Lo scenario fornito dal Ministero dell’Innovazione in tema di adozione del cloud in Italia – in particolare in occasione del GAIA-X Summit (qui l’intervento della ministra Paola Pisano all’evento) – evidenzia come nel nostro Paese la diffusione della nuvola sia ancora piuttosto bassa, con solo il 15% delle aziende italiane che usa servizi di cloud computing e al contempo una rilevante dipendenza da servizi cloud erogati da big player non europei.

È infatti del 60% la quota di mercato cloud italiano presidiata da cloud provider extra europei, pur se con data center allocati (anche) in Europa e nella stessa Italia. Cosa vuol dire questo? Che, a dispetto delle attuali “restrizioni” sull’affidare dati e asset aziendali imposte dall’abolizione del Privacy Shield con la Sentenza Schrems, sono tantissime le imprese e anche le pubbliche amministrazioni che scelgono di mettere in hosting il loro patrimonio informativo presso cloud provider extra europei, principalmente statunitensi.

Perché oggi aziende e PA sono così sensibili al tema della privacy e al rispetto del GDPR in numerosi contesti, e allo stesso tempo non si preoccupano del rischio che ospitare i dati in cloud su infrastrutture non soggette alle policy GDPR?

Data center in Europa, la conformità al GDPR non è scontata

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La risposta sta nel fatto che spesso la presenza di tali provider in Italia e in generale in Europa tramite data center con cui erogano servizi internamente all’UE, può far pensare a imprese e organizzazioni che la conformità al GDPR sia scontata, mentre in realtà non è affatto così.

I dati, una volta esternalizzati, automaticamente si prestano a essere raggiunti, e il modo in cui verranno, in determinati scenari, usati e richiesti sarà strettamente dipendente dalla giurisdizione cui saranno soggetti.

Ecco perché ha estremamente senso affrontare il tema della raggiungibilità giuridica dei dati nella nostra economia globalizzata. L’obiettivo? Conoscere il rischio derivante dalla possibilità che autorità governative extra-europee possano “accedere oppure interdire l’accesso a dati immessi in cloud in forza di poteri autoritativi, o, financo, ordinarne la distruzione ad esempio a seguito di un embargo o per ragioni di sicurezza nazionale”.

Lo studio “La raggiungibilità giuridica dei dati”, realizzato dagli esperti Eugenio Prosperetti e Innocenzo Genna – rispettivamente avvocato e docente di legal aspects of IT all’Università LUISS di Roma, e giurista esperto di regolamentazione europea delle telecomunicazioni, di Internet e dei dati – fa il punto su questo tema spingendo a una riflessione e a una maggiore consapevolezza su come affrontare la sfida della gestione e della tutela dei dati in cloud. Anche tenendo conto delle prospettive attualmente offerte dal Fondo Next Generation Eu per velocizzare l’adozione della nuvola nel settore pubblico.

Promosso dal Gruppo DHH (Dominion Hosting Holding), realtà sempre più in crescita e specializzata nei servizi di hosting, lo studio “La raggiungibilità giuridica dei dati” è scaricabile sul sito Seeweb in modo gratuito e senza richiesta di email a questo link.

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