VMware, la ricetta per la fase 3: CEO tecnologici e applicazioni moderne

Il Country Manager Gigantino: i manager con competenze hi-tech facilitano il successo delle aziende, e le modern application, decisive durante i lockdown, sono anche la base per ripartire

VMware Raffaele Gigantino Country Manager Italia
Raffaele Gigantino, Country Manager di VMware Italia

Come gestire la “fase 3”, come giocarsi al meglio le proprie carte nell’era “new normal” che si spera stia per iniziare dopo i mesi dell’emergenza sanitaria? La ricetta che propone VMware si basa su due punti fermi: affidarsi a CEO e top manager con competenze nel settore tecnologico, e utilizzare sempre più applicazioni moderne (modern application nella definizione VMware), che già hanno avuto un ruolo fondamentale nel permettere alle aziende di rispondere agli impatti della Covid-19.

Sono le conclusioni di una indagine realizzata da Vanson Bourne e commissionata da VMware, secondo cui avere dei membri del team IT in ruoli di leadership porta benefici molto precisi: un miglioramento dell’efficienza in tutta l’organizzazione secondo il 51% dei responsabili aziendali italiani, un maggiore potenziale di innovazione secondo il 44%, e una migliore customer experience secondo il 40%.

Per quanto riguarda le moderne applicazioni, la ricerca – che è stata svolta a livello EMEA, ma di cui qui riportiamo solo i dati relativi all’Italia – ne evidenzia i benefici durante la pandemia: secondo il 72% degli intervistati italiani (la percentuale più alta in EMEA) hanno avuto un ruolo fondamentale nell’abilitare il remote working, secondo il 41% hanno dato continuamente impulso agli aggiornamenti in risposta al panorama mutevole, secondo il 26% hanno aiutato a ridurre i costi. Inoltre ben l’88% dei top manager italiani ritiene che l’evoluzione dei portafogli applicativi migliorerà l’esperienza del cliente, che è direttamente legata alla crescita dei ricavi.

Il più grande test di massa della trasformazione digitale

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“Ma le moderne applicazioni non hanno solo aiutato le organizzazioni a operare e a mantenere la loro agilità e affidabilità durante l’emergenza: in realtà sono la base stessa della trasformazione digitale, purché supportate da una solida infrastruttura software defined, e dotata di intrinsic security, fondamentale in un periodo come questo in cui il massiccio ricorso al remote working ha fortemente allargato il perimetro aziendale di esposizione alle minacce informatiche”, ha spiegato Raffaele Gigantino, Country Manager di VMware Italia, in un incontro con la stampa.

“In quest’ottica, da anni VMware sta realizzando la vision “any device, any application, any cloud”, con l’obiettivo appunto di sviluppare, far girare, gestire e proteggere qualsiasi applicazione su qualsiasi cloud su qualsiasi device, e uno dei più recenti tasselli è appunto la intrinsic security portata in dote dall’integrazione dell’acquisizione di Carbon Black.

Per molti versi, ha sottolineato Gigantino, il Covid-19 ha forzato alcune decisioni di digital transformation, accelerandone i tempi: “Dai pagamenti contactless mobile, al lavoro a distanza, al rapido sviluppo di applicazioni verticali specifiche, fino all’adozione di strumenti di collaboration, la pandemia ha imposto alle aziende di affidarsi al digitale, costringendo chi era in ritardo ad affrettare i tempi”.

“La risposta alla crisi ha portato a uno dei più grandi test di massa per la trasformazione digitale mai intrapresi, e diversi strumenti, applicazioni, tecnologie e modalità di lavoro sono stati impiegati a velocità eccezionale, ma dopo le decisioni a breve termine prese per rispondere all’emergenza, le aziende devono ora applicare un pensiero strategico a più lungo termine al cloud, alle reti, alla sicurezza e agli spazi di lavoro, ponendo le solide basi digitali necessarie per costruire applicazioni e fornire servizi digitali per il “new normal”, in un mondo che è cambiato per sempre”.

Il caso Città Metropolitana di Roma Capitale

Stefano Iacobucci, CIO di CIttà Metropolitana di Roma Capitale
Stefano Iacobucci, CIO di Città Metropolitana di Roma Capitale

Uno caso esemplare di tutto questo, ha detto il country manager di VMware, è quello di Città Metropolitana di Roma Capitale (già Provincia di Roma), che – come ha spiegato il CIO Stefano Iacobucci – aveva avviato già prima del lockdown un progetto di introduzione graduale del remote working basato su VMware Horizon 7, e si è trovata in pochi giorni a portare il numero di utenti interessati da 200 a 1200, con il supporto del partner R1 Group.

“È un progetto in cui sono state usate ovviamente tecnologie di end user computing, virtualizzazione desktop, e anche componenti di software defined data center, per rendere scalabile l’infrastruttura e rendere disponibili da remoto le applicazioni aziendali con gli stessi livelli di sicurezza dell’ufficio”, ha spiegato Gigantino.

“Siamo partiti con l’obiettivo immediato di rendere disponibili le postazioni da remoto – ha aggiunto Stefano Iacobucci – ma poi abbiamo introdotto una serie di ottimizzazioni in modo da gestire gli aggiornamenti software totalmente da remoto, e da avere sempre una copia di backup di ogni postazione virtuale, in modo da eliminare qualsiasi possibiità di perdita dei dati, tipicamente di tutti quei dati che quando la postazione è fisica si finisce sempre per salvare su hard disk locale”.

L’iniziativa, conclude il CIO dell’ente romano, è solo una componente di un vasto piano di trasformazione digitale: “L’obiettivo è migliorare i servizi alla cittadinanza, svincolarli dal supporto cartaceo, e soprattutto renderli davvero disponibili a tutti: l’ente pubblico deve guardare all’interesse generale”.