“Il Cloud non esiste: è solo il computer di qualcun altro”

Questa battuta circola da molti anni nei reparti IT delle aziende e tra gli appassionati di computer, lasciando intendere che il cloud non sia migliore rispetto a un server locale, e che anzi bisognerebbe diffidarne, perché – appunto – non è sotto il nostro controllo ma affidato a qualcun altro.

Anche se fa sorridere, il Cloud è in realtà qualcosa in più di un semplice “computer”. È una infrastruttura formata da cluster di numerosi server in cui le risorse di computing, storage e networking sono virtualizzate e astratte dall’hardware. Le informazioni sono spesso replicate più volte sulle macchine fisiche e questo fa sì che l’eventuale guasto di un componente non comporti perdita di dati e, in base a come è configurato il cloud, nemmeno dell’operatività. Qualcosa di decisamente diverso da “un computer”.

C’è però un fondo di verità nella frase: con il cloud, affidiamo i nostri dati e le nostre applicazioni all’infrastruttura di un’altra azienda, al suo data center. È quindi necessario che con questa azienda ci sia un rapporto di grande fiducia e che ne condividiamo sia i valori di business come preparazione tecnica, correttezza, affidabilità e serietà, sia quelli di responsabilità sociale.

L’infrastruttura cloud affidabile

Per quanto riguarda l’affidabilità tecnica, la parola chiave per valutare un data center è “ridondanza”. Ogni elemento critico deve essere duplicato (o triplicato) in modo da offrire la massima protezione e garantire la continuità del servizio in caso di guasto o interruzione di una linea. La connettività dovrebbe essere garantita da più di un internet provider, su linee fisicamente separate. L’alimentazione elettrica potrebbe essere allacciata alle reti di più fornitori, ma deve in ogni caso prevedere un sistema di alimentazione formato da un gruppo di continuità a batteria in grado di continuare a fornire energia ai server e agli impianti di raffrescamento senza interruzione per il tempo necessario a far partire dei generatori elettrici che possano alimentare il data center per un periodo indefinito (rifornendoli di carburante, ovviamente).

In base a questi e altri criteri, l’Uptime Institute, massima autorità nella certificazione dei data center, ha definito quattro livelli di affidabilità: da Tier I (nessuna ridondanza delle apparecchiature IT; un massimo di 1.729 minuti di interruzione di servizio all’anno) a Tier IV (ridondanza anche nel raffreddamento e fault tolerance, 26 minuti al massimo di interruzione annua). Questa classificazione è ora rispecchiata dalla certificazione ANSI/TIA 942 (da Rating  1 a Rating 4).

Grande attenzione deve essere dedicata anche all’aspetto della sicurezza “fisica”, con sorveglianza costante, identificazione di ogni persona autorizzata ad accedere al data center, videocamere di sorveglianza eccetera.

Oltre l’affidabilità tecnica

Se bastassero i requisiti tecnici, scegliere il fornitore cloud sarebbe tutto sommato semplice: i data center certificati come Tier IV non sono più una rarità, anche volendo restare in Italia. Per decidere il partner a cui affidare i propri dati più preziosi però non possono bastare una scheda tecnica e un elenco di certificazioni. È necessario considerare altri rischi, e mettere in gioco anche i valori di responsabilità sociale d’azienda.

Rischio finanziario

Quanto è solida l’azienda fornitrice? Come sono i suoi conti? Possiede il data center in cui opera o è “in affitto” presso qualcun altro? Teniamo presente che, nel caso fosse necessario cambiare in fretta e furia il fornitore, il trasferimento di dati e applicazioni potrebbe essere più lungo e complicato rispetto alla voltura di un contratto con un altro fornitore.

Rischio di sicurezza e privacy dei dati

Il Regolamento Generale per la Protezione dei Dati europeo (GDPR) pone vincoli specifici sulla localizzazione dei dati personali degli utenti. A meno di un consenso specifico prestato dagli interessati, questi dovranno trovarsi all’interno dei confini europei o di un Paese che offra garanzie equivalenti in materia di trattamento dei dati personali. In alcuni casi particolari potrebbero esserci vincoli di compliance ulteriori che richiedono la certificazione delle infrastrutture od obbligano a collocare i dati sul territorio nazionale.

Valori aziendali

Un fornitore va valutato anche in base all’attitudine verso la qualità del lavoro e all’impatto che la propria attività ha sull’ambiente. I data center sono impianti con un consumo energetico elevatissimo e hanno potenzialmente un grande impatto sull’ecologia non solo del territorio in cui risiedono, ma dell’ambiente in senso più ampio. L’attenzione a questi temi fa sì che negli ultimi anni gli attivisti abbiano messo in (cattiva) luce aziende che si sono affidate a fornitori poco rispettosi dell’ambiente o dei diritti.

Aruba, il partner giusto per competenza, affidabilità ed etica

In base a tutti i criteri esposti qui sopra, Aruba si posiziona in primo piano quale fornitore per servizi e infrastrutture cloud private o ibride per le aziende che richiedono affidabilità e sostenibilità.

Con tre data center in Italia, di cui due classificati Rating 4 e un altro già in fase di costruzione a Roma, più un data center in Repubblica Ceca, Aruba può contare su una vasta rete data center di qualità certificata, protetti da robuste misure di sicurezza. Potendo scegliere in quale dei data center “GDPR Ready” posizionare la propria infrastruttura cloud, i clienti possono stare certi che i dati non usciranno mai dai confini nazionali o europei.

Tra i data center della rete Aruba, spicca per dimensioni e qualità tecniche quello di Ponte San Pietro (BG), inaugurato nel 2017. Si tratta del più grande data center italiano, progettato non solo per superare i più stringenti requisiti di certificazione, ma anche con criteri di efficienza e sostenibilità ambientale. L’alimentazione proviene infatti al 100% da fonti rinnovabili: una centrale idroelettrica di proprietà e un parco di pannelli solari che ricopre gli edifici dell’impianto, con l’eventuale ricorso a fornitori esterni di energia prodotta unicamente da fonti sostenibili, con certificazione europea Garanzia di Origine (GO).

La scelta di utilizzare fonti rinnovabili e ottimizzare l’efficienza degli impianti non è solo una questione economica, ma appartiene a una visione dell’azienda per cui in ogni investimento è necessario fare i conti con la sostenibilità ambientale del progetto.