CIO e cloud provider: stop ai ricatti dei software vendor

I CIO italiani e il CISPE usano parole forti per definire alcune pratiche scorrette dei software vendor, che includono nei contratti clausole che comportano costi non giustificati né prevedibili e limitano l'innovazione. Presentato un decalogo

Tutte le principali associazioni di CIO italiani, (CIO AICA Forum, AUSED, CIO Club Italia, FIDAinform, CIONET) insieme al consorzio dei cloud provider europei CISPE, hanno presentato un documento con dieci Principi per una gestione delle licenze software equa e corretta per gli utenti del Cloud, che mira a contrastare quelle che gli autori hanno definito pratiche commerciali sleali di alcune società di software.

Il decalogo è stato presentato in un evento a cui hanno partecipato parlamentari europei coinvolti nei lavori del disegno di legge Digital Markets App, che mira a impedire abusi e pratiche da parte delle aziende che dominano il mercato del digital.

Tra i principali rilievi i CIO individuano l’imposizione di costi di licenza ulteriori per chi vuole portare in cloud un software acquistato in versione on-prem (o viceversa), le difficoltà tecniche o contrattuali poste a chi voglia usare un cloud diverso da quello proposto dal software vendor e le limitazioni di servizio imposte a chi – legittimamente – acquista licenze software usate.

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“Il cloud rappresenta un’enorme opportunità per la crescita del paese, per i mercati e per la trasformazione digitale. Sappiamo però che alcuni fornitori di software ben radicati stanno usando licenze che definiamo sleali per imporre meccanismi di utilizzo di sistemi cloud specifici – afferma Luciano Guglielmi, Presidente di CIO AICA Forum e questo ostacola e rallenta il processo di innovazione delle aziende e del Paese”.

(fai clic sull’immagine per aprire il pdf)

Guglielmi ha sottolineato come i problemi non si limitino alla lettera delle clausole del contratto, ma coinvolgono anche pratiche commerciali messe in atto come ritorsione per quei clienti che scelgono servizi cloud alternativi a quelli della casa, che spesso sono soggetti ad audit estensivi e incessanti che – a causa della complessità e interpretabilità dei contratti di licenza – finiscono spesso per rilevare qualche presunta irregolarità da sanare. Avere termini di licenza chiari e intellegibili è al primo punto tra le richieste dei proponenti.

“Oltre al costo economico per le aziende, che spesso si ritrovano a dover pagare più volte per poter usare lo stesso software su piattaforme differenti, queste pratiche hanno un costo per l’innovazione e un costo ambientale per il mondo intero”, afferma Francisco Mingorance, Segretario Generale del CISPE. I cloud provider europei, infatti, si sono dati obiettivi molto stringenti per l’azzeramento dell’impronta ecologica dei propri data center, ma le pratiche commerciali dei software vendor potrebbero imporre l’utilizzo di cloud proprietari che non rispettano gli stessi principi di sostenibilità, e quindi inquinano di più.

“Con la legge Digital Market Act abbiamo un’opportunità storica per garantire che questa legge affronti il tema delle pratiche commerciali sleali delle aziende di software legacy”, aggiunge Mignorace.

I 10 principi per licenze software più eque

1. I termini di licenza devono essere chiari e intellegibili

L’ambiguità dei contratti spesso rende difficile al cliente capire quali siano i propri obblighi. Questo a volte comporta pesanti aggravi di costo in fase di audit da parte del software vendor.

2. Libertà di portare nel cloud il software acquistato in precedenza

Chi ha acquistato un software on-premises deve essere libero di continuare a utilizzarlo anche se decide di migrare il proprio data center nel cloud.

3. I clienti dovrebbero essere liberi di eseguire il proprio software locale sul cloud di loro scelta

Alcuni software vendor consentono di installare i propri applicativi solo sul cloud di propria scelta, o applicano costi aggiuntivi in caso di utilizzo su cloud differenti.

4. Riduzione dei costi tramite un uso efficiente dell’hardware

Alcuni vendor impongono che il proprio software venga installato su hardware dedicato, impedendo ottimizzazioni di costi e consumi che possono derivare da un uso efficiente della virtualizzazione.

5. Libertà di non ricevere ritorsioni per le scelte cloud

Usano parole forti i CIO quando parlano di ritorsioni che i vendor mettono in atto nel caso il cliente scelga cloud diversi da quello proposto. Si parla di maggiori e più intrusivi controlli e di tariffe di licenza più elevate.

6. Evitare il lock-in dei clienti attraverso software di directory interoperabile

Alcuni fornitori software impongono l’uso di software per la gestione delle credenziali degli utenti che non possono essere resi interoperabili con servizi di directory di altri fornitori, complicando la gestione delle identità sul cloud.

7. Trattamento equo per i costi di licenza del software nel cloud

I prezzi del software non dovrebbero variare a seconda che venga utilizzato on-premises, su un data center gestito da terze parti oppure in cloud.

8. Gli usi consentiti del software devono essere affidabili e prevedibili

I produttori di software non dovrebbero cambiare unilateralmente i termini di licenza che indicano gli usi precedentemente consentiti, a meno che non sia richiesto dalla legge o per motivi di sicurezza.

9. Le licenze dovrebbero coprire casi d’usi del software ragionevolmente previsti

Alcune licenze sono fuorvianti perché richiedono l’acquisto di licenze aggiuntive per utilizzi che ragionevolmente dovrebbero essere previsti, soprattutto considerando che spesso sono usi raccomandati e promossi dal vendor stesso.

10. Consentire trasferimenti di software equi

La compravendita di licenze software usate in Europa è perfettamente legale. Ciò nonostante, spesso i fornitori di software rifiutano di supportare e fornire patch e aggiornamenti ai clienti che hanno acquistato licenze usate, degradando il valore del software ed esponendo i clienti a minacce alla sicurezza.

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Andrea Grassi
Editor di Computerworld e CIO Italia Giornalista professionista, ma con una formazione tecnico-scientifica, dal 1995 ha lavorato per alcune delle più importanti testate di informatica in Italia. È stato redattore di .Net Internet Magazine, il Mio Computer e MacFormat, responsabile di redazione di Computer Magazine, PC Magazine, Hacker Jorunal, Total Computer e del portale CHIP Download. Come publisher ha curato l’edizione italiana di CHIP, PC World, Macworld e ha ideato e lanciato le riviste mensili iPad Magazine e Android Magazine. È autore dei libri Windows XP per tutti e Mac OS Tiger pubblicati da McGraw-Hill e ha tradotto svariati altri manuali di programmazione, cybersecurity e per software professionali. Dal 2015 cura per Fiera Milano Media le testate Computerworld e CIO Italia dell’editore americano IDG. Ha seguito in particolar modo l’evoluzione di Internet, dagli albori della sua diffusione di massa, analizzandone gli aspetti tecnici, economici e culturali, i software di produttività, le piattaforme web e social, la sicurezza informatica e il cybercrime. Più di recente, segue le tematiche relative alla trasformazione digitale del business e sta osservando come l’intelligenza artificiale stia spingendo ogni giorno più in là il confine della tecnologia. Puoi contattarlo via email scrivendo ad andrea.grassi@cwi.it e seguirlo su Twitter (@andreagrassi) o Linkedin.