoni, ma quei fricchettoni hanno creato Internet e le possibilità che oggi offre.