Come salvare il vostro posto di lavoro dalla minaccia dei robot

Se è vero che i robot rischiano di cancellare milioni di posti di lavoro, è altrettanto vero che l’elemento umano rimane per ora unico e insostituibile.

Un robot intelligente in grado di fare il nostro lavoro? Sempre nuove ricerche suggeriscono che la risposta a questa domanda sia positiva, se non oggi molto presto. Lo stesso Fortune ha dichiarato che la “disoccupazione tecnologica” è un fattore sempre più significativo per inquadrare il numero crescente di persone in età lavorativa che non riescono a trovare un’occupazione.

Nel suo recente libro Humans Are Underrated Geoff Colvin osserva come i robot mossi dall’intelligenza artificiale siano sempre più spesso utilizzati per compiere operazioni ripetitive, considerate fino a poco tempo fa come impossibili da compiere se non tramite l’intervento umano. Operazioni come tradurre testi in altri lingue, caricare e svuotare una lavastoviglie, cucinare un hamburger, analizzare migliaia di documenti per una causa legale si sommano così ad altri compiti che, in futuro, anche i robot saranno in grado di compiere.

Quando il camion a guida autonoma di Daimler diventerà operativo e inizierà a viaggiare per le strade di mezzo mondo, si calcola che quasi 3 milioni di posti di lavoro nei soli Stati Uniti potrebbero essere in pericolo. Lo stesso discorso può essere fatto per Siri, Google Now, Cortana e altri assistenti virtuali, che con futuri miglioramenti e con una diffusione ancora più capillare potrebbero cancellare fino a 3 milioni di posti di lavoro nel settore amministrativo.

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Il consiglio di Colvin, di fronte a questo scenario in effetti inquietante, è di chiedersi non tanto cosa la tecnologia non sia in grado di fare, bensì cosa l’uomo debba fare. Si devono insomma continuare a coltivare caratteristiche uniche dell’essere umano come l’empatia, la collaborazione e la capacità di risolvere problemi: in poche parole l’interazione umana, che per fortuna manca ancora alle macchine (anche quelle più evolute).

i dirigenti IT dovranno cambiare le modalità con le quali istruire e assumere lo staff IT

Fin dalla Seconda Guerra Mondiale si è preferito impostare l’educazione statunitense tra college e scuole superiori sul concetto di STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), concentrandosi invece meno su discipline come la scrittura, la storia, la musica e altre arti liberali. Se questa impostazione ha creato una classe lavorativa efficiente e preparata sul versante tecnico, ha anche formato persone in cui le doti di comunicazione sono state fin troppo sottovalutate.

Tutto ciò è importante perché in futuro le aziende non cercheranno più tanto e solo persone con capacità tecniche eccellenti, ma anche e soprattutto dipendenti che siano in grado di costruire rapporti umani, guadagnare la fiducia dei clienti e dei colleghi e risolvere problemi in modo collaborativo. Ecco perché i dirigenti IT dovranno cambiare le modalità con le quali istruire e assumere lo staff IT.

Si dovrà iniziare con l’empatia, attributivo cognitivo che può essere insegnato e ci sono aziende, come MindTools ed Empathy Training, che aiutano i lavoratori a capire i sentimenti e le esigenze altrui e a convogliare nel modo giusto la volontà di aiutare. Questo approccio, come è facile immaginare, è fondamentale soprattutto in campo medico, ma anche quando si parla di IT la capacità di essere pazienti con chi fatica a capire e a utilizzare una nuova tecnologia e di aiutare e superare gli ostacoli più grossi ha una grande importanza.

bisogna includere nello staff IT anche persone provenienti da studi artistici-umanistici e non solo tecnologici

Il secondo consiglio di Colvin è di affidarsi a un cosiddetto “coach dirigenziale” che possa aiutare i lavoratori a superare problemi, paure e debolezze. Alcune persone ad esempio necessitano di aiuto per parlare con la stampa o interagire con i clienti, mentre altre, magari con un’eccellente preparazione tecnica alle spalle, non riescono a rapportarsi con i colleghi, soprattutto se questi hanno scarse conoscenze tecnologiche.

Un coach di questo tipo può quindi insegnare semplici “soft skill” come parlare del più e del meno, guardare negli occhi la persona con cui si sta parlando o fare semplici domande per guadagnare la simpatia e l’attenzione del proprio interlocutore. Tutte capacità che non migliorano solo le interazioni personali, ma anche i rapporti professionali.

Come ultimo consiglio Colvin insiste molto sull’includere nello staff IT anche persone provenienti da studi artistici-umanistici e non solo tecnologici. Chi esce da un’esperienza formativa di tipo STEM ha certamente le capacità necessarie a per risolvere problemi con la logica e la razionalità ricorrendo a metodi scientifici.

Oggi però ci sono così tante nuove tecnologie e diramazioni conoscitive che diventa impossibile per chiunque conoscere tutto di tutto. È in questo scenario che chi ha un background diverso dallo STEM può diventare decisivo nel prendere le decisioni giuste e nel risolvere particolari problemi, proprio grazie a un’educazione improntata più alla soggettività, a un pensiero olistico e a una prospettiva più basata sul fattore umano che non su quello scientifico.

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