La Commissione Europea aumenta la pressione su big dell’IT

Ursula von der Leyen, neoeletta presidente della Commissione Europea, ha esteso i poteri del garante antitrust Margrethe Vestager e preso una posizione chiara sulla tassazione dei servizi digitali

Unione europea web tax
Credit: Etienne Ansotte/EU

Negli ultimi anni la Commissione Europea ha colpito diversi giganti della Silicon Valley e il presidente entrante Ursula von der Leyen sembra non voler allentare la pressione. Nel suo discorso al Parlamento europeo prima della vittoria elettorale, Von der Leyen ha dichiarato che la regolamentazione e la tassazione dei big dell’IT sono in cima alla sua agenda.

Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen, sarà alla guida della Commissione Europea da novembre 2019

Mi batterò per tasse eque – sia per le industrie tradizionali che per le imprese digitali. Va bene che i giganti della tecnologia realizzino enormi profitti in Europa, perché siamo un mercato aperto e ci piace la concorrenza”, ha detto Von der Leyen. “Ma se stanno realizzando questi profitti beneficiando del nostro sistema educativo, dei nostri lavoratori qualificati, delle nostre infrastrutture e della nostra sicurezza sociale … non è accettabile che non paghino le tasse perché aggirano il nostro sistema fiscale. Se vogliono beneficiarne, devono assumersi anche gli oneri”.

Dopo l’elezione a presidente della Commissione Europea, Von der Leyen ha rafforzato la sua posizione estendendo i poteri del garante antitrust, carica che sarà ricoperta da Margrathe Vestager.

Nei cinque anni di mandato come Commissario europeo per la concorrenza, Vestager ha sottoposto Apple, Amazon, Alphabet, Facebook e Qualcomm al pagamento di multe antitrust e di tasse non versate che complessivamente ammontano a oltre 18 miliardi di euro. Le sue azioni hanno portato il New York Times a definirla il “più potente regolatore dei big della tecnologia del pianeta”.

Nel suo ruolo appena creato di vice-presidente esecutivo per “un’Europa pronta per l’era digitale”, Vestager mantiene la responsabilità per il portafoglio della concorrenza, aggiungendo al contempo la leadership della politica digitale dell’Unione.

La prima impressione è che l’era di una regolamentazione ‘soft’ per le aziende tecnologiche stia volgendo al termine”, ha dichiarato a Computerworld Francine Cunningham, responsabile degli affari pubblici dello studio legale internazionale Bird & Bird.

Sostenere le aziende europee, senza cadere nel protezionismo

Vestager ha sempre affermato di non prendere deliberatamente di mira la Silicon Valley, ma ha anche espresso il desiderio di aiutare le aziende europee a competere sui mercati mondiali.

Questa ambizione potrebbe presto ricevere un sostegno finanziario dalla Commissione Europea. Secondo un documento ottenuto da Politico, diversi rappresentanti della Commissione spingono per la creazione di un fondo di investimento che dovrebbe stanziare oltre 90 miliardi di euro in partecipazioni in società tecnologiche europee, con l’obiettivo di sostenere la competizione con i colossi statunitensi e asiatici.

Secondo Cunningham, la Commissione dovrà valutare attentamente le strategie orientate al mercato e quelle interventiste.

La Commissione può agire solo se ha la competenza giuridica per intervenire su una questione, altrimenti si espone a facili contestazioni. L’esecutivo della UE deve inoltre giustificare accuratamente qualsiasi decisione che coinvolga società statunitensi, altrimenti verrà marchiato come protezionista”, ha affermato.

La necessità di una strategia condivisa

I critici dell’approccio della Commissione sostengono che le sue sentenze hanno avuto scarso impatto. Le indagini hanno impiegato così tanto tempo per essere completate che, al momento dell’emissione delle sentenze, parte della concorrenza era già stata espulsa dal mercato e le sanzioni hanno avuto un impatto minimo sui profitti delle aziende costrette a pagare.

Quale che sia il loro impatto, le azioni di Vesteger hanno spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a dichiarare che la commissaria “odia gli Stati Uniti, forse peggio di qualsiasi altra persona che abbia mai incontrato“.

Provocare l’amministrazione Trump comporta il rischio di misure di ritorsione. E’ quanto ha minacciato di fare Trump contro la Francia lo scorso luglio, dopo che il Senato francese ha approvato una tassa del tre percento sulle società con entrate per servizi digitali di almeno 750 milioni di euro in tutto il mondo e 25 milioni di euro in Francia.

Trump e il presidente francese Emmanuel Macron hanno raggiunto un accordo per porre fine alla disputa in occasione del vertice del G7 di agosto. Il governo francese si è impegnato a eliminare la tassa, una volta che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) avrà raggiunto un accordo internazionale sulla tassazione dei servizi digitali. Ma il compromesso potrebbe rivelarsi di breve durata: recentemente Bloomberg ha riportato che gli Stati Uniti stanno ancora valutando l’imposizione di tariffe.

Questo episodio mostra come l’introduzione di leggi in un solo Stato membro possa provocare tensioni più ampie nelle relazioni commerciali tra l’Europa e gli Stati Uniti”, ha sottolineato Cunningham.

Nel 2018 i ministri europei delle finanze hanno proposto l’introduzione di una Digital Services Tax (DST), ovvero una tassa sui servizi digitali, ma gli Stati membri non hanno raggiunto un accordo condiviso per sostenere questa politica.

Anche se l’OCSE sta attualmente lavorando a una soluzione internazionale per la tassazione digitale, alcuni Paesi hanno adottato misure unilaterali che introducono un’imposta sui servizi digitali in forma simile alla DST, tra cui Francia, Regno Unito, Spagna, Italia e Belgio”, ha spiegato Cunningham. “Ora tocca all’OCSE, ai Paesi europei e agli Stati Uniti proseguire i negoziati e allineare l’approccio internazionale con i Paesi che hanno già preso provvedimenti per tassare le entrate digitali”.

Per quanto riguarda l’Italia, la Legge di Bilancio 2019, entrata in vigore a gennaio di quest’anno, prevedeva l’introduzione di una “imposta sui servizi digitali” in linea con il modello europeo. La cosiddetta “web tax” è ancora in attesa dei decreti attuativi, tuttavia, secondo la formulazione data nella Legge di Bilancio, si dovrebbe applicare alle aziende che dai servizi digitali traggono profitti di almeno 750 milioni di euro a livello globale e 5,5 milioni di euro nel nostro Paese.

Il futuro dell’Europa digitale

L’insediamento della nuova Commissione è fissato per il 1° novembre, un giorno dopo la prevista uscita del Regno Unito dalla UE.

Nell’agenda digitale, oltre alla tassazione sui servizi digitali, ci sono temi caldi come il trattamento dei dati e la privacy online, a cui l’opinione è sempre più sensibile.

In tutta Europa c’è uno slancio politico verso l’introduzione di una maggiore regolamentazione sulle società tecnologiche, sulla scia delle preoccupazioni del pubblico sul controllo del mercato, le violazioni della protezione dei dati e la disinformazione online”, ha sottolineato Cunningham. “La Commissione sta affrontato la sfida di come applicare i ‘valori europei’ all’economia digitale, e i suoi rappresentanti sembrano essere motivati da ciò che vedono come la necessità di sviluppare un nuovo ‘contratto sociale’ tra le aziende tecnologiche e le giurisdizioni in cui operano”.