Le operazioni di cambio di Bitcoin in valute convenzionali non sono soggette al pagamento dell’imposta sul valore aggiunto. Lo ha stabilito oggi la Corte di Giustizia dell’Unione europea. La decisione verteva sul fatto che i Bitcoin siano da considerarsi una forma di moneta, non se abbiano corso legale.

La questione è stata sollecitata dalla Corte suprema amministrativa svedese, che aveva chiesto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea di interpretare la direttiva UE 2006 sul sistema di applicazione dell’IVA nello scambio di Bitcoin.

In particolare, l’operatore di bitcoin David Hedqvist e l’amministrazione finanziaria svedese, Skatteverket, avevano chiesto al tribunale amministrativo se Hedqvist avrebbe dovuto far pagare ai suo clienti una tassa quando cambiano bitcoin in corone svedesi.

La direttiva 2006 afferma che l’IVA deve essere riscossa sulla vendita di beni o servizi, ma formula una serie di eccezioni.

La corte svedese ha chiesto quindi se lo scambio di Bitcoin in valute tradizionali è paragonabile alla vendita di un servizio e, in caso affermativo, se tale servizio beneficia di una delle eccezioni di cui all’articolo 135 (1) della direttiva.

Bitcoin di cioccolata alla Bitcoin conference di San Jose del 17 maggio 2013

Bitcoin di cioccolata alla Bitcoin conference di San Jose del 17 maggio 2013

Lo scambio di bitcoin non può essere considerato una vendita di beni, ha detto la Corte Europea, in quanto i Bitcoin non sono un bene materiale, e non hanno altro scopo che essere un mezzo di pagamento. Ma lo scambio con una valuta convenzionale ad un prezzo superiore di quanto era stato pagato per ottenerli corrisponde alla fornitura di un servizio ai sensi della direttiva, in quanto il cambio riceve una considerazione – margine o commissione – che è direttamente legata alla prestazione del servizio, la fornitura dei Bitcoin.

Ciò premesso, la Corte ha poi esaminato se una delle tre eccezioni relative alla fornitura di servizi finanziari poteva essere applicata al funzionamento di uno scambio di Bitcoin.

Il suo compito è stato reso difficile dai diversi modi in cui gli Stati membri dell’UE hanno tradotto la direttiva nel diritto nazionale. Tuttavia, il giudice ha detto, è stato costretto a prendere in considerazione lo scopo della direttiva, piuttosto che la precisa formulazione delle leggi nazionali, dal momento che l’obiettivo della direttiva è armonizzare il trattamento dei beni e dei servizi ai fini dell’IVA in tutta l’UE.

La Corte ha quindi concluso che gli scambi di Bitcoin che avvengono nell’Unione Europea non non sono soggetti all’IVA o a commissioni, il che rende le operazioni con i Bitcoin leggermente più economiche.