Con la disoccupazione nel settore tecnologico che si aggira intorno al 2%, le aziende dovranno darsi da fare per soddisfare le preoccupazioni dei nuovi assunti se vogliono riuscire ad attrarre e a mantenere i migliori talenti. Due nuovi sondaggi svolti a livello globale mostrano cosa vogliono i lavoratori più giovani e cosa devono fare le aziende per affrontare il fenomeno delle Grandi Dimissioni e i cambiamenti epocali sul posto di lavoro causati dalla pandemia.

Secondo i sondaggi, il primo della società di consulenza aziendale Deloitte e il secondo del fornitore di software per la gestione del posto di lavoro Robin Powered, i giovani lavoratori adulti si sentono esauriti, affrontano ansie e preoccupazioni soprattutto di carattere economico-finanziario, desiderano un lavoro più propositivo e flessibile e vogliono che le loro carriere si allineino con questioni etiche personali e globali.

“Sono esauriti: il 58% della Generazione Z sta attualmente sperimentando il burnout”, ha affermato il CEO di Robin Powered Micah Remley. “E mentre la compensazione economica è fondamentale, non aiuta da sola a combattere lo stress. Per questo gruppo di lavoratori, più tempo libero e maggiori risorse per la salute mentale e psicologica aiuterebbero molto”.

Il termine Generazione Z (o Gen Z) si applica generalmente ai nati tra il 1997 e il 2012, il che significa che oggi i componenti più “anziani” di questo gruppo anagrafico hanno circa 25 anni. Entro il 2025, la Gen Z rappresenterà circa il 27% della forza lavoro globale, secondo il World Economic Forum (WEF), sebbene altri dati riportino cifre ancora più alte. Con i termini Generazione Y o Millennial si indica invece la generazione dei nati tra il 1981 e la fine degli anni ’90.

Per il suo sondaggio Deloitte si è concentrata più specificamente sulla Generazione Z e sui millennial, scoprendo che:

  • Il 46% della Gen Z e il 45% dei millennial si sentono esauriti a causa dell’intensità/richieste dei loro ambienti di lavoro
  • Il 44% della Gen Z e il 43% dei millennial affermano che molte persone hanno recentemente lasciato la propria organizzazione a causa della pressione del carico di lavoro
  • Quasi la metà della Gen Z (46%) e dei millennial (47%) si preoccupa di non essere in grado di coprire le spese
  • Più di un quarto della Gen Z (26%) e dei millennial (31%) teme di non poter andare in pensione con condizioni economiche accettabili
  • Circa tre quarti della Gen Z (72%) e dei millennial (77%) concordano sul fatto che il divario tra le persone più ricche e quelle più povere del loro paese si sta allargando.
Anche il costo complessivo della vita è stato indicato dalla Generazione Z (29%) e dai millennial (36%) come principale fonte di preoccupazione. “Le preoccupazioni per il costo della vita possono essere un sintomo dei tempi, dati gli alti livelli di inflazione, ma indicano anche questioni che queste generazioni esprimono da anni. Parliamo di generazioni che non si sentono finanziariamente sicure e che sono profondamente preoccupate per la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza”, si legge nel report di Deloitte.

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In mezzo a questo disagio finanziario, molti della Generazione Z e dei millennial stanno ridefinendo i loro modelli di lavoro. Ben il 43% della Gen Z e il 33% dei millennial hanno un secondo lavoro retribuito a tempo pieno o part-time oltre al loro lavoro principale. Deloitte ha anche scoperto che una piccola, ma crescente, percentuale di lavoratori si sta spostando in città meno costose per lavorare a distanza, a conferma dell’importanza che queste generazioni attribuiscono a modalità di lavoro flessibili.

Questa sembra essere una tendenza in crescita: circa il 15% della Gen Z e dei millennial afferma infatti di essersi trasferito quest’anno in una città più periferica e meno costosa, rispetto al 9% degli intervistati nel sondaggio dell’anno scorso. Passando invece alla quantità di ore lavorative, il 36% ha affermato che il tradizionale formato 9-17, dal lunedì al venerdì, funziona. Un numero simile di intervistati (28%) vorrebbe invece una settimana lavorativa di quattro giorni, mentre il 28% preferirebbe orari di lavoro flessibili che vadano oltre il consueto 9-17 per cinque giorni a settimana.

C’è un’evidente richiesta di lavoro più flessibile: attualmente il 49% della Gen Z e il 45% dei millennial lavorano in remoto almeno una parte del tempo, mentre tre quarti affermano che quella remota sarebbe la loro modalità di lavoro preferita.

Anche i dati del report di Robin Powered indicano un chiaro desiderio di un posto di lavoro ibrido o flessibile. È emerso infatti che il 66% della Gen Z che lavora in ufficio a tempo pieno vorrebbe passare a un modello ibrido (46%) o completamente remoto (20%), mentre oltre il 73% di coloro che lavorano da remoto ha dichiarato di gradire questo modello. La ricerca ha anche mostrato che, se fosse in grado di progettare lo spazio ufficio “ideale”, la maggior parte dei lavoratori della Generazione Z non vorrebbe più dei cubicoli ma spazi ufficio delimitati da pareti.

Molte aziende si stanno preparando (o lo hanno già fatto) a espandere lo spazio collaborativo nei loro edifici per accogliere una forza lavoro ibrida più transitoria. I sondaggi Deloitte e Robin mostrano che la Gen Z e i millennial vogliono un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, migliori opportunità di apprendimento e sviluppo, un migliore supporto per la salute mentale e il benessere e un maggiore impegno da parte delle aziende per avere un impatto positivo sulla società.

“Il tema ricorrente con la Generazione Z, oltre al compenso, è l’attenzione alla flessibilità sul posto di lavoro e alla salute mentale. Questi sono due aspetti in cui vediamo un’enorme divergenza da altre generazioni”, ha detto Remley. “Se dovessimo parlare con i lavoratori della generazione dei boomer o della Gen X in merito ai benefici per la salute mentale, direbbero che sono affari loro e non del loro datore di lavoro, mentre la Gen Z vuole assistenza per la salute mentale dai datori di lavoro”.

Gli stessi datori di lavoro sembrano fare progressi nel dare la priorità alla salute mentale e al benessere sul posto di lavoro. “Più della metà concorda sul fatto che il benessere sul posto di lavoro e la salute mentale sono diventati più un obiettivo per i propri datori di lavoro dall’inizio della pandemia. Tuttavia, ci sono pareti contrastanti sul fatto che la maggiore attenzione stia effettivamente avendo un impatto positivo”, si legge nel rapporto di Deloitte.

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Un terzo sondaggio pubblicato mercoledì da Quest Diagnostics ha rilevato che le organizzazioni stanno lavorando duramente per attrarre e trattenere i talenti, ma la maggior parte dei dipendenti sta ancora pensando comunque a un cambiamento di lavoro. Quest ha intervistato 423 responsabili delle risorse umane e dirigenti con autorità decisionale (HRE) e 846 impiegati di aziende con almeno 100 dipendenti, rilevando che quasi due terzi (66%) dei lavoratori intervistati stanno pensando di cambiare lavoro nel prossimo anno, hanno adottato misure per farlo o hanno recentemente iniziato un nuovo lavoro. Più del 22% è attivamente alla ricerca di un nuovo lavoro.

Secondo il report la prospettiva di fare più soldi è la principale motivazione per il 55% dei dipendenti intervistati che stanno guardando un cambiamento di lavoro, seguito da migliori vantaggi in generale, inclusi i benefici sanitari e l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Non sorprende che l’importanza della retribuzione si sia riflessa nei due altri report. Robin Powered, ad esempio, ha scoperto che il 44% dei lavoratori della Generazione Z manterrebbe un lavoro di cui non sono felici a condizione che la paga sia buona. Al contrario, il 47% ha indicato che preferirebbe la felicità al denaro.

In effetti, Deloitte ha scoperto che la retribuzione è stata la ragione principale per cui la Generazione Z e i millennial hanno lasciato un ruolo negli ultimi due anni. Nella scelta di un nuovo datore di lavoro, tuttavia, un buon equilibrio tra lavoro e vita privata e opportunità di apprendimento e sviluppo erano le massime priorità. Dal canto suo Robin Powered ha scoperto che il 39% dei dipendenti della Gen Z vuole mettere su famiglia e il 49% vuole comprare una casa nei prossimi cinque anni“non sorprende quindi che siano così spinti dalla retribuzione”, ha detto Remley.

Per le aziende che cercano di capire come rendere felici i loro dipendenti, gli aumenti salariali, in particolare quelli oltre il 10%, hanno aiutato a trattenere i dipendenti che stavano pensando di lasciare un lavoro. “Dato che la maggior parte di coloro che abbiamo intervistato guadagna meno di 40.000 dollari all’anno, i datori di lavoro dovrebbero prendere in considerazione un aumento di stipendio da 4.000 a 8.000 dollari per trattenere in azienda i talenti della Gen Z, ha affermato Remley.

La generazione Z e i millennial stanno anche facendo pressioni sui loro datori di lavoro affinché affrontino i cambiamenti climatici, in particolare quando si tratta di progetti in cui possono essere coinvolti direttamente. L’allineamento con i valori dei lavoratori è fondamentale per i datori di lavoro che sperano di attrarre e trattenere i giovani talenti.

Infine, quasi due intervistati su cinque da Deloitte hanno affermato di aver rifiutato un lavoro o un incarico perché questo non corrispondeva ai loro valori. Coloro che invece sono soddisfatti dell’impatto sociale e ambientale dei loro datori di lavoro e degli sforzi aziendali per creare una cultura diversificata e inclusiva, hanno maggiori probabilità di voler rimanere in azienda per più di cinque anni.

“Le generazioni precedenti non avevano l’opportunità di chiedere queste cose”, ha detto Remley. “La Gen Z non ha paura di chiedere vantaggi inconcepibili fino a qualche anno fa come una settimana lavorativa di quattro giorni. Questi giovani stanno entrando nel mercato del lavoro in un momento in cui, a causa della carenza di talenti, possono chiedere molto e ottenerlo”.