Quando Creative Solutions in Healthcare, che possiede 75 case di cura in Texas, si rivolse al cloud quasi cinque anni fa, scelse un fornitore locale di servizi gestiti (MSP – Managed Service Provider). “Volevamo supportare un’azienda del Texas e speravamo che questa potesse crescere con noi” afferma Shawn Wiora, CIO e CSO della compagnia texana con base a Fort Worth. “Sfortunatamente non è andata così”.

Infatti, mentre Creative Solutions in Healthcare si espandeva e raggiungeva 6000 dipendenti e migliaia di pazienti nelle sue case di cura, l’MSP è rimasto indietro a causa dell’infrastruttura server completamente fisica che non riusciva a stare dietro alle necessità richieste da Wiora in termini di applicazioni back office, come la business intelligence, gli ordinativi, la gestione contabile e i sistemi per la gestione dei documenti.

Inoltre il fornitore locale mancava delle conoscenze e della tecnologia necessarie ad assistere Wiora e il suo team con questioni di grande importanza come la privacy dei dati, la normativa HIPAA e la sicurezza complessiva nel cloud. Era insomma chiaro come l’azienda di Wiora dovesse cambiare piattaforma cloud. “In quel periodo abbiamo preso la decisione giusta scegliendo di affidarci a un fornitore di piccole dimensioni, ma ora è arrivato il momento di cambiare”, continua Wiora.

Dopo aver provato senza successo la piattaforma cloud Azure di Microsoft (c’erano diversi problemi con le licenze), Wiora è migrato su vCloud di VMware. “Siamo così passati da un ambiente completamente fisico a uno totalmente virtuale, gestito tra l’altro da un provider molto esperto in virtualizzazione”.

Con la maturazione del cloud e con l’emergere di nuove piattaforme economicamente più efficienti e in grado di fornire tecnologie di punta, molti dirigenti IT stanno ripensando ai loro accordi iniziali

Migrare da un cloud all’altro si è rivelato per Wiora più semplice rispetto al passaggio iniziale sul cloud di cinque anni prima, ma anche in questo caso non si tratta di una decisione da prendere alla leggera e sono comunque richiesti team di esperti da entrambi i lati, capaci di fornire aiuto e supporto reciproco nel processo di migrazione. Quello di Wiora non è poi un caso singolo, visto che con la maturazione del cloud e con l’emergere di piattaforme economicamente più efficienti e in grado di fornire tecnologie di punta, molti dirigenti IT stanno ripensando ai loro accordi iniziali.

Seth Robinson, senior director di analisi tecnologica presso CompTIA, afferma di aver notato ultimamente molti “passaggi” in ambito cloud; principalmente si è trattato di cambiamenti da piattaforme pubbliche a piattaforme pubbliche, ma anche da privato a pubblico e, in certi casi dovuti a questioni di sicurezza e controllo, persino da pubblico a privato.

Seth Robinson

Seth Robinson

“Le aziende stanno imparando a stare nel cloud e come ciò possa venire incontro alle loro necessità”, afferma Robinson. “Iniziano a fare richieste più intelligenti e a guardare più a fondo nell’attività del provider”.

Essere troppo precipitosi

Quando le aziende hanno iniziato a rivolgersi per la prima volta al “software as a Service” (SaaS) e al cloud computing, lo hanno fatto spesso per cavalcare una nuova tecnologia senza però rendersi conto di ciò che questo passaggio comportava realmente, spostandosi troppo rapidamente in un ambiente che non comprendevano appieno.

I fornitori di servizi cloud ad esempio ospitano sistemi per più clienti in un ambiente con un solo server, pratica che introduce rischi a livello di sicurezza, prestazioni e affidabilità. “Molte aziende hanno trasportato applicazioni e dati nel cloud con il presupposto che ciò garantisse sicurezza. In realtà si sono spesso trovate di fronte un livello di servizio comune alla gran parte dei clienti e, se volevano qualcosa in più dovevano aggiungere servizi o crearseli da sole”, afferma Robinson.

Un altro problema affrontato da molti early adopter in fatto di cloud è stata la scelta iniziale di provider più piccoli che non potevano competere con i fornitori più grandi in termini di conoscenza, infrastrutture o supporto. Questo è appunto il caso di Wiora con il provider locale scelto in un primo tempo, ma Ashwin Rao di Knovation si è trovato di fronte un ostacolo ben diverso.

Quello che non sapete

Knovation è un’azienda specializzata in tecnologie educazionali che fornisce strumenti digitali avanzati di apprendimento a più di 32 milioni di studenti e a 1.2 milioni di insegnanti in tutti gli Stati Uniti. I punti chiave del servizio offerto da Knovation sono il suo sito web e il database MySQL che contiene tutti i suoi prodotti e i dati dei clienti.

Ashwin Rao

Ashwin Rao

Nel 2012 Knovation ha deciso di convertire la sua infrastruttura fisica in una piattaforma basata sul cloud per ridurre i costi, migliorare la scalabilità e assicurarsi che la nuova infrastruttura fosse monitorata efficacemente a livello di patch, aggiornamenti e backup. Rao ha però notato quasi immediatamente un peggioramento generale con la nuova organizzazione e l’azienda è stata afflitta da continui problemi di sicurezza, compreso un attacco DoS. “Non abbiamo avuto il supporto di cui avevamo bisogno e che i nostri clienti avrebbero meritato. Abbiamo così dovuto fare un drastico cambiamento per continuare a offrire i servizi che i nostri clienti erano abituati ad avere, scegliendo però un modo che non caricasse eccessivamente il nostro team interno”, osserva Rao.

In più, e cosa forse anche più grave, il provider ha faticato non poco a far funzionare il database MySQL di Knovation nel cloud, a causa dei server virtuali e del loro comportamento a livello di sincronizzazione e replicazione. “Eravamo davvero in difficoltà e abbiamo provato qualsiasi tipo di configurazione per risolvere i vari problemi”, dice sempre Rao, che stava ormai perdendo ogni speranza nei confronti del cloud. Alla fine ha deciso di rivolgersi a INetU, uno dei fornitori di servizi hosting che aveva abbandonato in precedenza e grazie il quale, dopo un’adeguata verifica, ha deciso nel dicembre del 2013 di dare una seconda possibilità al cloud.

Questa volta la migrazione nel cloud è avvenuta in modo più strategico, con la creazione metodica di una lista che comprendesse tutti gli aspetti più rischiosi e importanti da risolvere prima e dopo la migrazione, soprattutto per quanto riguardava il database MySQL vista l’esperienza precedente. Alla fine Rao è ricorso a un approccio “ibrido”, spostando la maggior parte dei server di Knovation nel cloud di INetU e tendendo invece il database in un ambiente bare-metal.

Le preoccupazioni di un neofita

James Edmunds, direttore IT di American Infrastructure (compagnia specializzata in materiali per costruzioni), sta sperimentando con Microsoft Azure e Amazon Web Services per gestire i 1800 dipendenti dell’azienda, supportati al momento da due grandi data center. Edmunds punta a migrare gradualmente nel cloud nei prossimi due anni con la speranza di guadagnare in flessibilità e accedere alle migliori infrastrutture di calcolo possibili. Vuole però gestire questo importante processo con grande attenzione e valutare bene cosa ciascun provider è in grado di offrire.

James Edmunds

James Edmunds

Si sta quindi informando sulle tecnologie che i provider utilizzano per immagazzinare i dati e gestire le applicazioni e sta cercando di capire come i fornitori di servizi cloud assicurino le loro garanzie di uptime. “Non vogliamo arrivare al punto di ritrovarci in una situazione dove il grado di sicurezza non ha raggiunto la maturità di quella dei nostri data center. Dobbiamo essere certi di acquisire il giusto livello di sicurezza e di configurarlo nel modo corretto”.

Edmunds sta anche elaborando una exit strategy per evitare di essere vincolato al fornitore che sceglierà perché è sicuro che a un certo punto dovrà cambiarlo e lo stesso intende fare Wiora, che ora è molto più fiducioso nei confronti del cloud. Al tempo stesso però pensa che sia saggio tenere aperta una via di uscita per migrare un’altra volta su un altro servizio se si dovesse presentare una particolare necessità. “Non vogliamo essere vincolati a un fornitore di servizi cloud ma avere il controllo del nostro destino”.