“È la più CPU più grossa e più ‘cattiva’ che abbiamo mai realizzato”, ha detto Frank Soqui, general manager della divisione di Intel dedicata a gamer e appassionati, in un intervista rilasciata prima dell’annuncio fatto martedì al Computex di Taipei.

La famiglia Broadwell-E è composta da quattro chip, incluso il mastodontico 6950X, un processore da 3 GHz e 10-core che prevede addirittura 25 MB di cache a bordo, con una potenza termica (TDP) di 140 watt. Tanta potenza però ha un prezzo, ed è elevato: il chip costa 1.723 dollari, 700 in più del prezzo di 999 dollari che di solito Intel assegna al suo processore di punta. E anche il  modello precedente 6900K, dal prezzo di 1.089 dollari, non è certo un affare.

La caratteristica principale della nuova linea Broadwell-E è quella che Intel ha chiamato Turbo Boost Max Technology 3.0, una funzione che testa ogni singolo core del chip per determinare quale può essere spinto oltre i suoi limiti normali in modo sicuro. Questo oltre a un incremento dal 20 al 25% rispetto alla precedente generazione di chip per il gaming, Haswell-E, secondo i dati comunicati da Intel.

I chip Broadwell-E sono così potenti che un singolo gioco o un’applicazione intensiva non sono sufficienti a sfruttarne appieno la potenza. Per commercializzarli, Intel ha così inventato la definizione di “megatasking”. I Broadwell-E sono progettati per compiere simultaneamente operazioni come:

  • Eseguire un videogioco a risoluzione 4K e 60 frame al secondo
  • Registrare il video di gameplay e fare una transcodifica
  • Trasmetterlo su un live streaming a risoluzione 1080p

Velocità

I miglioramenti dei Broadwell-E rispetto ai precedenti chip Haswell del 2014, comprendono:

  • Un aumento della cache da 20 a 25 MB
  • Il supporto per memorie DDR 2400 (prima il limite erano le DDR 2133)
  • Alcune funzionalità specifiche per l’overclocking
  • Thunderbolt 3.0
  • Il nuovo Turbo Boost Max 3.0

Sebbene solitamente Intel rilasci i suoi processori secondo la consueta cadenza “tic-tock” (nella prima fase si usa l’architettura precedente ma con una riduzione della tecnologia di processo, e poi si passa a un’architettura nuova mantenendo lo stesso processo), questo schema non è mantenuto rigidamente nei processori di punta. La generazione Broadwell con tecnologia di processo a 14 nm è stata prodotta prima dei chip Skylake a 14 nm, ma Intel di solito aspetta fino all’ultimo prima di rilasciare i chip ad alte prestazioni della serie E. In altre parole, i chip 6700K appartengono in realtà alla più recente famiglia Skylake, che richiede nuove schede madri compatibili con il socket LGA 1151. Gli ultimissimi chip 6950X, 6900X, 6850X e 6800X fanno tutti parte della precedente generazione Broadwell.

Perché questo è importante? Perché i nuovi Broadwell-E possono essere usati per sostituire i chip precedenti Haswell-E, usando le stesse schede madre con socket LGA 2011-v3 e chipset X99. Bisogna però assicurarsi che il produttore della scheda madre rilasci gli aggiornamenti BIOS necessari a poter sfruttare la nuova tecnologia Turbo Boost Max Technology 3.0 (secondo Antonio Vera Jr, marketing manager delle piattaforme desktop di Intel, i produttori dovrebbero rilasciare gli update già in questi giorni).

 

Aumento del numero di core dei processori Intel negli anni

Negli anni, Intel ha costantemente aumentato il numero di core nei suoi processori, anche se le velocità di picco sono rimaste tutto sommato costanti.

Un processore server travestito da desktop

Gli analisti dicono che il Broadwell-E è principalmente un processore server travestito da videogiocatore. Da un certo punto di vista, il prezzo elevato dei nuovi chip è un affare se paragonato alle diverse migliaia di dollari che Intel fa pagare gli Xeon ai produttori di server.

Intel Broadwell-E die

Il Broadwell-E nasce da una modifica di un processore progettato per i server. Lo spazio vuoto sulla destra ospita dei circuiti logici del server che sono disattivati nella versione desktop.

I produttori di server tipicamente sfruttano ogni possibile funzione che i costruttori hardware mettono a disposizione, per supportare al massimo gli ambienti virtualizzati e diverse applicazioni che si contendono le risorse. Questo concetto è piuttosto alieno per i videogiocatori, che invece fanno di tutto per riservare tutte le risorse disponibili all’unica applicazione di loro interesse: il gioco in esecuzione. Malgrado ciò, e anche prevedendo l’uso del PC per giocare, riprodurre video HD, controllare un drone e ricevere dati dalla bilancia connessa allo stesso tempo, difficilmente un utente domestico riuscirà mai a saturare tutti e 10 i core disponibili.

Vale la pena allora per Intel investire tanto? Molto probabilmente sì, perché i giocatori sono forse l’unico pubblico che ancora spende considerevoli quantità di denaro nei PC, e la spesa sta aumentando nel tempo (probabilmente perché la prima generazione di giocatori ha ora raggiunto un’età che le consente una disponibilità di spesa maggiore).

Il mercato PC vive forse il suo momento di maggiore crisi: HP ha registrato il suo settimo trimestre consecutivo di perdite, gli economici Chromebook hanno superato i Mac, e tranne qualche nicchia i computer portatili hanno raggiunto il livello di stagnazione dei desktop, ma per il mercato dei PC gaming invece si prevede una crescita dagli attuali 24,6 miliardi di dollari a 30 miliardi entro il 2018, secondo una ricerca di Jon Peddie Research.

Una boccata di aria fresca che per chi opera nel mercato PC può contare davvero tanto.