Per molti la prima sensazione alla notizia che Yahoo ha bloccato l’accesso al suo servizio email per alcuni utenti che utilizzano software ad-blocker è stata rabbia. La mossa di Yahoo infatti non è solo in odore di bullismo ma rappresenta anche il modo più sbagliato possibile di trattare i propri utenti.

Yahoo Mail, come Gmail, Facebook e molti altri servizi web e siti online, è gratuito e si mantiene grazie alla pubblicità. Giganti come Google e Facebook riescono a fare soldi a palate con un tale modello di revenue, ma questo non è certamente il caso di tutte le attività presenti online e il modello web più basilare, ovvero contenuti gratuiti supportati dall’advertising, non sta funzionando più.

Per anni gli editori hanno creduto che ciò che funzionava nel modello televisivo avrebbe fatto lo stesso anche su Internet. Invece non è più così e non è un caso che anche i nomi più importanti dell’informazione, come nel caso del The New York Times, si siano visti costretti a rendere i loro contenuti a pagamento o che altri siti di elevata qualità (come lo sfortunato GigaOM) siano collassati di fronte al peso dei contenuti gratuiti.

A dire il vero questa situazione non è del tutto nuova. Quando infatti il Web iniziò a diventare un fenomeno di massa, molti editori si limitarono a mettere online gratuitamente lo stesso contenuto stampato su carta. Un simile approccio non sprizzava certo fantasia da tutti i porti, ma funzionò. Le notizie e l’intrattenimento divennero infatti l’esca perfetta per attirare utenti, aumentare il numero di visite e sperare in tanti click sui banner pubblicitari.

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In modo simile anche i servizi email e i motori di ricerca hanno adottato questo modello di revenue, ma per ragioni complesse e di varia natura per Google tutto ciò ha funzionato, mentre per Yahoo (almeno sulla lunga distanza) non è successo. Semplicemente ci si è accorti che gli ads non attirano compratori come si sarebbe sperato. C’è voluto un po’ perché gli inserzionisti lo capissero, ma una volta compresa la situazione hanno reagito molto velocemente.

Oggi infatti gli inserzionisti pagano sempre meno per il privilegio di avere la loro pubblicità sui siti e il CPM (costo per mille impressioni) è affondato. Il metodo di misurazione online più basilare come la visualizzazione delle pagine è sempre meno importante e gli inserzionisti stanno cominciando a pagare solo quando gli utenti trascorrono una certa quantità di tempo su una determinata porzione della pagina.

Anche per questo ultimamente siamo stati invasi da forme di pubblicità sempre più difficili (se non impossibili) da ignorare, con banner che saltano fuori da ogni parte e che, nella stragrande maggioranza dei casi, stanno ormai diventando fastidiosi. Gli inserzionisti inoltre utilizzano sempre più spesso i cookies e altri strumenti per capire dove gli utenti online sono stati, in modo da tempestarli con pubblicità mirate.

Combinate queste due tattiche (ad fastidiosi e potenziali attacchi alla privacy) e capirete facilmente perché gli utenti del web si stanno ribellando, ricorrendo ad ad-blocker e cookie-blocker come quello che Mozilla ha integrato nativamente nell’ultima versione di Firefox. E si capisce benissimo anche perché una compagnia in difficoltà finanziarie come Yahoo (e altri servizi più o meno grandi) veda questi blocker come una seria minaccia al suo modello di revenue.

Insomma, lo scontro è appena iniziato e se è vero che questa nuova tattica di Yahoo può sembrare fin troppo sopra le righe, il messaggio chiaro è “ottieni quello per cui paghi”. Se non pagate niente quando siete online bloccando i cookie e le pubblicità, otterrete sempre meno… per non dire nulla.