5 termini “nerd” che spesso usiamo in modo sbagliato

Realtà virtuale e aumentata, nomade digitale, “unicorno”, drone: cosa significano esattamente queste espressioni?

CC BY 2.0 di Maurizio Pesce

Il linguaggio della tecnologia è un bersaglio mobile. Man a mano che le tecnologie evolvono, cambiano i paradigmi di utilizzo, i modelli di business e i comportamenti ad esse associati. E cambiano anche le parole.

Ci sono termini spesso usati in modo non appropriato, ma le parole contano e oggi la tecnologia è globale. Per essere chiari, non creare errori di comprensione e anche rappresentare la realtà in modo corretto, dobbiamo essere precisi e conoscere il significato delle parole che usiamo.

Ecco alcune parole e frasi di tendenza entrate nel linguaggio comune di cui è opportuno conoscere il significato e sapere quando si usano.

Realtà virtuale

Quando si indossano occhiali speciali come Gear VR di Samsung (nella foto), il dispositivo Oculus Rift (atteso per il prossimo anno) o dispositivi basati su Google Cardboard, si vede qualcosa che non c’è nella realtà. Se questo qualcosa in più è generato al 100 per cento da un computer, allora si tratta di una esperienza di realtà virtuale (VR).

Ma questi stessi occhiali sono anche in grado di mostrare video. Finora, la maggior parte dei contenuti disponibili su queste piattaforme sono stati video a 360 gradi. Alcuni di essi sono solo un’immagine bidimensionale in movimento, altri sono video 3D estremamente sofisticati che permettono di percepire la profondità.

In ogni caso, se quello che si vede è stato girato con telecamere, e non creato con un computer, allora si sta vivendo una esperienza di “video immersivo”, non di “realtà virtuale”.

Realtà aumentata

C’è un’altra vasta classe di occhiali che permettono di vedere il mondo reale, ma inseriscono nel campo della visione naturale contenuti artificiali generati al computer. I Google Glass sono un esempio a una estremità della gamma disponibile; dal lato opposto ci sono HoloLens di Microsoft e Magic Leap.

I Google Glass visualizzano una schermata di forma rettangolare, che di solito è riempita con il tipo di contenuti che è possibile vedere sul proprio telefono. HoloLens e Magic Leap invece creano l’illusione che il contenuto generato dal computer sia fisicamente presente e possa interagire con il mondo reale – l’utente può vedere, per esempio, un oggetto virtuale appoggiato su un tavolo reale.

Queste esperienze sono generalmente indicate come “realtà aumentata”, ma di solito non lo sono.

L’applicazione più diffusa di realtà aumentata è probabilmente l’app Word Lens di Google, che traduce segni e menu in altre lingue. Qui c’è un esempio della versione per iPhone che ho utilizzato durante un viaggio in Italia.

L’etichetta “realtà aumentata” è appropriata perché la realtà è al centro dell’attenzione; l’esperienza delle cose reali viene arricchita da informazioni o immagini offerte da un computer.

Tuttavia, molte delle applicazioni per Google Glass, HoloLens, Magic Leap e altre piattaforme inseriscono nell’esperienza degli utenti informazioni che non sono correlate con la realtà. Per esempio, i Google Glass potrebbero visualizzare una notifica di una email in arrivo. Magic Leap potrebbe giocare una partita in cui la realtà fa da sfondo, ma è il contenuto del gioco il focus dell’attenzione.

Sarebbe corretto chiamare queste esperienze di “realtà mista”, non di “realtà aumentata”.

Nomade digitale

L’espressione “nomade digitale” è datata. La frase si riferisce a una persona il cui lavoro è “indipendente dal luogo fisico” in cui si trova; la persona può vivere all’estero o viaggiare per il mondo, perché può svolgere il suo lavoro tramite Internet. E’ un modo di dire che proviene dal passato, quando si utilizzava un computer portatile per la connessione a Internet e poter lavorare fuori dall’ufficio era raro.

Al giorno d’oggi, le persone possono lavorare sui loro smartphone, tablet e computer portatili da qualsiasi luogo in qualsiasi momento. “Nomade digitale” è quindi un’espressione anacronistica come “TV a colori” o “PC multimediale”: si dà per scontato che il televisore sia a colori e che un PC disponga di altoparlanti.

Unicorno

Nel gergo della Silicon Valley un “unicorno” è una startup pre-IPO, il cui valore stimato è di un miliardo di dollari o più.

L’unica ragione per cui queste startup sono chiamate “unicorni” è perché si vedono raramente. Il termine fu coniato due anni fa da Aileen Lee, un venture capitalist e co-fondatore di Cowboy Ventures. A quel tempo, c’erano meno di 40 startup unicorno.

Ora, ce ne sono almeno 139. Più precisamente, ci sono diverse startup che valgono più di 10 miliardi di dollari e ce n’è una il cui valore è più di 50 miliardi di dollari – Uber, che è l’unico “Ubercorno”.

Drone

La parola “drone” viene usata per riferirsi a qualsiasi oggetto telecomandato che vola – dai grandi aerei militari che possono sganciare bombe a piccoli giocattoli che possono essere controllati con un’app sullo smartphone.

Alcuni di questi velivoli usano l’intelligenza artificiale, altri no. Ma la definizione di “drone” si applica solo a un aeromobile senza pilota che può volare in modo autonomo e navigare utilizzando l’intelligenza artificiale. L’accento è posto sull’automazione, non sul volo o sul controllo a distanza.

Anche alcuni dei più grandi e costosi “droni” militari non sono affatto droni, ma veicoli aerei senza equipaggio pilotati a distanza (UAV, unmanned aerial vehicles).

Nessuno dei dispositivi consumer attualmente disponibili è un drone. Il termine migliore, anche se poco usato, per questo tipo di dispositivi telecomandati è “quadrirotori”, che si riferisce semplicemente al numero di eliche.