Imprese e Industria 4.0, la rivoluzione lenta

L’indagine Bcg-Ipsos evidenzia una situazione di incertezza per le imprese non ancora convinte di intraprendere la strada verso lo sviluppo del digitale

Bene ma non benissimo. Con una classica battuta da social che commenta situazioni molto meno che perfette e appare forse un po’ generosa, l’indagine “Il futuro della produttività” effettuata da Boston consulting group e Ipsos su un campione di su 170 aziende italiane, 14 delle quali al Sud, sintetizza così lo stato di salute del rapporto tra il sistema industriale italiano e le tecnologie di Industria 4.0.

Le imprese italiane non sembrano essere in sintonia con il viceministro allo Sviluppo Economico Dario Galli che, all’inaugurazione di Lamiera, la fiera del comparto delle macchine per la deformazione, il taglio e la lavorazione della lamiera, ha affermato: “Oggi qui in Fiera si parla di ferro, lamiere, che sono cose vere. Non si può pensare che il secondo miracolo economico si basi solo sul digitale. Però il loro approccio al digitale è ancora timido e fatto soprattutto di attività a bassa complessità, con un ridotto impatto sui ricavi.

È un po’ come se non fossero d’accordo con le parole del vice ministro, ma senza credere fino in fondo a ciò che fanno. Un approccio non deciso, ma a tentoni, un po’ per capire l’effetto che fa. “Industria 4.0 è una rivoluzione copernicana che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, che consente di affrontare nuove sfide e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”, spiega Andrea Alemanno, senior client officer di Ipsos. Però è una rivoluzione difficile da comprendere e che forse fa un po’ paura.

Nove imprese italiane su dieci mostrano difficoltà nell’affrontare il passaggio al digitale. Inoltre, solo il 45% investe su Internet, social network o e-commerce e solo il 37% investe sul customer relationship management e sulla gestione della profilazione dei clienti. Il 39% parla di resistenza al cambiamento, mentre il 46%, si giustifica con la mancanza di competenze digitali, che esiste ed è un vero problema, ma a fronte del 67% delle imprese ammette di aspettarsi un’elevata complessità nell’implementazione di questi progetti, solo il 26% delle aziende ha destinato risorse dedicate. Praticamente tutti sentono il bisogno di un forte miglioramento delle competenze, ma si delinea una certa incapacità di comprendere appieno la portata della rivoluzione che viene ancora vista come “roba da informatici ” o più in generale da tecnici. Tra quel 26% di aziende che ha allestito team esclusivamente dedicati al progetto, solo il 49% vi ha coinvolto persone con capacità di project management.

Le competenze più ricorrenti all’interno di questi team sono IT skill (62%), tech & automation skills (49%), R&S, product development (38%), mechatronics (29%), supply chain (26%), data analytics (25%) e marketing (13%). Risorse specializzate dunque, non sistemiche, commenta l’analisi di Bcg-Ipsos. Scendendo nel dettaglio delle singole tecnologie c’è un primo gruppo di soluzioni “apparentemente promosse” poiché considerate molto rilevanti e di complessità media. Stiamo parlando di Big data and analitycs, Cybersecurity, IoT industriale; il secondo raggruppamento comprende quelle di media rilevanza ma di bassa complessità (End-to-end supply chain integration, Internal supply chain tracking, Optical technologies), mentre il terzo racchiuderebbe quelle “bocciate” perché percepite come limitatamente rilevanti e ad alta complessità, ovvero Advanced robots, Augmented reality, Additive manufacturing.

In questo quadro non stupisce che alla domanda sull’incremento dei ricavi il 54% ammette di non poter fare ancora un bilancio, il 21% consideri il dato non collegato alle implementazioni in corso e solo il 25% denunci un saldo positivo. E il 22% di aziende che non hanno in programma alcun progetto sono per oltre un terzo aziende con meno di dieci dipendenti che ritengono gli investimenti eccessivi e i benefici non significativi se rapportati allo sforzo che si dovrebbe sostenere per le implementazioni. “Alla luce di questi dati – è il commento finale – emerge dunque una perplessità da parte della piccola-media impresa italiana che ancora non vuole fare i conti con una rivoluzione già in atto ovunque e che sta cambiando gli equilibri della geografia economica globale”. Un po’ peggio rispetto a bene ma non benissimo.

Luigi Ferro
Giornalista, da anni segue l'evoluzione del mondo Ict e le tematiche legate all'innovazione. Ha collaborato con le principali riviste del settore tecnologico, con quotidiani e periodici.