Cloud ibrido: le soluzioni di AWS, Google e Microsoft a confronto

Una panoramica sui servizi di cloud ibrido AWS Outposts, Azure Stack e Google Anthos, offerti dai tre principali provider di cloud pubblico, e sulle proposte di Oracle e IBm

Google Cloud Cornerstone

Ora che tutti i principali provider di cloud pubblico offrono una soluzione di cloud ibrido chiaramente definita, è possibile confrontare i diversi approcci di Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure e Google Cloud.

Il cloud ibrido è una strategia IT che prevede l’esecuzione di determinati carichi di lavoro in diversi ambienti, che possono essere l’infrastruttura di uno dei principali provider di cloud pubblico, di un cloud privato oppure on-premise, tipicamente con un livello di orchestrazione che gestisce il tutto. Il multi-cloud è un concetto simile, ma generalmente non coinvolge il cloud privato o l’infrastruttura on-premise.

Questo approccio è particolarmente importante per le aziende con determinate applicazioni che devono rimanere on-premise, come le applicazioni a bassa latenza nei reparti produttivi o quelle con criticità sulla residenza dei dati.

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Secondo il report State of the Cloud 2019 di RightScale, il cloud ibrido è la strategia aziendale dominante. Il 58 percento degli intervistati nell’indagine afferma di preferire il cloud ibrido, il 17 percento opta per il cloud pubblico e solo il 10 percento sceglie un singolo fornitore di cloud pubblico .

I vantaggi del cloud ibrido includono la capacità di diversificare la spesa e le competenze, sviluppare resilienza e selezionare funzioni e caratteristiche in base ai punti di forza di un fornitore, evitando al contempo il temuto vendor lock-in.

Per i fornitori di cloud pubblico è un vantaggio che i clienti gestiscano tutto nel loro cloud, ma sono sempre più consapevoli del fatto che i clienti non vogliono necessariamente lavorare in questo modo e stanno fornendo opzioni più flessibili per adattarsi alle esigenze del mercato.

Di seguito esaminiamo le offerte dei principali vendor per il cloud ibrido, in particolare Microsoft Azure Stack, AWS Outposts e Google Cloud Anthos, e a seguire le opzioni proposte da Oracle, IBM, VMware e Cisco.

Microsoft Azure Stack

Microsoft è stata a lungo l’opzione privilegiata per le distribuzioni ibride con il suo ben noto Azure Stack, disponibile in technical preview fin da gennaio 2016.

Consente ai clienti di sfruttare vari servizi cloud di Azure dal proprio data center e, in teoria, facilita il passaggio al cloud per le aziende altamente regolamentate o più caute. Le applicazioni possono essere create per il cloud di Azure e distribuite sia sull’infrastruttura cloud di Microsoft che all’interno dei confini del data center aziendale senza riscrivere alcun codice.

Azure Stack offre una serie di servizi core per i data center dei clienti, come macchine virtuali, archiviazione, networking, gateway VPN e bilanciamento dei carichi, nonché servizi di piattaforma come funzioni, container, database e servizi di identità come active directory.

Lo Stack di Azure può essere eseguito su hardware di una varietà di fornitori partner, come HPE, Dell EMC, Cisco, Huawei e Lenovo. Il costo è flessibile come quello del cloud pubblico di Azure, quindi si paga per quello che si usa, con un prezzo base di 0,008 dollari per CPU virtuale all’ora, ma bisogna aggiungere un contratto di supporto software con Microsoft e supporto hardware con il fornitore scelto.

AWS Outposts

AWS ha annunciato l’ingresso ufficiale nel cloud ibrido alla sua conferenza re: Invent nel 2018 con il lancio di Outposts. E’ un servizio completamente gestito in cui AWS fornisce hardware e software preconfigurati per i data center locali dei clienti o spazio in co-location per eseguire le applicazioni in modo nativo nel cloud, senza dover operare fuori dai data center AWS.

I clienti ordineranno rack con lo stesso hardware che AWS utilizza in tutte le sue regioni, con software e servizi AWS su di esso, come calcolo e storage”, ha dichiarato all’epoca Andy Jassy, CEO di AWS, “ed è possibile scegliere tra due opzioni”.

Le due opzioni sono eseguire VMware Cloud su AWS o eseguire elaborazione e archiviazione in locale utilizzando le stesse API AWS native utilizzate nel cloud AWS.

Simbolicamente, Outposts è un’altra conferma che AWS riconosce che la maggior parte delle aziende desidera o ha bisogno di dividere carichi di lavoro e dati tra sistemi on-premise e servizi di cloud pubblico”, ha commentato Kurt Marko, analista indipendente, in occasione del lancio di Outposts.

Attualmente i clienti possono configurare il loro Outpost con una varietà di istanze EC2 e volumi EBS per l’archiviazione. Quando il servizio sarà reso generalmente disponibile alla fine del 2019, Outposts supporterà localmente i cluster Amazon ECS e Amazon EKS per applicazioni basate su container, i cluster Amazon EMR per l’analisi dei dati e le istanze Amazon RDS per i servizi di database relazionali. A breve distanza dovrebbero essere disponibili anche il toolkit di machine learning SageMaker e Amazon MSK per le applicazioni di streaming dei dati.

In un post pubblicato a settembre 2019 Matt Garman, vicepresidente dei servizi di calcolo di AWS, ha aggiunto alcuni dettagli sul progetto e ha evidenziato i casi d’uso che sono emersi finora, tra cui l’interesse dei clienti nei settori manifatturiero, sanitario, finanziario, media e intrattenimento e telecomunicazioni.

Uno degli scenari più comuni è rappresentato dalle applicazioni che richiedono latenza di millisecondi per gli utenti finali o apparecchiature in locale”, ha scritto Garman. “Alcuni clienti hanno necessità di eseguire carichi di lavoro ad alta intensità di calcolo nei propri siti produttivi con precisione e qualità. Altri hanno applicazioni ad alta intensità grafica, come l’analisi delle immagin,i che richiedono un accesso a bassa latenza per gli utenti finali o carichi di lavoro ad alta intensità di archiviazione che raccolgono ed elaborano centinaia di TB di dati al giorno”.

La disponibilità generale di Ouposts è prevista entro la fine del 2019 e le informazioni sui prezzi non sono ancora disponibili.

Google Cloud Anthos

Nell’aprile 2018 Google Cloud ha annunciato la disponibilità generale di Anthos: una nuova piattaforma che promette la possibilità di eseguire applicazioni on-premise, in Google Cloud e, soprattutto, con altri principali provider di cloud pubblici come Microsoft Azure e Amazon Servizi Web (AWS).

Anthos è una combinazione di Kubernetes Engine di Google (GKE), GKE On-Prem e la console Anthos Config Management per l’amministrazione unificata di policy e sicurezza nelle distribuzioni ibride di Kubernetes. È indipendente dall’hardware e può essere eseguito sui server esistenti o con rack VMware, Dell EMC, HPE, Intel e Lenovo.

Nello stile abbastanza tipico di Google, i fattori chiave di differenziazione sono l’interoperabilità e le credenziali open source. “Anthos consente di gestire anche i carichi di lavoro in esecuzione su cloud di terze parti come AWS e Azure, offrendo alle aziende la libertà di sviluppare, eseguire e gestire le applicazioni sul cloud di propria scelta, senza richiedere ad amministratori e sviluppatori di apprendere ambienti e API diversi”, aveva sottolineato Google in un post all’epoca del lancio.

Oggi, Microsoft dice che è possibile eseguire Azure Stack on-premise e in cloud, Amazon dice che è possibile eseguire Outposts on-premise e nel cloud AWS”, ha dichiarato Thomas Kurian, CEO di Google Cloud. “Sono ottime aziende, ma non per quanto riguarda la soluzione del problema del multi-cloud”.

Nick McQuire, vicepresidente della ricerca presso CCS Insight, ha commentato: “Con l’arrivo di Anthos, e in particolare del suo supporto per l’open source, soprattutto Kubernetes, Google sta intraprendendo un percorso molto più realistico per andare incontro ai clienti nel loro viaggio verso il cloud e punta a diventare lo standard nei servizi ibridi multi-cloud nella prossima fase del mercato cloud”.

Anthos viene fornito attraverso un abbonamento mensile con un impegno minimo di un anno. Il costo viene determinato in base a blocchi incrementali di 100 vCPU, a partire da 10.000 dollari per blocco, indipendentemente da dove è in esecuzione quel carico di lavoro.

Oracle Cloud at Customer

Il business Infrastructure-as-a-Service di Oracle potrebbe non essere in forte espansione, ma la società offre da tempo un’opzione ibrida denominata Cloud at Customer.

Lanciato nel 2016, il servizio riunisce infrastrutture cloud e servizi, come database, big data e sviluppo app, nonché applicazioni SaaS come CRM (Customer Relationship Management), pianificazione delle risorse aziendali (ERP) e gestione del capitale umano (HCM), nei data center dei clienti.

Oracle fornisce hardware convergente, servizi di archiviazione e gestione software-defined per eseguire le applicazioni dei clienti. La società richiede semplicemente spazio per i data center, rete e alimentazione, prima di implementare tutto on-premise e gestire i servizi cloud, completi di regolari aggiornamenti.

La differenza, rispetto ad altri vendor, è che Oracle chiede ai clienti di firmare un contratto a lungo termine – minimo 3/4 anni – per tenere conto delle spese in conto capitale relative alla fornitura e all’installazione dell’hardware dedicato.

Nirav Mehta, vicepresidente del product management di Oracle, descrive il servizio come se “Oracle Cloud si estendesse dal nostro data center al cliente”.

Studiamo gli spazi, costruiamo, forniamo, implementiamo e gestiamo il software, quindi offriamo una distribuzione chiavi in mano”, ha aggiunto.

Oracle afferma che il servizio è stato da clienti del settore pubblico e dei servizi finanziari. Due clienti disposti ad essere nominati sono Bank of America e AT&T.

IBM

Con la sua acquisizione da 34 miliardi di dollari della società open source Red Hat, nel 2018, IBM ha compiuto un chiaro spostamento strategico per diventare un fornitore di cloud ibrido.

IBM diventerà il fornitore di cloud ibrido numero uno al mondo, offrendo alle aziende l’unica soluzione di cloud aperto che sbloccherà l’intero valore del cloud per le loro attività”, ha affermato il CEO di IBM Ginni Rometty in merito all’acquisizione.

La strategia è ancora nella fase iniziale, ma IBM vuole chiaramente affermarsi come partner indipendente per i clienti che scelgono ambienti ibridi e multi-cloud. In un comunicato stampa la società ha dichiarato che offre una serie di strumenti e servizi “per aiutare le aziende a migrare, integrare e gestire applicazioni e carichi di lavoro senza interruzioni e con sicurezza su qualsiasi cloud pubblico o privato e ambiente IT locale”.

Nello specifico l’offerta include una nuova IBM Cloud Integration Platform per aiutare a gestire i servizi cloud attraverso ambienti cloud e on-premise con un unico modello operativo e set di strumenti sicuri. La piattaforma “container-based” promette un facile passaggio di dati e applicazioni attraverso l’infrastruttura e allinea gestione API, eventi e messaggistica aziendale.

Uno dei primi clienti del servizio è Santander Bank, che ha annunciato che investirà 700 milioni di dollari in cinque anni per posizionare IBM come “uno dei principali partner di trasformazione del Gruppo Santander”, in particolare per “l’attuazione della propria strategia di cloud ibrido“.

IBM sta supportando la banca con “metodologie e processi che accelerano il percorso di trasformazione. Inoltre, la banca sta utilizzando una gamma di tecnologie tra cui soluzioni devops e API Connect di IBM, volte a sviluppare, iterare e lanciare applicazioni e servizi digitali nuovi o aggiornati molto più rapidamente”.

Altre opzioni disponibili sul mercato

Oltre a quelle dei grandi fornitori di cloud, esistono altre soluzioni che possono aiutare i clienti a eseguire anche ambienti ibridi, tra le quali Cisco CloudCenter e VMware vCloud Suite.

Un’altra opzione disponibile è OpenStack. Con l’alternativa open source i clienti possono colmare il gap tra fornitori multipli di software e hardware cloud, tuttavia è necessario avere competenze tecniche e risorse dedicate all’interno della propria azienda.