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Blog - Open source: parliamo di business in chiave desktop

Dal blog SistemAperto di Italo Vignoli il tema delle tante (troppe) distribuzioni presenti sul mercato

Lunedì 8 Febbraio 2010
di Italo Vignoli

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Io sono una persona semplice, e non riesco a comprendere come il software possa scatenare discussioni di tipo filosofico o peggio ancora politico. Per me, il software è uno strumento e deve essere interpretato come tale, ed è per questo che vorrei evitare qualsiasi inquadramento all’interno di una qualsiasi corrente di pensiero. Proviamo a parlare, una volta tanto, di come il modello open source si possa trasformare in un modello di business in grado di sostenersi da solo, senza l’intervento di una grande azienda.

Partiamo dalla base, ovvero dal sistema operativo: sono cinque anni che gli analisti affermano che è arrivata l’ora del desktop Linux, e poi non succede nulla. Linux, che potrebbe tranquillamente sostituire Windows su metà dei desktop dei colletti bianchi, rimane un’eterna promessa.

Eppure, Linux funziona. E allora, cosa c’è che non va? Io ho un’opinione: troppe distribuzioni tolgono credibilità al mercato. Io non le ho contate, ma c’è chi sostiene che siano più di 300 (DistroWatch ne elenca 309). Un CIO come può, umanamente, intraprendere un progetto di migrazione senza mettere a rischio il proprio posto di lavoro? Se qualcosa va storto, cosa racconta all’amministratore delegato?

L’ideale sarebbe quello di avere un’unica distribuzione, così come c’è un solo Windows (anche se in più versioni, e ho delle difficoltà a comprendere anche questa scelta) e c’è un solo MacOS. Siccome questa è utopia, credo si possa ragionevolmente scendere a tre distribuzioni, che – per evitare Silver, Gold e Platinum, abbondantemente sfruttati – si potrebbero chiamare Home, Professional e Ultimate…

Mi fermo. Credo che tutto questo sia sufficiente a scatenare la discussione.

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