Filippo Poletti, LinkedIn Top Voice 2020: usiamo la rete per fare business

A cosa serve essere sul social media dedicato al lavoro? Cosa bisogna fare per accrescere la propria rete di influenza e cosa occorre evitare di fare? Lo abbiamo chiesto a uno dei professionisti più seguiti su LinkedIn.

La scorsa settimana LinkedIn ha pubblicato la sua lista delle “Top Voices 2020”, per la prima volta anche per il mercato Italiano.  Tra queste, figura Filippo Poletti, collega di Fiera Milano (Computerworld è pubblicata da Fiera Milano Media, ramo editoriale del gruppo), e abbiamo quindi avuto l’occasione per una intervista approfondita sull’evoluzione di LinkedIn, social network in cui la dimensione dei contenuti sta costantemente crescendo di importanza rispetto alla semplice “rete di contatti professionali”.

Quanto serve stare attivamente su LinkedIn per chi lavora o è in cerca di lavoro?

«Posso raccontarvi la mia storia. Mi sono iscritto a LinkedIn nel 2009. Allora era evidente che il cv europeo, introdotto nel 1999, non era più sufficiente per presentarsi nel mondo del lavoro. Se non si voleva essere tagliati fuori dall’universo professionale, bisognava cambiare passo e stile. Bisognava fare rete ed essere in rete. L’obiettivo della mia presenza oggi su LinkedIn è lo stesso del 2009: conoscere altri professionisti e, assieme a loro, scoprire nuovi modi di approcciare l’universo lavorativo. In una sola parola fare “link building”».

Quali sono i consigli più importanti per fare personal branding su LinkedIn?
Filippo Poletti, LinkedIn Top Voices Italia 2020.

«La prima regola è quella di non sovrapporre la vita privata a quella professionale. LinkedIn non è Facebook, né tanto meno Instagram o TikTok: LinkedIn è una community di persone che lavorano. Ci possono essere, ovviamente, delle eccezioni, ma tali, a mio avviso, devono restare. La seconda regola è quella di condividere contenuti e commenti che non impattino negativamente sul proprio “brand”. Dire “noi” per dire “io” non paga su LinkedIn, né tanto meno seminare sentimenti non positivi. La terza regola è quella di proporre contenuti sia sotto forma di post che di veri e propri articoli: dobbiamo diventare una “media company”».

Parlando di contenuti, tu hai inventato la rubrica  “rassegna quotidiana del cambiamento”. Come nasce quotidianamente su LinkedIn?
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«Dal 2017, ogni mattina, mi alzo all’alba, navigo sui portali di notizie e su quelli dedicati al lavoro e posto un contenuto che possa aiutare me stesso e altre persone a interpretare al meglio i mutamenti del mondo del lavoro. Giorno dopo giorno, dal 2017, la “rassegna del cambiamento” è cresciuta al punto da indurmi a farne un portale: la risposta calorosa di tantissime persone è stata ed è uno stimolo a continuare questa condivisione su LinkedIn e sul mio sito».

Quali sono stati i 3 post, dedicati al mondo del lavoro, che hanno generato più traffico, dal tuo punto di vista, negli ultimi mesi su LinkedIn?

«Ne cito tre: era il mese di marzo del 2020, eravamo in pieno lockdown. Angelo Gaja, patron dell’azienda vinicola piemontese, dichiara: «La mia famiglia e io prendiamo questo impegno: non licenzieremo nessuno dei 160 dipendenti. Anzi, ne assumeremo altri». Questo annuncio, ripreso da me su LinkedIn qualche settimana dopo, ha riscosso tanti consensi».

«All’inizio del mese di luglio invece, alla fine del lockdown: Ferrari ottiene la certificazione di “equal salary”. Nessuna differenza di stipendio, nell’azienda del Cavallino, tra uomini e donne se hanno la stessa mansione. È la prima azienda in Italia a ottenere questa certificazione. Anche qui tanti consensi su LinkedIn».

«Infine, una piccola e bella storia italiana: è l’annuncio di Andrea Franceschini, artigiano di Casalecchio in provincia di Bologna che ha deciso, andando in pensione e non avendo eredi, di non chiudere l’azienda ma di regalarla a 3 giovani. Questa storia d’impresa ha avuto tantissimi like su LinkedIn».

Tra i temi che tratti frequentemente c’è quello dello smart working. A questo hai dedicato anche una parte del tuo libro “Tempo di IoP: Intranet of People”. Qual è la percezione del lavoro agile da parte degli utenti di LinkedIn?

«Direi molto positiva. Ho iniziato a parlare su LinkedIn di smart working il 14 agosto 2017. Allora, sul Sole 24 Ore, fu pubblicato un articolo dedicato al progetto pilota di Tim, avviato nel 2016 e riservato a 9 mila lavoratori. Nell’estate del 2017 l’azienda rilanciò la proposta, estendendola a 11 mila professionisti con queste modalità:

  1. prestazioni in smart working fino al 20%;
  2. scelta tra tutti i giorni della settimana (non più solo, dunque, il mercoledì e il giovedì);
  3. massimo un giorno a settimana per un totale di 44 all’anno.

Allora i benefici per i collaboratori di Tim e per l’ambiente furono quantificati nel risparmio di almeno 302 mila ore di pendolarismo. Dal 2017, a seguito dell’approvazione della legge sullo smart working, il dibattito su questo tema è cresciuto: l’emergenza sanitaria legata al coronavirus ha fatto emergere alla luce del sole l’importanza di questa modalità di lavoro per tantissime realtà aziendale. Come scrive Marco Bentivogli nel libro “Indipendenti: guida allo smart working” è giunto il momento di archiviare la misurazione del risultato del lavoro unicamente in base all’aritmetica del cartellino. Questa visione del lavoro piace molto alla rete di LinkedIn».

Da ultimo, qual è lo strumento di LinkedIn a cui guardare con grande interesse da parte dei professionisti?

«Direi uno: la possibilità di fare dirette sia come membri che su pagine di LinkedIn. È il LinkedIn Live Broadcaster. Online possiamo trovare il modulo da compilare per fare richiesta di questo servizio, non a pagamento: il consiglio che posso dare è quello di richiederlo subito così da poter comunicare in diretta i nostri prodotti e i nostri servizi su LinkedIn».

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