Paolo Magrassi
Fisico teorico rifugiatosi nell'IT, Paolo Magrassi si occupa da sempre di technology transfer, R&D, consulenza strategica. E' partner e/o consigliere di aziende high-tech in tre continenti. prosegui >>
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UsAndThem
Italia-USA: provocazioni di Paolo Magrassi
Dopo oltre mezzo secolo di “economia della conoscenza” (Drucker, 1955), Lawrence Lessig continua a essere l’unica persona a me nota, oltre ovviamente a Richard Stallman, che abbia fatto proposte utili intorno alla proprietà intellettuale e al diritto d’autore.
Creative Commons (2001) è stato, quale che sia il giudizio tecnico che se ne vuol dare, un contributo utile e benemerito per fare passi avanti. Nel libro “Remix” (2008) Lessig formula cinque proposte concrete di riforma del copyright. Speriamo che venga ascoltato: se non per adottarne le soluzioni (io fatico a formarmi un’opinione al riguardo perché il discorso, nonostante l’apparente generalità degli interessi coinvolti, è in realtà molto tecnico sul piano giuridico), almeno per iniziare la transizione dal copyright dell’era Gutenberg a quello dell’era del web!
Ai detrattori di LL non sfuggirà che la parte propositiva del libro è molto più ristretta e, nel complesso, meno convincente di quella di contesto. A mio parere, risulta particolarmente debole la parte economica. Non basta il giurista per convincere gli editori che le riforme proposte non modificherebbero il flusso dei proventi. Ci vuole qualche numero.
Da Lessig e dalla sua prestigiosa cattedra a Harvard mi aspetto che vengano cooptati anche degli economisti per costruire una simulazione delle riforme proposte. Altrimenti, con i discorsi alati e i cyberscenari, le major non le convinceremo.
OPEN INNOVATION:
Aprire i confini dell’azienda e dei suoi partner per andare “nella nuvola” alla ricerca di innovazioni, di prodotto ma anche di processo. Vedasi, ad esempio, il crowdsourcing stile Innocentive o Yet2.com. Questa è una delle più grandi potenzialità del web 2.0, se non la più grande in assoluto.
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OPEN SOURCE:
Adottare software coperto da licenze non proprietarie.
Purtroppo, le licenze OS sono una piccola giungla. Si va dal software “libero” (quello duro e puro di Stallman), che è protetto da licenze GPL molto restrittive, a quello genericamente Open Source, che è il modello adottato dai software vendor.
Se per fare un nuovo software utilizzate un software GPL-ato, ossia libero, allora anche il nuovo software diventa GPL-ato e libero. Risultato? Nessun software vendor fa software GPL-ato (che non lo distinguerebbe per nulla dagli altri vendor e anzi metterebbe subito nelle loro mani il sw sviluppato ex novo).
E siccome l’86% del software OS è prodotto da aziende (e non da individui sfaccendati, come vuole il leit motiv dominante), ecco che in pratica tutto il sw OS interessante non è affatto “libero”, bensì coperto da licenze concepite appositamente per lasciare spazio alle interpretazioni pseudo-proprietarie.
(Se non ci avete capito nulla, siete in folta compagnia: adottare software OS, per un’azienda, significa infatti dotarsi di uno Studio Legale molto preparato. L’OS è per il 90% Diritto e per il 10% Informatica).
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OPEN SOURCE = OPEN INNOVATION?
Purtroppo no. Almeno per il momento, i due termini sono disgiunti e il significato di Open Innovation è quello dato all’inizio.
Il software libero, ancora nel 2010, non funziona proprio sul terreno delle innovazioni: se uno inventa un nuovo software, tenta di capitalizzare sull’idea per farci i quattrini. Sicchè, a tutt’oggi, il software GPL-ato non è quasi mai innovativo (per gli utenti), e si limita a riprodurre innovazioni già avvenute e a trasportarle in ambito “libero”. I software liberi, e in gran parte anche quelli OS, si manifestano quasi sempre laddove i vendor non hanno più interesse a competere e preferiscono operare su una piattaforma comune -un po’ come le piattaforme delle automobili di oggi. Essi finiscono dunque con l’essere, paradossalmente, funzionali al sistema dominante che vorrebbero sovvertire.
Sarebbe fantastico, invece, se tutte le invenzioni (e qui il discorso si allarga al tema più generale dell’Open Content) venissero messe sul libero mercato con licenza tipo GPL: l’autore continuerebbe a essere riconosciuto e remunerato, ma tutti potrebbero utilizzare l’innovazione (software, farmaco, macchina) per trarne delle altre, che a loro volta sarebbero automaticamente GPL-ate. Un mondo migliore di quello attuale, dominato da brevetti ed avvocati e dalle multinazionali che possono permettersi i migliori.
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UN NUOVO MONDO?
Purtroppo, molti sono gli ostacoli che dovranno essere superati per arrivare all’innovazione libera, ammesso che ci si arrivi.
Intanto, le aziende che vivono di brevetti (come le farmaceutiche, le bioagricolturali, le elettroniche, ecc.) fanno lobbismo per tutelare interessi che ritengono messi a repentaglio dall’innovazione aperta.
Poi, i giuristi dicono che “più ampio è lo spazio concesso alle utilizzazioni libere o soggette solo al pagamento del compenso, tanto più è compresso il diritto d’autore”. E, nella “società della conoscenza”, dobbiamo stare molto attenti a non buttare, con l’acqua sporca dei brevetti e dei copyright, il bambino dell’innovazione, dell’invenzione. Per questo c’è chi ha proposto schemi di proprietà intellettuali (come Creative Commons) che si sforzano di conciliare il capitalismo con l”innovazione “aperta” e “libera”.
Forse la strada è tracciata -grazie a gente come Richard Stallman e Lawrence Lessig- verso un futuro di innovazione libera, dunque “vera” open innovation.
Ma l’obiettivo appare lontano nel tempo e molti aspetti devono ancora essere sviscerati, soprattutto per quanto attiene al rapporto politico tra creatività e profitto.
Uno degli ostacoli sul percorso sono i pasdaràn che vivono il software libero come una fede religiosa. Costoro fanno, presso il pubblico generale, una propaganda negativa al movimento stesso che venerano, un po’ come gli adoratori di certi Santi popolari, che secondo le stesse gerarchie ecclesiastiche offrono una visione caricaturale del Cattolicesimo.
I pasdaràn dell’OS stanno alla liberazione della creatività come i fanatici dei “km zero” e i bigotti del “solare” o dell’”eolico” stanno all’ecologia. Ossia: i problemi sono più complessi di quanto essi credono e, propugnando ora questa ora quella “soluzione finale” che poi si rivela una bufala, fanno sorgere nel pubblico e nei politici il sospetto che sotto sotto ci sia una fanfaluca anziché un’idea molto valida.
Mentre da noi persistono, sull’argomento, il latinorum e la retorica, lo spirito pragmatico americano fa sì che in Usa si stia diffondendo a macchia d’olio l’utilizzo di dati tratti dai social network per effettuare previsioni in campo economico o d’affari (social network analysis).
Economisti e aziende specializzate scandiscono i pattern di Google, Twitter, Facebook, MySpace, LinkedIn e così via per trarne indicatori economici.
Per esempio, uno studio di Crimson Hexagon su Twitter ha rivelato che in febbraio il numero di persone in cerca di impiego è sceso rispetto a gennaio. Yellowbook.com (pagine bianche e gialle) ritiene di aver scoperto in ottobre 2009, analizzando le ricerche degli utenti, che il mercato dell’arredamento sarebbe salito a inizio 2010.
Il mio amico Erik Brynjolfsson, economista del MIT, ha messo a punto un modello che finora sembra prevedere l’andamento del mercato immobiliare con un’accuratezza quattro volte superiore a quella delle statistiche ufficiali. (Dell’approccio “scientifico” avevamo già parlato qui nel 2007).
Mentre ladri e ricettatori prosperano, i confusi vaneggiano, e i business model languono, bisognerà pur fare qualcosa per evitare il collasso dell’industria dell’entertainment e dell’informazione.
O vogliamo lasciare la musica in balia all’indistinto anonimato di Myspace e BroadJam, il cinema a YouTube, l’editoria libraria alle autopubblicazioni, e le news ai blogger?
In Francia ci si adopera per agevolare lo sviluppo di un’infrastruttura di micropagamenti della quale ci si potrebbe servire per remunerare i contenuti che si scaricano. Una delle misure proposte implica l’adozione di una carta prepagata, con incorporato uno [strano] contributo statale che verrebbe ricavato dalla tassazione della pubblicità online (a cominciare, ovviamente, da quella di Google). Meglio di niente: qualcosa si muove.
Una misura parallela ma nata dal basso, nel mondo imprenditoriale e non da uno Stato, è flattr, una start-up che sogna di affermarsi come sistema diffuso per i micropagamenti, introducendo una “moneta” apposita per remunerare i contenuti con un solo click.
Idea stimolante. Dateci un occhio e fatemi sapere.
Vogliamo ogni tanto dire qualcosa di positivo su italiani e innovazione scientifico-tecnologica? State a sentire.
Avrete già sentito parlare del crowdsourcing, ossia la ricerca di collaborazioni nella nuvola. Ci sono dei siti web sui quali aziende ed enti che cercano invenzioni e idee innovative postano le proprie richieste, promettendo premi in denaro (tipicamente, dai 10-15mila dollari in su).
Uno dei miei preferiti è Innocentive.
Sono, per così dire, richieste spot di consulenza specialistica. Gli argomenti vanno dalla genetica alle telecomunicazioni, dalle tecnologie agroalimentari alla chimica, dalla pulizia automatica delle toilette alle innovazioni bancarie.
Chiunque senta di avere le competenze necessarie si sceglie la “challenge” alla quale rispondere, ci pensa e formula una proposta. Alla scadenza prefissata, l’ente che ha postato la challenge decide se qualcuno merita di essere premiato e quindi remunerato per la sua proposta.
Ebbene, statistiche pubblicate nel 2009 da Innocentive dicono che i circa duemila residenti italiani iscritti hanno presentato 238 soluzioni/proposte, vincendo 8 volte. Cioè, il 3,5% delle proposte italiane sono state riconosciute valide e premiate.
Davanti agli italiani ci sono soltanto russi (7,5%), tedeschi (5%) e francesi (4%). Gli Usa, che hanno cinquantamila iscritti, hanno sinora visto premiate solo il 3% delle proposte, ossia meno degli italiani. Quanto a cinesi e indiani, solo l’1% circa delle loro proposte sono state premiate.
Penso che una sociologia del crowsourcing ci consentirebbe di misurare meglio il peso dell’Italia nella filiera delle innovazioni a base scientifico-tecnologica.
Per esempio, questi pochi dati grezzi pubblicati da Innocentive ci inducono a sospettare che la qualità degli addetti R&D italiani sia di ottimo livello internazionale.
Gli italiani che partecipano a Innocentive sono soprattutto persone che hanno un profilo R&D. Queste persone sono grosso modo il 2 per mille della popolazione attiva dell’Italia e il 4-5 per mille di quella dei paesi più avanzati in termini di R&D, come Giappone, Usa o Svizzera.
I paesi anglofoni sono penalizzati dalla rudimentale statistica che ho tratto da Innocentive, perché nel loro caso a partecipare al marketplace non sono solo ricercatori o studiosi, ma anche persone dal profilo tecnico-scientifico meno pronunciato e tuttavia più a proprio agio, in un sito in inglese, di un italiano, un giapponese o un cinese che non siano ricercatori e dunque poco avvezzi a utilizzare l’inglese come lingua di lavoro. Ad esempio, nonostante ci siano 50mila statunitensi iscritti, quelli che producono proposte vincenti sono relativamente pochi anche perché, probabilmente, bassa è la percentuale di ricercatori sul totale degli americani iscritti a Innocentive, e alta quella dei dilettanti.
Sono penalizzati anche i paesi dove l’inglese si mastica pochissimo, come Cina o Giappone. (Il Giappone, che ha la più alta densità di ricercatori e scienziati nella popolazione, non appare in posizioni di punta non solo su Innocentive ma neppure sui database della produzione scientifica e dei brevetti).
Dunque, i paesi non anglofoni ma con una popolazione di ricercatori che sanno usare l’inglese, come i paesi europei, hanno un vantaggio statistico nella demografia di Innocentive e di qualunque altro marketplace analogo in inglese. Questo può spiegare in parte il perché noi italiani si compaia davanti a Gran Bretagna, Usa o Cina.
Però, anche considerando questi aggiustamenti, che comunque andrebbero misurati, a me pare che il risultato dei “solvers” italiani su Innocentive sia incoraggiante, e che proponga un’interessante ipotesi di ricerca sociologica.
Il mondo deve e dovrà moltissimo al movimento Free Software di Richard Stallman e compagni (1985).
Gli deve moltissimo perché Free Software ha dato il via, con qualche anno di ritardo, al più ampio movimento Open Content: il ripensamento del diritto d’Autore, e degli strumenti giuridici a esso collegati, per le opere dell’ingegno in senso lato.
Nelle opere dell’ingegno non sono compresi solo il software (che cuba per meno del 3% del PIL mondiale) e la colossale industria dell’intrattenimento (libri, dischi, film, videogiochi), ma anche i brevetti. Pensiamo, per esempio, a quelli in campo farmaceutico o in campo biomolecolare (il futuro della medicina e dell’agricoltura).
Ridisegnare brevetti e diritto d’Autore è un imperativo nella “società della conoscenza”. Oggi ci sono Creative Commons e tante altre iniziative in corso. E tutte sono debitrici a Free Software e anche a Open Source (la sua versione, diciamo, light o annacquata, più spendibile presso le grandi corporation).
Ribadito il giusto orgoglio per avere dato la stura a un processo così vasto e nobile, gli informatici non dovrebbero tuttavia dimenticare che Open Source, ossia la proiezione dell’Open Content nel campo del software, è di portata assai inferiore. Insomma: il figlio (OC) è diventato molto ma molto più importante e grande del genitore (OS).
Open Source, si tende spesso a dimenticare nelle discussioni tra informatici, è una faccenda che riguarda i programmatori e le aziende produttrici di informatica. Invece, gli utilizzatori di IT e le loro aziende non devono (non dovrebbero) curarsene.
Cosa volete che importi, alla Fiat o a una banca o all’Inps, del codice sorgente di Windows o di Sap? (Se gliene importa, vuol dire che qualcosa di serio non funziona nel suo IT.) Gli utilizzatori dovrebbero occuparsi di funzionalità, di business rules, di business fit, di innovazione abilitata dall’IT.
Per un utilizzatore, sono rilevanti questioni come la fusione tra sw OS e sw proprietario in un’applicazione, o le questioni legali e delle licenze. Non i tecnicismi come il codice sorgente o il formato dei file.
Open Source riguarda la concorrenza tra produttori di informatica, i modelli di business per la produzione di informatica, e così via. E’ una piccola rivoluzione industriale per quel settore. Ma non dovrebbe “disturbare” il mondo esterno, con le sue problematiche, più di quel tanto. Anzi, avrà tanto più successo, come busines model, quanto meno lo farà.
Trovo che in Italia il dibattito su Open Content (diritto d’Autore, brevetti, ecc.) sia arretrato e maldestro e, parallelamente, il dibattito Open Software sia ipertrofico e sbilanciato sul versante delle quisquilie tecniche.
Qualcuno dell’HP se l’è presa perché giorni addietro fa ho scritto il post ironico “Odio l’HP“.
Pensavo che qualunque informatico o appassionato di informatica (la gente che legge Computerworld) capisse che in quel post parlavo di bloatware. Ma, a quanto pare, non è così.
Lasciatemi allora chiarire che, colà, mi riferivo all’annoso problema del software che non serve a nulla se non al marketing del vendor. (Questa è la principale fonte di bloatware. Un’altra può scaturire dalla scarsa sobrietà o esperienza dei programmatori, come classicamente accade[va] in Windows).
Comprate, per esempio, una stampante? Ebbene, nell’installer non ci trovate solo il software che serve per farla funzionare, ma anche un sacco di ammennicoli che si autoinstallano e servono al fornitore della stampante per accumulare statistiche, farvi pubblicità in futuro, “fidelizzarvi” in qualche modo.
Solo l’acquirente esperto riesce a liberarsi [in parte] del grasso aggiuntivo. Il 95% degli utenti vi resta invischiato.
Avrete certamente notato che, solo 4-5 anni fa, le stampanti erano snelle e plug&play, non già petulanti, invadenti a antipatiche come sono oggi. Oggi ci vuole mezzora o più per un’installazione che nel 2007 richiedeva 5 minuti. E, alla fine, quel che fate è lo stesso: stampa, fotocopia, scansione.
Il dibattito intorno al bloatware giganteggia nella stampa americana da un decennio, e il fatto che qui da noi non si riesca a farsi capire sul punto è un ennesima dimostrazione della nostra scarsa propensione all’informatica.
Quanto alla povera HP da me messa alla berlina: non è colpa mia, né sua, se da tanti anni io sono un acquirente di meravigliosi prodotti HP (e da molti più anni un ammiratore di Bill Hewlett e Dave Packard)! Se me la prendo con lei, è perché la amo.
Come sempre, nelle cose della vita.
Dopo averla venerata per decenni, adesso ho finito con l’odiare l’HP.
Che è successo?
E’ successo che a ogni nuova stampante che compro mi crescono le grane e l’inutile bloatware. Il subfolder “HP” del mio “Programs” è ormai arrivato a 231MB. E ciò accade nonostante io abbia avuto cura di rimuovere molte delle noiose applicazioni di puro marketing che serviranno forse all’HP ma certo non allo user. Se avessi lasciato fare al loro installer, saremmo intorno al giga!
Ormai rimpiango nostalgicamente la stampantina di due o tre generazioni fa (che era HP, ma non All-in-One) e all’allegato scanner Canon da 80mila lire. Facevo tutto quello che faccio ora, solo molto più in fretta e senza grane.
Ditemi che sbaglio. Ditemi che sono un incompetente laudator temporibus illis. Ditemi che non so installare una printer. Ditemi, vi prego, che il core-business della vendita di toner non finirà con l’uccidere una delle più belle aziende della storia informatica!
La caratteristica che io trovo più saliente del telefono di Google è che non abbia un call centre per il supporto clienti.
Almeno, così è in Usa. Il possessore del Nexus One deve avere lo stesso orientamento mentale dell’utilizzatore di PC: consultare le FAQ, andare sui forum, inviare email di improbabile immediata evasione.
Vi sembra, questo, un prodotto adatto ai consumatori italiani?
A me pare che anche in Usa e altri paesi con una percentuale maggiore della nostra di consumatori “IT-abili”, l’assenza del supporto telefonico fungerà da barriera per la diffusione di massa.
Che ne dite?
Certo, la rapacità alla Gordon Gekko.
Certo, il corto respiro, il focus sui risultati del trimestre e i bonus stratosferici pagati anche a chi piazzava junk bonds.
Certo, il ribasso dei prezzi delle case in Usa.
Eccetera.
Ma perché la comunità finanziaria intera ci è cascata in pieno?
Perché, all’avvicinarsi del meltdown del settembre 2008, non è cresciuto un consenso di opinioni tese ad ammonire su rischi gravissimi e imminenti?
Perché siamo ridotti a spolverare qualche sparuto maverick, che magari allora sparava cacchiate a vanvera (un po’ come il tizio che “previde” il terremoto dell’Aquila, sbagliando giorno e città) mentre oggi, a cose fatte, lo si vuol far passare come cassandra preveggente e inascoltata?
Tutto quel che avevamo erano premonizioni vaghe e generiche, che non portavano a intravedere la magnitudine e l’epoca del crack.
Non si è riusciti a prevedere l’evento, nel senso di «specificarne l’epoca, il luogo e la portata, con sufficiente affidabilità e accuratezza da giustificare il costo della risposta».
Perché?
Per due ragioni, io credo.
La prima è che la macroeconomia non è una scienza. È zeppa di modelli matematici complicatissimi ma, poiché non vi si possono organizzare esperimenti controllati, non va soggetta alla ripetibilità empirica tipica del modello scientifico.
La seconda ragione, collegata alla prima, è la copula gaussiana di Li, di cui già dissi altrove, inadatta ad avvertire il rischio delle correlazioni di insolvenza.
Ossia, il modello matematico utilizzato per il risk assessment delle collateralize debt obligations era debole nel misurare rischi del tipo di quello del Millennium Bridge di Londra.
Nell’estate del 2000 a Londra si è inaugurato il Millennium Bridge (un ponte pedonale), e dopo un solo giorno lo si è dovuto chiudere perché oscillava sotto i piedi della folla!
L’oscillazione era dovuta al feedback positivo che si innescava.
La gente, quando cammina, tende a oscillare un pochino lateralmente. Un certo numero di persone che camminino in fase possono trasmettere la loro piccola oscillazione, appena percettibile, al ponte. Altre persone, che pure sono fuori fase, tendono a camminare in fase a loro volta perché, inconsciamente, sentono oscillare flebilmente la strada sotto i piedi e quindi fanno un movimento che si oppone a quella sensazione.
Più gente si adatta alla fase, più il fenomeno di amplifica… Alla fine, se non si sta attenti, il ponte si spezza.
E la rottura può avvenire molto rapidamente, facendo passare in pochissimo tempo da stabilità a crack, perché da un certo momento in poi la fasatura delle camminate cresce in modo rampante, esponenziale. Sono le cosidette catastrofi.
Per fortuna, il Millennium Bridge fu chiuso prima che crollasse, perché ci si accorse che oscillava troppo lateralmente.
Le oscillazioni dei mercati finanziari dell’estate-autunno 2008, invece (compreso il primo fallimento nella storia di una banca d’affari, Bear Stearns, in primavera), non hanno fatto presagire il crollo catastrofico di settembre.
Però il crollo è avvenuto per una ragione non molto dissimile da quella del Millennium Bridge: l’accumularsi, improvvisamente rapido, vertiginosamente rapido, di una serie di piccoli fallimenti (di mutuatari). Il feedback positivo.
Era possibile prevedere? Io non lo so.
Le “piccole oscillazioni” dei mesi precedenti la catastrofe non sono state sufficienti a prevedere un crollo. E quando la crescita esponenziale delle oscillazioni è diventata insopportabile, le conseguenze erano già catastrofiche.
Si è intervenuti, ma un po’ tardi.
I fenomeni caotici-catastrofici sono per definizione imprevedibili, nel senso che a un certo punto le cose prendono una piega ingovernabile in modo indeterminato.
Abbiamo, però, un modo statistico di “prevedere il caos”: osservare il sistema per un tempo abbastanza lungo, così da misurare per quanto tempo, in media, esso riposa intorno ai propri attrattori.
Chissà…
CWI ci riferisce del Rapporto appena prodotto da Assinter, l’associazione che raggruppa le aziende di informatica delle regioni e delle province autonome italiane.
Dice che la produzione IT delle regioni e delle province autonome continua a essere captive e in house perché i grandi vendor non hanno capito il «core business del cliente Regione per quanto esso è mutato nel corso degli anni».
Per quel che ne so io, non solo i grandi vendor, ma anche tutti ma dico proprio tutti gli italiani che lavorano nell’ICT, fino all’ultimo programmatore junior appena diplomato, sanno benissimo qual è il core business in questione…
E sanno anche che l’IT regionale è in-house e captive perché i politici preferiscono gestire direttamente questa succulenta voce di spesa, pari a 1,12 miliardi di euro nel solo 2008, e tutte le poltrone che vi ronzano attorno.
Uno dei risultati di questo provincialismo è che la produzione IT di regioni e province autonome in Italia non è di livello internazionale e, in ambito Ocse, si colloca nelle fasce più basse come qualità del software, usabilità, accessibilità, diffusione, utilità, penetrazione nella vita sociale e, soprattutto, rapporto prestazioni/costo.
E’ cominciato nel 2008, mi pare, quando IWBank mi inviò la tesserina formato carta di credito con pulsante incorporato, con il quale io posso generare i numeri della mia chiave d’accesso personale.
All’atto di compiere un’operazione dispositiva con il conto online, la card genera un numero che il sistema riconosce come mio.
Va bene. Peccato solo che IWBank pretenda l’utilizzo della card anche per fare login, e non solo come codice dispositivo. Questo significa che, anche solo per vedere la situazione del conto, devi portare con te la card.
Cominciava il tramonto dell’era dell’online banking, che si avviava a tornare a essere “home banking”, come lo si chiamava un tempo. Se non altro, IWBank aveva avuto la delicatezza di usare una card, che puoi infilare nel portafogli (se ci sta).
Dopo un bell’annetto è arrivata Fideuram (tradizionalmente non un mostro di sicurezza online…), che invece di una card mi ha inviato un aggeggio grande come una scatola di fiammiferi. Questo, non lo puoi neanche portare nel portafogli: decisamente, fine dell’online banking “portabile”.
Adesso, buon ultimo, arriva BancoPosta Online (A proposito: se amate il brivido, fatevi un conto online con le Poste. Io lo tengo -con pochi euro- solo per vedere sino a che punto si possa arrivare. Eh eh eh…), che mi spedisce uno scatolotto grande come un telefonino, con tanto di tastiera.
Per impartire un’operazione dispositiva, devi avere con te sia lo scatolotto sia la tessera Postamat, che vi va infilata dentro. (Di positivo c’è che per le operazioni di sola interrogazione basta la vecchia buona password. In questo, Poste ha fatto meglio degli altri).
Tra un po’ ci chiederanno, per fare un’operazione online, di andare in filiale e usare un totem là…
Circola un’iniziativa tesa a far conferire il Nobel per la Pace all’internet.
Voi che ne dite?
In questa fase storica, semmai, c’è bisogno di impedire che certe lobby (editori rapaci, politici malaccorti, ecc) le nuociano promulgando leggi antilibertarie.
Tra le cose un tempo impossibili e che il Web abiliterà, secondo me c’è la democrazia assembleare diretta con voto “pesato”.
All’atto del voto democratico a suffragio universale, esiste un’ovvia asimmetria informativa tra i votanti, che vanno dalla nonnina analfabeta al giornalista politico navigato. Ai più pudichi potrà sembrare un’affermazione politicamente scorretta, ma la verità è che si tratta di un problema noto e rognoso.
Kenneth Arrow ricevette il Nobel per l’economia nel 1972 con il suo “impossibility theorem”. Il teorema può sommariamente essere espresso dicendo che è praticamente impossibile trovare un sistema elettorale giusto, ossia che tenga conto dei desideri dei votanti e che al contempo rispetti le regole basilari della democrazia.
Il sentore che la democrazia sia un sistema con delle pecche di fondo (quantunque “il meno peggiore di quelli sinora escogitati”, secondo Winston Churchill) e che il suffragio universale equanime sia fallace, è stato corroborato scientificamente da un più recente Nobel per l’economia, Joe Stiglitz (2001), mostrando come la “asimmetria dell’informazione” porti a distorsioni del libero mercato, contro la credenza che, invece, nei grandi numeri le cose si aggiustino sempre.
La buona notizia, però, è che fra qualche decennio tutti i cittadini saranno “digital natives”, indigeni del mondo informatico. Diventerà possibile passare a forme evolute di democrazia assembleare diretta, con coinvolgimento frequente dei cittadini.
E sarà possibile “pesare” i voti in funzione della competenza o del coinvolgimento dei singoli votanti.
Si vota sull’aborto? Il voto femminile pesa il 70%, quello maschile il 30%. Si vota sulle fonti energetiche? Il voto di fisici, chimici, ingegneri eccetera pesa dieci volte di più di quello degli altri cittadini. Sicurezza sul lavoro? Operai e artigiani pesano di più. E così via. (I numeri sono solo esempi).
Beninteso, le democrazie dovranno avere il coraggio di sollevare la questione e di affrontare, oltre alle faccende tecniche correlate, le necessarie modifiche costituzionali: con tutta la cautela del caso ma senza gli sciocchi tabù che oggi ancora ci pervadono su questo tema.
Voi che ne dite dell’idea?
E della sua fattibilità tecnica?
Avete ricevuto l’invito a partecipare alla sperimentazione della posta elettronica certificata (PEC) per rivolgervi all’Inps?
Io non ho aderito. Vi spiego perché.
Intanto, la PEC non serve quasi a nulla. Per quasi tutti gli atti formali vi viene richiesta la firma originale, fresca in penna blu. E questa, è chiaro, non potete inviarla come un allegato PEC. E’ vero che gli uffici pubblici, stoltamente, la accettano spesso per fax: ma non la accetteranno per email. Dunque, quando tenterete di usare la PEC vi diranno che serve anche la firma elettronica, esattamente come oggi non vi lasciano usare l’email (che sarebbe sufficiente nel 90% dei casi) e pretendono quella certificata.
Quando devo dialogare con l’Inps, la prima cosa che io faccio è cercare l’indirizzo email dell’ufficio competente sul sito web. Spesso mi rispondono. Se non lo fanno, insisto al telefono. Se non funziona neppure quello, scrivo un’email di protesta al Direttore competente. Non avverto, dunque, nessun bisogno di PEC. Né la PEC cambierebbe alcunché: se uno non mi risponde, non mi risponde!
Inoltre, ho qualcosina da ridire sul Modulo di Richiesta che mi è stato proposto dall’Inps:
+ Si parla di Modulo ma in realtà si tratta di un contratto. Non potevano dirlo chiaramente?
+ Si prosegue con l’italico vezzo consistente nel far circolare le fotocopie dei documenti delle persone: qui bisognerebbe allegare fotocopie e del documento di identità e del tesserino codice fiscale. A parte lo spreco di carta e il conseguente danno ambientale, del quale ovviamente il burocrate di turno non ha la più vaga nozione, l’articolo 3 della legge sulla privacy prescrive che i dati personali debbano essere memorizzati solo per il tempo strettamente necessario, e poi distrutti: voi pensate che le fotocopie dei vostri documenti verranno accuratamente distrutte dall’Inps dopo averne preso visione, oppure che resteranno a prendere polvere in luoghi dai quali una banda di malintenzionati potrebbe sottrarli (succede ogni giorno) per scopi di furto di identità?
+ E per andare più alla sostanza della cosa: pensate che l’impiegato che riceverà dalle vostre mani il modulo e la fotocopia dei documenti, li sottoporrà ad accurata verifica per accertarsi che siate proprio voi che state acquisendo un indirizzo di email certificata? Oppure pensate che un’altra persona, che si fosse procurata le fotocopie dei vostri documenti in uno dei mille luoghi italiani in cui esse vengono immagazzinate inutilmente, potrebbe andare all’Inps e chiedere la PEC sotto la vostra identità? (Se pensate la seconda cosa, avete indovinato);
+ Il Gestore della PEC non si impegna ad alcun livello di servizio quantitativamente espresso;
+ L’articolo 11 del Contratto/Modulo, sul trattamento dei dati personali, è un pasticcio, campionario di ambiguità e inesattezze. Una legal exposure per l’Inps;
+ In caso di controversie, il foro legale competente è quello di Roma, in difformità dalla diffusa e ormai antica consuetudine in base alla quale il foro competente dovrebbe essere quello del consumatore (nella fattispecie non si tratta di una transazione commerciale, però lo spirito dovrebbe essere quello). Questo sta a indicare o che l’Inps è molto insicura del servizio e pensa che possa presentarsi spesso la necessità di stare in giudizio per difendersi o che il Modulo/Contratto è stato stilato con fretta e sciatteria. Tertium, mi pare, non datum;
+ Il Modulo/Contratto è il solito concentrato di sgrammaticature e italiano retorico e ridicolo al quale ormai siamo abituati. Per esempio: ”Il sottoscritto con il presente modulo di richiesta, compilato e sottoscritto in ogni sua parte, richiede [...]“. Che bisogno c’era di scrivere “compilato e sottoscritto in ogni sua parte”? Che accidenti di senso o funzione ha questa frase sciocca? Cos’aveva dentro la capoccia il suo estensore? voleva forse dire “purché compilato in ogni sua parte e siglato in ogni pagina oltre che firmato in calce?” Può darsi. Ma non è quello che ha detto, anche se magari ha impiegato una settimana per scrivere questo forbito testo.
Posso dire una cosa controcorrente sulla mitica banda larga?
L’Italia non è, tra quelli progrediti, un paese arretrato perché ha una banda “stretta”, ma perché il livello di informatizzazione è basso. Con le linee di trasmissione che ci ritroviamo già oggi si potrebbe fare moltissima telemedicina, sbrigare ogni tipo di corrispondenza, portare a termine quasi ogni pratica burocratica, scambiare online quasi tutti i documenti di interesse commerciale, legale, amministrativo.
L’Italia è un paese in cui persino l’email, che non richiede bande “larghe”, è clamorosamente sottoutilizzata. Vogliamo davvero raccontarci che tribunali, Asl, ospedali, assicuratori, banche, avvocati, commercialisti, notai, Inps, catasti, piccole e medie imprese non la usano perché la banda non è abbastanza “larga” e che la userebbero se disseminassimo il paese di fibre ottiche?
Gli italiani chiacchierano al telefonino più di ogni altro popolo del pianeta, ma un sondaggio commissionato da Telecom Italia un anno fa ha censito ben nove milioni di persone adulte che non hanno una connessione internet e non sono interessati ad averla.
Sono anch’io, come molti qui, molto più fan delle tecnologie soft che non del ponte sullo Stretto. Tuttavia credo che la nostra modernizzazione non si misuri in Megabit/sec ma in crescita culturale e organizzativa.
Leggevo ieri della nascita di un nuovo carrozzone, l’Arbitro Bancario Finanziario: una via ”rapida” (195 giorni!!) per tentare di risolvere alcune (non tutte) controversie tra consumatori e banche.
Anche in questo caso, come in parecchi altri di questi mesi, mi ha colpito la confusione che regna, nella mente dei dirigenti pubblici e privati italiani, intorno all’email certificata (PEC).
Il reclamo all’Arbitro Bancario Finanziario può essere inviato, dopo avere riempito un modulo che si scarica dal sito, per posta cartacea, oppure per fax oppure per PEC. L’email ordinaria, ossia quella non certificata, non viene accettata.
Il burocrate, dunque, crede che la PEC equivalga a un fax.
Quel che è peggio, crede che ci sia una qualche differenza tra un fax e una comune email (non certificata), e non accetta ques’ultima.
Crede, cioè, che dopo aver compilato il modulo e averlo firmato, se io lo scandisco con lo scanner e lo invio come un allegato a una comune email, ciò sia sostanzialmente differente dal caso in cui io, invece, lo invio tramite fax.
Il burocrate non capisce che in entrambi i casi io gli sto inviando una IMMAGINE del documento originale.
Il burocrate non capisce che se io gli spedisco un fax da un numero a lui sconosciuto (e magari oscurato), non esiste alcuna prova che chi sta spedendo il fax sia effettivamente il signor Paolo Magrassi: esattamente come nel caso in cui io gli invio un’email (ordinaria).
Il burocrate non capisce neppure che se io stampo il modulo e glielo spedisco per posta raccomandata, non esiste alcuna prova che il mittente sia il signor Paolo Magrassi. Egli, infatti, non conosce la mia firma.
Solo nel caso dell’email certificata, esiste la prova dell’identità del mittente.
Prova che, tuttavia, è necessaria o utile solo in un numero ristretto di casi (stipula di contratti, atti giudiziari, …).
Per esempio, la prova dell’identità dello scrivente non è richiesta per attivare la procedura di accesso all’Arbitro Bancario: infatti, l’accesso può avvenire anche via posta o via fax, oltre alla PEC.
Perché, allora, l’Arbitro Bancario pretende che io, se scelgo di rivolgermi a lui per email, debba utilizzare l’email certificata e non possa utilizzare quella ordinaria, con sano allegato PDF e la mia firma in facsimile (come sul fax)?
Avete notato che, in tutta la P.A. ma ormai anche in tutti i settori afferenti, si considera “seria” solo la PEC, e si snobba l’email ordinaria?
Perché non accettano l’email? Secondo voi, ce sono o ce fanno?
Ossia: i burocrati vogliono solo la PEC perché non capiscono la questione, oppure vogliono solo la PEC per essere lasciati in pace (sono pochissimi i cittadini che l’utilizzano)?
Il mio modesto parere è che la PA semplicemente non comprenda il potenziale della posta elettronica (ordinaria) come strumento che può anche migliorare le sue condizioni di lavoro, e non solo la qualità dei servizi agli utenti.
Mannaggia! Siamo sotto la media anche come spam…
Secondo Spamhaus, che censcisce costantemente i peggiori spammer mondiali, solo il 2% di questi sono italiani o hanno base in Italia.
I grandi dominatori sono gli USA, con il 55%. Seguono Russia (8%), Canada (6%), Cina a Taiwan (5%), India (3%).
L’Argentina, con una popolazione molto inferiore alla nostra, è al livello dell’Italia quanto a grandi spammer.
Vabbe’, è una classifica nella quale è meglio essere indietro che avanti. Però ammettiamolo: questa è un’ennesima misura dell’arretratezza informatica dell’Italia.
Un comunicato stampa dell’IBM mi ricorda che sono trascorsi esattamente 20 anni da quando, nei famosi laboratori di Zurigo, Don Eigler formò il logo I B M con 35 atomi di xenon.
Dicesi atomi!
La cosa era stata resa possibile dall’invenzione, da parte di Binnig e Rohrer pochi anni prima sempre a Zurigo, del “microscopio a scansione per effetto tunnel” (STM), ossia lo strumento più fine che sia mai stato allestito.
Con l’STM si possono muovere molecole e anche singoli atomi come se si usassero le pinzette. Era nata la nuova chimica, ossia la nanotecnologia.
Questa viene, ancora oggi, spesso confusa con la “scienza dell’infinitamente piccolo”. Ma in realtà non è quello l’aspetto più saliente (e, del resto, all’INFINITAMENTE piccolo non ci siamo ancora!).
La vera rivoluzione è la possibilità, inaugurata con l’STM, di modificare o costruire molecole in laboratorio in modo bottom-up.
Fino al 1981, le molecole potevano costruirsi o modificarsi solo top-down, attivando processi di reazione chimica su grandi aggregati di materia. Oggi, possiamo farlo dal basso, legando atomi uno a uno.
Per esempio, i diamanti artificiali sono sempre stati prodotti attraverso operazioni di compressione e surriscaldamento operate su materiali a base di carbonio. Oggi possiamo pensare (e per quel che ne so io potrebbe essere già stato fatto) di prendere una molecola di grafite (carbonio) e trasformarla in diamante (carbonio con una disposizione atomica livemente diversa).
Post scriptum: La Svizzera, che ha otto milioni di abitanti, ha vinto 22 premi Nobel (tra i quali quello di Heinrich Roher, uno degli inventori dell’STM). L’Italia, 18 (dei quali 5-6 vinti in America da italiani espatriati, anche di seconda generazione)…
In un rapporto presentato in questi giorni dall’unità X-Force dell’IBM leggo:
“I trend evidenziati in questo studio sembrano indicare che l’internet abbia infine assunto le caratteristiche del Far West, nel quale non ci si poteva fidare di nessuno. Il browsing sicuro oggi non esiste e non si può più dire che i responsabili del malware siano solo i siti a luci rosse. Abbiamo raggiunto un punto nel quale ogni sito web dovrebbe essere riguardato come sospetto, e ogni utente è a rischio. La convergenza delle minacce nell’ecosistema del web sta creando una tempesta perfetta di attività criminali“.
Una forma di diffidenza mi induce sempre a sospettare che coloro (e sono molti) che preannunciano sfracelli in tema di sicurezza informatica siano o professionalmente deformati (i poliziotti vedono criminali dovunque) o, magari inconsciamente, interessati: propagare paure intorno alla sicurezza informatica può portare acqua al mio mulino se io ho un’azienda che se ne occupa oppure un’offerta commerciale ad hoc.
E’ pur vero, d’altro canto, che gli allocchi sono legioni sconfinate, e se migliaia di persone inviavano soldi a Wanna Marchi per riceverne filtri d’amore, non dev’essere difficile, per criminali anche di bassissima levatura, dedicarsi alle truffe informatiche.
Voi che dite: Far West o Gonzolandia?
Siamo prossimi al tracollo del “trust” sulla rete, oppure sarà sufficiente educare la gente a non cascare nel phishing, utilizzare firewalls e antivirus, cambiare le password, eccetera?
Pare che la Banca d’Italia abbia chiesto e ottenuto dal Ministero dell’Economia la revoca dell’attività finanziaria da parte di Zopa, azienda internazionale leader e tra i pionieri del prestito (lending) peer-to-peer.
Zopa Italia si difende accampando le ragioni del “social lending”: la gggente che nobilmente si presta il denaro senza l’intermediazione di una banca. Può darsi che questa strategia comunicativa paghi.
A me, però, questa visione “sociale” convince pochissimo: da un anno prestavo in Zopa e non lo facevo per beneficienza ma per guadagnarci. (Per la verità sinora ci ero stato più che altro per capire bene il modello, che fa parte di un libro che sto scrivendo, e verificare se reggeva).
Ecco dunque che preferirei non parlare di social lending e restare invece sul terreno del p2p: utenti web, in qualche modo accreditati da Zopa, che fungono gli uni da prestatori e gli altri da richiedenti di prestiti, potenzialmente con risultati per gli uni e per gli altri più interessanti di quelli che si estraggono dal sistema bancario (almeno limitatamente ai prestiti personali).
Manco a dirlo, si trattava, si tratta di una minaccia a parte del business model bancario. (Ci sono decine di siti di p2p lending, e anche uno recente tutto italiano).
Da tempo attendevo una risposta competitiva da parte delle banche italiane, sotto forma di un business model creativo oppure di un’acquisizione.
Invece, arriva questa simpatica mossa della Banca d’Italia. Mah. Non sono un dotto finanziere (spesso non lo sono neanche coloro che dirigono le banche e le loro associazioni: perché dovrei esserlo io?) e quindi non so se nella nostra giurisdizione il p2p lending sia insostenibile per ragioni legislative.
Certo, il sospetto che si sia fatta pastetta e ucciso un concorrente innovativo con le carte bollate anziché con la creatività e la concorrenza, è forte.
Se è un pensiero azzardato e infondato, fatemelo sapere.
Ho comprato una nuova stampante e, nonostante sia stato molto attento a non esagerare perché temevo quel che sarebbe successo, tuttavia è successo!
Mi sono ritrovato in casa un mostro peggiore di quello precedente, e a rimpiangere il modello (sempre Hp) di 2 generazioni fa.
Allora, facevo esattamente le stesse cose di adesso, ossia stampa, scansione e copia a colori, con la semplice aggiunta di uno scannerino a parte, di marca Canon, che ancora oggi funziona egregiamente quando mi capita di riesumarlo.
Poi, sono passato a una Hp con scanner incorporato e, senza guadagnare granché in funzionalità se non un cavetto in meno (quello dallo scanner Canon al Pc), mi sono ritrovato con un petulante software installato sul mio disco, a occupare spazio inutilmente e al solo scopo di consentire all’Hp di controllare il mio prodotto. Badate bene: io non avrei potuto rinunciare alle funzionalità per me inutili (poter inserire la schedina con le foto e stamparle; avere il tasto esterno per lo Scan e quello per le fotocopie). Tutte le stampanti sullo scaffale di vendita si assomigliavano.
Adesso la storia si è ripetuta, e naturalmente in peggio. Ho comprato per necessità una nuova stampante, che fa le stesse cose della precedente ma 1) impiega un sacco di tempo per accendersi e spegnersi e 2) ha installato sul Pc un esercito di moduli software dei quali, ormai, molte volte mi scopro a uccidere i processi col Task Manager di Windows, talmente mi disturbano mentre lavoro!
Tutto questo software inutile, che in americano si chiama bloatware (ciccia, grasso che cola dal software veramente utile), a noi utenti non serve a nulla. Una parte serve al produttore -nel mio caso Hp- per controllare la clientela e cercare di vendere cartucce; un’altra parte serve a giustifcare il posto di lavoro di programmatori e manager incompetenti che scrivono un milione di righe di software laddove ne basterebbero cento.
Al diavolo il bloatware e i suoi propugnatori. Forse è proprio per colpa sua che quel tizio di Pordenone ha sparato al pc…
Se il resoconto di Computerworld (1 luglio, prima pagina) è accurato, la presentazione dello studio Assinform / Camera di Commercio di Milano sull’industria IT italiana è un florilegio si inesattezze, distorsioni, giuochi del bussolotto, illusioni ottiche, fanfaluche. E, in ultima analisi, un’ennesima conferma del mio vecchio motto “Torturàti abbastanza a lungo, i dati confesseranno qualunque cosa“.
Un solo dato per tutti: vi si presenta l’industria IT italiana come “la seconda più importante d’Europa”! Il miracolo è ottenuto considerando il NUMERO DI IMPRESE, quando anche i bambini sanno che a) in Italia dominano le microimprese e b) ci sono legioni di “liberi professionisti” e “imprenditori” per necessità, molti dei quali estromessi da posti di lavoro fissi e costretti a farsi autonomi (questo numero, con la crisi, è in forte crescita).
La situazione dell’IT in Italia, invece, è sotto quasi ogni aspetto un disastro (come testimonia del resto lo storico bilancio negativo export/import), e specialmente se si considera che un paese scarsamente dotato di risorse naturali dovrebbe puntare molto sull’economia immateriale.
Non ho voglia di andare a pescare i numeri dell’Ocse e dell’Economist (ma sono tutti sul mio pc: chi li vuole me li chieda), ma so per certo che “l’industria” IT italiana è, come numeri pro-capite, molto ma molto più indietro del 10mo posto in Europa, sia per fatturato sia per spesa per employee sia per spesa sul Pil.
Tutti sanno che la diffusione dell’impiego dell’ICT è una misura di “fit” per l’economia moderna. Le associazioni imprenditoriali di categoria, anziché magnificare la propria inesistente e risibile grandezza, dovrebbero dedicarsi a scardinare lo stato di cose che fa del nostro paese -sotto questo aspetto- uno dei più arretrati nel mondo.
Su quella strada, una delle prime misure potrebbe consistere nel rimpiazzare con dei giovani (Marcegaglia, se ci sei batti un colpo!) la gerontocrazia che si trova a capo delle rappresentanze industriali di settore, fatta di persone degnissime ma legate all’ICT meno di quanto io lo sia alle tartarughe Ninja, incapaci di usare l’email e lanciare un Powerpoint, e per le quali Blackberry continua a essere solo un frutto di bosco.
Sono all’estero, ma non mi è sfuggita l’eco che ha avuto sulla stampa milanese la Grande Riforma Informatica recentemente attuata dal tribunale di Milano.
Le notitifiche agli avvocati non avverranno più mediante costose missive ceralaccate viaggianti a passo di lumaca, bensì attraverso una bacheca elettronica.
Ossia, da quel che ho capito: il tribunale apre una bacheca elettronica accedendo alla quale i legali accreditati potranno verificare se ci sono comunicazioni per loro da parte dei magistrati -relativamente alle sole “notifiche”.
Wow!
Dunque ci hanno ascoltati
quando dicevamo che ci sono tante piccole-grandi cose che si possono fare subito e a costo zero (o addirittura risparmiando, come nel caso di specie).
E’ impossibile non salutare con plauso questa iniziativa, anche se, nel 2009, ossia diciotto anni dopo il worldwide web e trenta o quaranta dopo l’internet, fa sempre una certa impressione sentir dire che non si è adottata la “semplice email certificata” perché “gli hacker” potrebbero violarla!
Come se fossero sicure le montagne di scartoffie che prendono polvere dentro Palazzo di Giustizia, o le lettere-lumaca di colore verde, o gli uffici di cancelleria (dai quali escono, con direzione Stampa, anche le notizie più segrete e riservate)!
Nella nostra Italia dell’analfabetismo digitale, dove l’internet è nota solo per i pedofili o -al massimo- per Facebook e dove l’email è ancora considerata una frivola stravaganza, dobbiamo rallegrarci per misure che, nei Paesi progrediti, sono vecchie di decenni e che sono di beneficio per tutti: utenti e lavoratori del pubblico impiego.
L’OCSE ha pubblicato i dati relativi alla diffusione della larga-banda nei suoi 30 paesi membri al 31 dicembre 2008.
Con 19,2 abbonati ogni 100 abitanti, l’Italia è 22ma su 30. La media OCSE è 22,6. Danimarca e Olanda, che sono al top, hanno, rispettivamente, 38 e 36 connessioni a larga banda ogni 100 abitanti.
Come spesso accade con queste classifiche, si rischia di restare vittime di illusioni ottiche, perché non sempre ha senso paragonare paesi di 300mila Kmq e 60 milioni di abitanti, come l’Italia, con paesi dieci volte più piccoli, dove risulta parecchio più semplice installare certe infrastrutture.
Resta però il fatto, oggettivo, che danesi, olandesi, svedesi o norvegesi hanno una connessione ogni 3 abitanti (dunque, in pratica, in ogni casa), mentre noi ne abbiamo il 35% in meno…
Non solo: gli unici grandi paesi dietro di noi sono Messico, Polonia e Turchia, mentre davanti ci sono tutti gli altri 9.
Mi è piaciuto l’annuncio di IBM System S, la piattaforma di Complex Event Processing in tempo reale dell’IBM.
IBM parla di ”stream computing”, perché con System S si possono scrivere (con un linguaggio dichiarativo English-like) applicazioni che analizzano i flussi di molteplici canali informativi e prendono decisioni entro un millisecondo dal verificarsi di certe condizioni.
Ossia, le informazioni non vengono analizzate dopo che sono state riposte in un database ad-hoc per farci sopra delle query, come si fa nell’OLAP classico: esse vengono analizzate mentre arrivano.
Per esempio, un prototipo è attualmente in uso per analizzare e correlare fra loro più 5 milioni di messaggi/informazioni finanziarie al secondo provenienti da centinaia di fonti, come tutte le Borse del mondo, i giornali finanziari, i newswires del Web, i notiziari televisivi, i database aziendali, ecc ecc.
L’applicazione studia continuamente questi data stream e ne trae ispirazione per compiere in tempo reale operazioni di trading su titoli finanziari.
La latenza del sistema è 150 microsecondi; ossia, l’operazione di acquisto o vendita di un determinato titolo avviene un millisecondo dopo che si sono determinate le condizioni per prendere la decisione.
Altri prototipi applicativi sono in funzione nei settori dell’energy trading, nel manufacturing (i wafer avariati nel processo di fabbricazione dei chip vengono identificati entro minuti -non giorni, come adesso- e riimmessi nel processo produttivo dopo essere stati riparati), in radioastronomia e in un reparto di ostetricia.
In questo ultimo caso, tutte le informazioni disponibili sulla salute del neonato vengono raccolte mentre si formano (“in motion”) e al medico vengono presentate insieme a proposte di intervento.
Oggi, invece, il medico esamina qualche volta al giorno informazioni “batch” come quelle registrate dai monitor a intervalli regolari e quelle riferite dalle infermiere.
Non so voi, ma io trovo insopportabile la ventata retriva di attacchi contro Google Earth e Google Maps/StreetView, due delle più belle applicazioni informatiche dell’ultimo decennio.
Prima, gli attacchi di un’associazione di consumatori contro Street View (scimiottando, per farsi pubblicità, una “pippa” già sollevata da tempo in altri paesi).
Poi, qualche giorno fa, un forum online del Corriere della Sera ha ospitato la lettera di una donna che paventava che i ladri potrebbero studiare casa sua su Maps e StreetView prima di assaltarla.
Pochi giorni dopo, la ribalta è stata offerta a una persona che alludeva a Street View come arma per i terroristi e (poteva mancare?) come minaccia alla privacy.
E’ incredibile come molti si ostinino a non capire che QUALUNQUE tecnologia può essere utilizzata per scopi diversi, benigni o maligni che siano.
Il farmaco può curare o avvelenare. La fissione nucleare può fornire energia elettrica o servire per fare bombe. Il Web sta facendo fare un salto quantico alla conoscenza ma può anche essere messo al servizio di pedofili, terroristi e idioti di ogni calibro.
Google Earth e Maps stanno animando migliaia di applicazioni benigne. Ma gli analfabeti digitali pensano solo alle distorsioni.
Gli analfabeti digitali spenderebbero più produttivamente il loro tempo imparando a curare la loro privacy non a chiacchiere ma fattivamente, come ormai molti siti web possono aiutarli a fare.
Non sarà spegnendo l’internet che ci proteggeremo dai mali del mondo, ma imparando a vivere nel mondo digitale.
C’è un dibattito in corso (scatenato soprattutto dalla Wikinomics di Tapscott), che sul terreno del software può essere innescato formulando la domanda seguente:
Open Source è anche una fonte di innovazione software, o solo il consolidamento di innovazioni già avvenute, presentato sotto una formula economica diversa?
Ossia: si tratta solo di un’innovazione del business model (peraltro assai rimarchevole), o anche di una fonte di novità tecnologica?
Voi che ne dite?
Dopo aver detto, in un post precedente, dell’insopportabile chiacchiericcio dei media intorno alla pirateria musicale e cinematografica come bandiere di libertà, proviamo a concentrarci sulle questioni vere che stanno dietro (ma molto dietro) la faccenda di The Pirate Bay.
Innanzitutto, sgomberiamo il campo dal sospetto di essere chi scrive un bieco sostenitore delle Major.
Gli editori non devono CiberFarci, usando la pirateria come pretesto per indurre il legislatore a introdurre norme ingiuste e speculative, come ad esempio quelle troppo generose o troppo restrittive sul diritto d’autore.
Occorre inoltre vigilare affinché la legislazione che si introduce per rimediare a storture del web (i pirati, i pedofili, i nazisti, eccetera) non comporti degli effetti collaterali devastanti, che finiscono con il far male all’apertura e al valore dell’internet.
Questi sono rischi concreti, dovuti meno alla malvagità delle lobby che all’incompetenza del legislatore. Per una discussione utile e informata di alcuni di questi temi, rimandiamo per esempio al blog di Stefano Quintarelli.
Ma queste, se pur importantissime e meritevoli di vigilanza civile, sono faccende solo tangenti quella di Pirate Bay, e il tirarle in ballo dopo la sentenza della magistratura contro i ricettatori, senza parlare delle due questioni-chiave, è intellettualmente scorretto.
Le questioni-chiave sono due.
1) Protezione dalla copia
Se si ammette come giusto (ma vedi la questione 2 più avanti) che un autore e un editore abbiano diritto a essere remunerati per un’opera dell’ingegno, allora bisognerebbe impedire che la gente si procurasse illegalmente copie di tali opere.
Ma, e limitando le considerazioni alle opere digitalizzabili (come musica, cinema o letteratura), se poi risultasse che impedire le copie è di fatto impossibile, allora la discussione diventerebbe un tantino stucchevole. La legge che dice “è proibito copiare senza pagarle le opere dell’ingegno” suonerebbe un po’ come i Comandamenti VI, VIII e IX, che praticamente nessuno rispetta e le cui violazioni possono essere emendate solo ex-post, con la confessione.
Se “non crackerai i film con Nero” o “non scaricherai song con eMule” fossero le prescrizioni, ci sarebbe da ridere. Le remore morali delle persone sono limitatissime, e masse immense di consumatori violerebbero i comandamenti.
Infatti, è proprio quello che sta succedendo. E, come ho detto nell’altro post, la “libertà di espressione” e la “democrazia del web” non c’entrano, qui, un corno.
Allora, gli editori (supportati dalla stragrande parte degli autori) sono continuamente alla ricerca di modi non solo legislativi, ma anche tecnologici per impedire che le opere digitalizzabili vengano copiate.
Si escogitano continuamente accrocchi di ogni tipo, sui quali ora non mi dilungo, ma che i più curiosi potranno apprendere da sé utilizzando digital rights management come parola-chiave.
Alcuni sostengono che, poiché un’opera digitalizzata può comunque sempre essere riconvertita in formato analogico (per esempio: compro una song digitale –> la suono col riproduttore e registro nell’ambiente mentre suono –> prendo la registrazione effettuata analogicamente e la digitalizzo –> faccio infinite copie della song), quegli accrocchi sono tempo perso.
Se anche questa affermazione fosse vera (ma l’argomento è molto complicato), essa non costituirebbe una giustificazione morale della pirateria web, bensì semplicemente la presa d’atto di una situazione di fatto.
E’ quello che i CiberCiFaccio più colti (ossia il 5% di coloro che hanno scritto sui giornali il 18 aprile parlando della sentenza su Pirate Bay) intendono dire quanto sostengono che gli editori, anziché fare causa ai ragazzi “libertari”, dovrebbero inventarsi modi nuovi per fare soldi: vendere film o canzoni non paga più.
Questo, come quello dei “libertari”, rischia di risultare a sua volta un argomento ipocrita. Infatti, se vendere musica o cinema o libri non è più possibile, quale cavolo potrebbe mai essere il “business model” di un editore?
Nel mondo musicale, da circa un decennio, a causa della pirateria, il modello che è cresciuto maggiormente è quello del concerto dal vivo. Per esempio, le grandi star del rock e derivati fanno quattrini solo coi concerti. Ma è un modello sostenibile per l’industria editoriale? E i libri?
Allora siamo trascinati alla seconda questione seria (ancora più complicata della precedente, e intorno alla quale dichiariamo subito la nostra incompetenza).
2) Copyright, copyleft, ecc.
(Per chi non mastica i termini-chiave, rimando a un semplice riassunto).
E’ giusto remunerare autore ed editore per un’opera dell’ingegno, come un’invenzione o un romanzo, indipendentemente dal fatto che essa possa o meno essere scopiazzata?
Se pensiate non sia giusto, allora potete finire di leggere qui, o tutt’al più andare qui perun ripasso sulla portata della questione.
Ma anche se, come me, pensate sia giusto remunerare artisti, inventori e progettisti, potreste avere dei dubbi collaterali. Per esempio, circa la durata dei brevetti. O circa la liceità stessa dei brevetti.
E’ giusto che ci siano aziende che pretendono di brevettare le zucchine o i cornetti, introducendo delle varianti genetiche e facendo in modo che sopravvivano solo quelle?
E’ giusto che un nuovo miracoloso farmaco anti-Aids non possa essere utilizzato nel terzo mondo perché il brevetto lo impedisce?
Da quando è nato il mondo digitale è nata anche la discussione su cosa debba significare la titolarità di un’opera dell’ingegno, su come essa possa essere remunerata, su come aprire la possibilità di riutilizzarla per crearne dei derivati pur senza ledere i diritti del creatore originale.
E così sono nati discorsi come il copyleft (nel mondo del software, ma applicabile più in generale) o le licenze Creative Commons.
Questi sono discorsi seri, che stanno “dietro”, molto dietro, le discussioni sulla pirateria web. Peccato che i CiberCiSono non lo sappiano e che i CiberCi Faccio campino su questa ignoranza.
La sentenza emessa contro The Pirate Bay ha riportato in auge l’argomento del post precedente.
I media e i blog hanno utilizzato a sproposito paroloni come “libertà di espressione” e “diritti civili”, mentre in realtà in tribunale si parlava di pirateria dei contenuti, ossia di furto e ricettazione.
(Di ben altra natura sono gli attacchi che vengono portati alla libertà del web, per esempio quando si pretende di filtrare i contenuti o di modulare dinamicamente la larghezza di banda).
Ci sono persone e organizzazioni (i CiberCiFaccio) che manipolano l’informazione per sostenere cause piratesche sotto spoglie libertarie. E ci sono dei faciloni che ci cascano (i CiberCiSono).
L’industria dell’entertainment, dal canto suo, è molto lenta nel creare business model che sappiano tener conto del peer-to-peer e dell’evoluzione tecnologica in genere: ricordo che ai tempi di Gartner se ne parlò tantissimo nel periodo 1997-98. Sono passati 10 anni, e non si è visto granché. Forse è troppo difficile…
Se vi interessa una discussione più ampia, andate qui.
Continuo a sentire gente (ministri, giornalisti, intellettuali) che ripete il trito e ritrito mantra: “La tecnologia ha reso obsoleto il copyright. Chissene importa se tutti scaricano film e musica dal web? Così è, se vi pare! Fanno bene a farlo!”.
Io sarò all’antica ma non riesco ad adattarmi a questo modo di pensare, e credo che quella sia gente che non ha capito nulla di copyleft, di open content, di proprietà intellettuali.
Nell’era “della conoscenza”, in cui le informazioni sono più importanti dei prodotti e dei servizi, le proprietà intellettuali saranno semmai PIU’ importanti di prima, e non meno. O no?
Come mai, se vado in un piazzale della Fiat e ne prelevo un’auto vengo perseguito severamente, mentre se scarico piratescamente un film, invece no? NON perché la seconda azione non sia illegale e truffaldina, bensì solo perché è più difficile perseguirmi nel secondo caso. (Anche se adesso, col ‘watermarking’ imperante, è meglio stare molto attenti…)
Che ne dite voi?
Circola un po’ di confusione intorno al magico Cloud Computing (ossia il rifacimento in chiave internet di quello che la General Electric Information Services offriva già da anni nel 1982 quando andai a lavorarci).
Poiché qui ne parliamo dal 2007, abbiamo qualche titolo per lavorare insieme a una definizione stabile. Ecco la mia proposta:
SOFTWARE AS A SERVICE: L’utilizzo di software risiedente presso il fornitore e di proprietà di questi, che viene remunerato in base a criteri di effettivo utilizzo. Il software è condiviso da tutti i clienti fruitori, e a ciascuno di essi sono riservati spazi minimi di personalizzazione. Il SaaS è un caso particolare di Cloud Computing.
CLOUD COMPUTING: L’affidarsi a grandi fornitori di servizi ICT per trarne potenza elaborativa e/o risorse di memoria e archiviazione e/o ambienti di sviluppo software e/o capacità di trasmissione e/o software applicativo, senza curarsi di dove queste risorse siano ubicate.
PLATFORM AS A SERVICE: Il termine PaaS è utile in quanto aiuta a discriminare tra quel Cloud Computing che è SaaS, ossia software applicativo, e quello che non lo è. La distinzione è utile sia logicamente sia in pratica, in quanto ancora oggi vige una distinzione tra le offerte commerciali di SaaS e quelle di PaaS, benché in ambo i casi si tratti di Cloud.
Adesso dite la vostra per aiutare a migliorare la terminologia.
In Danimarca, l’electronic patient record (EPR) è una realtà. Ossia, i medici hanno accesso elettronico ai dati anamnestici e alla storia delle cure praticate su ogni paziente del servizio sanitario nazionale.
Non è un obiettivo facile da raggiungere per un Paese -specie se grande. Ad esempio, in Italia c’è un groviglio di iniziative nazionali e regionali, con risultati complessivamente assai deludenti.
Ma piuttosto che intristirci con quel che non funziona, pensiamo per un attimo a quel che si potrà fare in futuro con Epr avanzati, per esempio grafici. Se guardate qui, vedrete cosa si inizia a fare negli ospedali danesi. Il software prende in input i dati dell’Epr e li presenta al medico “spalmati” su una visione 3D del corpo umano.
Inutile dilungarci sull’efficacia di una presentazione così pittorica e plastica, specie se confrontata con una cartella clinica stampata (o magari scritta con le zampe di gallina e una biro che sbava).
Ma io mi aspetto un ulteriore passo avanti.
Ed è il collegamento tra questa applicazione danese e il “virtual body” dall’altra. Ossia, in futuro il dottore non guarderà semplicemente la mia cartella clinica raffigurata su un corpo virtuale astratto, da scuola di medicina (quel che accade oggi all’ospedale Thy Mors): il corpo virtuale del filmato sarà proprio il mio, catturato con tecnologie d’immagini avanzate e ricostruito in 3D, come faceva Piero Angela in Tv, ricordate?
(Un esempio noto a tutti di rudimentale virtual body è la colonscopia virtuale. Ma esistono anche prototipi chirurgici).
Ci siamo dati una legge logorroica e bizantina sulla privacy (182 articoli, 38mila parole!), ma quasi nessuno, dirigenti pubblici compresi, ha capito cosa sia la riservatezza dei dati personali e a cosa serva.
Uno degli sport nazionali, per esempio, è stampigliare il codice fiscale della gente su ogni angolo di carta: della banca, della bolletta, della fattura, dell’ospedale, del tribunale, eccetera. Negli Usa il “social security number” è trattato come il numero della carta di credito: tutti ne stampano solo le ultime quattro cifre. Anche il numero di conto corrente o quello del contratto energetico sono gestiti allo stesso modo. Se spedite a un ufficio pubblico o un avvocato americano un foglio che contenga vostri dati senza cancellare tutto tranne le ultime quattro cifre, la lettera vi verrà rispedita.
In questi giorni circola, in Lombardia, un moduletto per fornire il proprio consenso all’utilizzo della Carta regionale dei servizi e alla consultazione dei propri dati anamnestici. I cittadini dovrebbero scriverci nome, cognome, data e luogo di nascita, sesso, codice fiscale e firma, e quindi metterlo in una cassettina, senza neppure la busta.
Si sarebbe potuto, in ottemperanza agli articoli 3 e 11 della legge oltre che al buon senso, richiedere semplicemente il numero della carta o il codice dell’assistito (due numeri non sensibili che sono stampigliati sulla carta in mano a ogni lombardo), oppure il codice fiscale ma senza i dati che lo definiscono.
Invece, non si è saputo resistere alla ghiotta occasione di mettere in circolo per mesi, su foglietti di carta aperti e disponibili, l’INTERA IDENTITA’ di tutti i cittadini lombardi…
Quando in Italia si comincerà a parlare di furto di identità, i buoi saranno fuggiti e la stalla aperta.
Ok, messa così non serve a nulla. Però è carina.
Con un iPhone o un iPod Touch, potete risolvere il cubo di Rubik semplicemente fotografandone le facce: vedere per credere.
Secondo me si tratta di un’applicazione molto intrigante, perché fa vedere in modo plastico come può essere potente l’integrazione della fotografia e delle videoriprese mobili con il software. Ho un computer in tasca (nel telefonino); uso il suo occhio elettronico per fornirgli una situazione (geografica, scolastica, sportiva, commerciale, sociale…); lui la analizza, e mi offre delle soluzioni.
Ne vedremo delle belle…
Un solo esempio: In un libro del 2005 avevo mostrato come gli affetti da anomia (quando i postumi di un ictus impediscono di dare i nomi giusti alle cose) potevano puntare agli oggetti con i loro occhiali virtuali e sentirne il nome pronunciato in un auricolare. Ora possono farlo semplicemente con il telefonino.
Perché non si usa l’email certificata?
Perché l’ufficio pubblico, la banca, l’assicurazione, l’azienda ci scrivono per via cartacea anche quando saremmo disposti a optare per l’email? (Vedi anche questo vecchio post).
Perché esiste ancora il fax?
Quando cambierà questo arcaico stato di cose?
PS: Se avete dei dubbi circa l’enorme quantità di tempo che serve per cambiare la capoccia della gente, considerate che io incontrai l’email certificata già nel 1982 alla General Electric. La usavamo in oltre 20mila persone (dei 300mila dipendenti complessivi). Sono passati 27 anni…
In novembre, i CEO delle tre major automobilistiche di Detroit sono andati davanti a una commissione parlamentare di Washington per chiedere aiuti al solo settore, autodichiaratosi agonizzante.
Il New Yorker ha scritto che la loro audizione è stata un disastro. Essi non sono riusciti a rispondere alle domande più elementari, del tipo: “Come avete calcolato le somme che chiedete?” (25 miliardi di dollari), “Perchè il governo federale dovrebbe sussidiare voi anziché i vostri clienti?”, “Per quanto tempo tale somma vi manterrebbe solventi”? I tre sono stati rispediti a Detroit come scolaretti somari, e la portavoce della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato “Finché non ci fanno vedere un piano, non possiamo fargli vedere un dollaro”.
Siamo tutti abituati a parlar male dei politici (con fondatissime ragioni). Ma dobbiamo, per una volta, dare un colpo al cerchio oltre che alla botte, e riconoscere che il mondo manageriale ha fornito una ben bassa immagine di sé, attraverso alcuni dei suoi più autorevoli esponenti.
Con che faccia Chrysler, Ford e GM vanno a Washington senza uno straccio di piano industriale? Certo, forse pensavano che il peso economico ed emotivo del settore motoristico sarebbe stato sufficiente a smuovere il Congresso. Però non potevano pensare che una commissione parlamentare desse loro il via libera senza un’analisi a supporto, senza una previsione, senza uno straccio di documentazione.
E se fossero stati loro in parlamento, cosa avrebbero fatto? Stanziato 25b$ sulla parola a tre bulletti direttori di aziende fallite?
Mah! Comunque la si rigiri, mi è parsa una figuraccia.
Speriamo che i miei ex colleghi analisti abbiano ragione nel predire MODERATI rallentamenti della crescita di spesa IT nel 2009.
Purtroppo leggo sul McKinsey Quarterly che nel corso delle recessioni verificatesi in 50 Paesi negli ultimi 13 anni, la spesa in IT è scesa più del PIL; per l’esattezza, è scesa da 5 a 7 volte più in fretta.
Ma forse questa volta sarà diverso.
Come Gartner ha giustamente osservato, l’IT è sempre più intimamente legata al funzionamento delle imprese, sicché il taglio del “costo” informatico è sempre meno probabile perché sempre più doloroso.
Inoltre, i costi IT sono stati sotto scrutinio durante tutti gli ultimi 7 anni (dopo lo sboom della new economy, che fu stoltamente attribuito alla tecnologia), sicché l’IT aziendale è ormai tutto fuorché obesa…
Negli Usa è partito il dibattito intorno al ruolo che la filosofia americana del management può avere avuto nella crisi dei subprime e in quel che ne sta seguendo.
Una scuola di pensiero dice che le business school hanno esagerato insegnando ai manager strumenti finanziari esotici, piani di remunerazione mal congegnati, modelli di leadership aziendale che enfatizzano il carisma dei leader rispetto alla sostanza, e non facendo nulla per criticare i comportamenti laissez-faire. (Questa autocritica viene da due autorevoli esponenti della Harvard Business School.)
Io concordo. E sommessamente aggiungo poi, insieme a pochi altri, che il singolo problema più importante è stato l’ossessiva focalizzazione sul breve termine da parte delle aziende Usa.
Chiunque abbia lavorato in aziende quotate in America sa bene che il problema numero uno dei corridoi aziendali che contano è avere storielle credibili da raccontare agli analisti finanziari a fine quarter, a fine mese, a fine settimana.
Questa finalità viene perseguita a qualunque costo. Dobbiamo mostrare che la Business Unit “X” è in crescita? Bene, diamo a Mr. Y, leader di quella BU, un bonus da 50 milioni se riesce a farla crescere del 5% in tre mesi.
Detto, fatto. Mr. Y userà i mezzi che crede, e sui quali nessuno ha voglia di indagare, per ottenere l’obiettivo. (Per esempio, potrà cartolarizzare crediti pressoché inesistenti e collocarli come obbligazioni sul mercato.)
Di questo passo, si costruiscono problemi per l’azienda in futuro? Al diavolo: chi vivrà, vedrà. Greed is good, diceva Gordon Gekko. O no?
In recessione, fioccano gli inviti a non tagliare sconsideratamente i costi e piuttosto a razionalizzare, tagliando selettivamente e introducendo misure intelligenti che possano portare contemporaneamente a una diminuzione dei costi e a una maggiore efficacia e/o efficienza. Insomma: non perdere la calma e cogliere semmai le opportunità che la crisi comporta.
Pur comprendendo le nobili e fondate argomentazioni, temo che nulla di tutto ciò sia possibile, e che la recessione sia una falciatrice cieca e inflessibile per la maggior parte delle organizzazioni ICT.
Le misure “intelligenti” di risparmio richiedono o intelligenza o investimenti, e il più delle volte entrambi. Sostituire lampadine a incandescenza con quelle a basso consumo costa caro; installare i pannelli fotovoltaici, pure. Allo stesso modo, “razionalizzare/consolidare le infrastrutture informatiche”, comporta un costo (che poi è quello di cui vivono i consulenti); “unificare” e “rendere più efficienti” i sistemi di comunicazione, idem; diventare più “agili”, figuriamoci. Eccetera.
In periodi di crisi, però, quasi nessuno può permettersi degli investimenti. Nessun CIO può andare a chiedere oggi anche solo 50k per fare uno studio di consolidamento delle infrastrutture o di efficientamento dei sistemi di comunicazione, a meno che non storni i 50k da una spesa corrente che alimenta le operations, provocando disservizi agli utenti. Dunque, l’organizzazione ICT dovrebbe essere capace di fare le cose da sé, senza costi vivi. E questo è un caso che, in base alla mia lunga esperienza di osservatore, si verifica all’incirca una volta su 20. Non solo: quelle 5 organizzazioni su 100 che lo sanno fare, LO HANNO GIA’ FATTO, ed emergeranno rinforzate dalla recessione.Chi non ha attuato le trasformazioni, con o senza investimenti, durante la crescita, ora durante la recessione pagherà un prezzo enorme, salvo i rarissimi casi in cui saprà attrezzarsi in fretta per operare da sé durante la crisi (ma mi pare complicato: riconoscere la necessità di ingaggiare un nuovo CIO; trovarlo; investire per destituire quello in carica; attendere che il nuovo conosca l’organizzazione; attuare le trasformazioni; ecc ecc).
Un’associazione di consumatori ha trovato utile rivolgersi al Garante per tutelare la privacy di chi viene fotografato per strada dalle automobili di Google Street View. Quell’associazione si è così fatta un po’ di pubblicità, e sono certo che il Garante stesso non perderà l’occasione per indire qualche dibattito o conferenza, dal momento che, arroccato nella sua splendida residenza di piazza Monte Citorio insieme a un folto manipolo di ben remunerati collaboratori, non sembra molto indaffarato.
Una pantomima analoga ebbe luogo l’anno scorso a proposito dell’RFID, che con la privacy c’entra, almeno per i prossimi dieci anni o giù di lì, come i cavoli a merenda.
Intanto, la privacy in Italia è violata ogni giorno e in modo ben più intrusivo che non quello di Street View.
- Gli alberghi ci fotocopiano i documenti e poi lasciano incustodite le fotocopie a uso e consumo di chi volesse appropriarsene per perpetrare un furto di identità o per fabbricare documenti falsi.
- Le aziende ci sequestrano i documenti all’ingresso dei loro edifici, sottopondendoli allo stesso rischio.
- Gli uffici pubblici e le utilities scrivono in chiaro il nostro codice fiscale, insieme a indirizzo e altri codici, nella corrispondenza. (NB: negli USA, dove non c’è una legge bizantina come il nostro logorroico, burocratico e inutile D.L. 196/2003, il codice fiscale è trattato come il numero della carta di credito: tutti ne stampano solo le ultime 4 cifre)
- I telemarketer continuano imperterriti a telefonarci, utilizzando elenchi telefonici ottenuti in modo fraudolento, senza che il Garante abbia fatto mai assolutamente nulla per evitarlo.
- Mi dicono che parecchi dipendenti di banche e di aziende di telecom scrutino i nostri dati pur senza avere l’autorizzazione ufficiale per farlo.
In Italia, paese per antonomasia del “summum ius, summa iniuria”, la privacy è tutelata a chiacchiere ma non di fatto, e questo accade dopo 13 anni dal dibattito parlamentare che si ebbe al riguardo e la successiva legiferazione.
Quanto a me, continuerò ad applaudire alle iniziative ipergeografiche di Google (già celebrate in http://www.cwi.it/blogs/usandthem/?p=41 e http://www.cwi.it/blogs/usandthem/?p=58): al Garante posso rinunciare, a loro, mai!
Perché i siti web italiani sono inferiori a quelli statunitensi (e non solo a quelli)?
Perché sono -in media- più lenti nelle performance?
Perché, quando vi si chiede di inserire la vostra data di nascita, dopo aver riempito il campo GIORNO, il cursore non si porta automaticamente sul campo MESE, ma dovete operare con il tasto TAB? E lo stesso, naturalmente, dopo aver inserito il mese?
Perchè, una volta inseriti i dati che una pagina web ci chiede, non basta pigiare il tasto INVIO, ma bisogna invece posizioniare il mouse su un bottone di conferma e cliccare?
Perché, se nel campo MESE inserite ”7″ invece di ”07″(che vuol sempre dire LUGLIO), dopo aver cliccato su CONFERMA non succede nulla, magari senza neppure un messaggio di errore, un cicalino, un bip? Perché dovete tornare sul campo MESE e inserire “07″, riposizionarvi sul bottone di conferma e cliccare?
Ci siamo capiti, no? Sono situazioni che vi sono certamente familiari: quando usate la vostra banca (italiana) online, quando vi abbonate a un sito o una rivista, quando comprate un biglietto, eccetera eccetera. Provate a utilizzare, ogni volta, un sito per esempio Usa che svolga la stessa funzione, e ditemi se l’ergonomia non è molto più favorevole…
L’elenco delle disfunzionalità, delle scarse ergonomie, dell’usabilità impedita, delle performance deludenti potrebbe essere lungo.
Quali saranno le cause?
Il fatto che il mondo finanziario stia attraversando la più grande crisi di tutti i tempi non è una condizione sufficiente affinché si verifichi una catastrofe nell’economia reale. Si tratta sì di un terremoto, ma non è detto affatto che gli faccia seguito uno tsunami.
Cominciamo col buttarci alle spalle qualche luogo comune che imperversa in questi giorni:
A) anche il sistema finanziario fa parte dell’”economia reale”. Senza credito, non esiste sviluppo economico. Si tratta di un sistema in uso da molti secoli;
B) anche i titoli derivati fanno parte dell’”economia reale”. Non sono filtri da fattucchiere o malocchi alla Mago Otelma. “Derivato” è un titolo il cui valore dipende da quello di un altro. Da molti singoli risparmiatori alle più grandi aziende, tutti utilizzano i titoli derivati per gestire i rischi finanziari. Per esempio, se sono un’azienda che deve spesso comprare dollari, mi conviene investire in titoli derivati il cui successo si opponga all’eventuale apprezzamento del dollaro;
C) Da parte di molti si è fatto un uso scriteriato della finanza creativa, ma praticamente nessuno aveva ammonito dei rischi incombenti. La crisi è montata a partire dalla prima metà del 2007, e per un anno (ossia fino al collasso di Bear Stearns) nessuno (tranne quel Roudini che adesso tutti intervistano, ma che era un po’ poco come opinion maker) ha capito che ci sarebbe stata una crisi finanziaria micidiale. Neppure i maghi dell’alta finanza; neppure i bulletti della Borsa, che si sono ridotti a svendere tutto in un solo mese, adesso. Alcuni banchieri andranno in galera: avrebbero potuto evitarselo se avessero capito prima, agito prima.
Come semplice corollario di (A), l’economia “reale” è GIA’ in crisi. Sarà una crisi lunga, una crisi breve, una recessione profonda, una catastrofe tipo Repubblica di Weimar o Grande Depressione?
NESSUNO LO SA. Chi afferma di saperlo è un cialtrone.
Dunque, chi prevede la catastrofe (Repubblica di Weimar, Grande Depressione) è un menagramo.
Mi direte: come sarebbe Magrassi, vuoi impedirmi di dire quello che penso? Se penso, pur senza esserne certo (senno’ sarei un cialtrone) che verrà una depressione devastante, non posso dirlo?
NO: per favore non dirlo!
Le catastrofi economiche nascono da fatti reali ma diventano adulte solo grazie al PANICO (che è quello che vediamo in azione nelle borse in questi giorni, insieme alla speculazione). Lo tsunami non è l’esito più probabile: allora, perché prospettarlo?
Vi interessa promuovere l’immagine socioeconomica dell’ICT? Allora sentite questa.
Un interessante studio di McKinsey & Co. (“How IT can cut carbon emissions”, ottobre 2008) mostra da un lato come l’inquinamento prodotto dall’IT e la relativa emissione di gas serra aumenterà orribilmente da qui al 2020, fino a 1,54 gigatonnellate l’anno (e fin qui, ok: abbiamo già visto parecchie di queste stime); dall’altro lato, molto più interessante, formula una stima di quante emissioni di gas serra si potrebbero risparmiare da qui al 2020 grazie a un impiego sagace proprio dell’ICT.
Secondo McKinsey, grazie all’ICT nel 2020 potremmo arrivare a evitare l’emissione di 7,8 gigatonnellate di gas serra ogni anno.
Le aree sulla quali intervenire sono, in ordine di importanza:
1) migliore monitoraggio delle reti di distribuzione dell’energia;
2) edifici intelligenti;
3) sistemi di trasporto intelligenti e logistica evoluta, soprattutto per i camion;
4) controllo del consumo delle attrezzature manifatturiere (specie dei motori);
5) dematerializzazione (telecommuting; video conferenze; download invece della produzione di CD, DVD e carta; shopping via internet).
Secondo questo studio, dunque, l’ICT potrebbe consentire di risparmiare 5 volte più gas serra di quanti essa ne produce.
Chissà.
Un Governo che desiderasse rilanciare l’economia investendo in infrastrutture utili e al contempo ottemperando ai dettami supranazionali in materia di riduzione dell’inquinamento, potrebbe approfondire quello studio e farci un pensierino. Si potrebbe prendere a pretesto l’Expo Milano 2015 per mirare alla costruzione di quel genere di infastrutture soft con un grande ritorno hard, anziché ridurre tutto alla solita cementificazione e grattacielizzazione da paese in via di sviluppo…
Si potrebbe forse anche conquistare l’adesione di Confindustria a un progetto simile.
Da quando il Governo statunitense ha concesso l’utilizzo di immagini satellitari con risoluzione inferiore al metro (e fino a 50cm), sono subito seguiti i fatti.
Poche settimane fa è stato lanciato GeoEye-1, satellite artificiale metà pubblico (Usa) e metà privato (GeoEye Inc.) che spazzola il pianeta a 10 Km/secondo e a 700 Km di altezza. Guardate qui le sue prime foto in alta risoluzione.
GeoEye-1 reca il logo di Google su di sé e la cosa non ci stupisce, considerando sia l’impegno di Google nel geoweb (vedi l’acquisto di KeyHole nel 2004 e i successivi, meravigliosi sviluppi di Google Maps) sia il gusto personale di Page e Bryn, i quali, manco a dirlo, erano presenti al lancio, avvenuto il 6 settembre dalla Vandenberg Air Force Base, in California.
La geolocazione integrata con il web e con le immagini è una delle innovazioni più potenti della nostra epoca. Mettete in uno shaker le coordinate geodetiche terrestri, il Gps, le foto aeree, le foto terestri, il web e magari gli indirizzi IP (versione 6 quando verrà), agitate, e ne ricaverete fantastiche miscele.
La situazione finanziaria mondiale è, come sappiamo, gravissima.
Alle perdite che hanno già avuto luogo (il crollo delle borse, i titoli Lehman, la crescita delle rate dei mutui) potrebbero aggiungersi ben altri e peggiori sfracelli. Se i risparmiatori ritirano i loro quattrini, le banche (anche quelle commerciali) cominceranno a fallire davvero. Se le banche non prestano il denaro, le imprese non possono funzionare: dismettono attività e licenziano personale. Consumatori licenziati e risparmiatori dissanguati comprano meno beni e servizi, il che penalizza ulteriormente le imprese. Lo Stato incassa meno imposte e al contempo deve sostenere finanziariamente sia le banche sia i lavoratori attraverso gli ammortizzatori sociali; in questo modo, aumenta il debito pubblico e cala proprio la capacità dello Stato di sostituirsi alle banche insolventi nei confronti dei risparmiatori, che dunque vengono penalizzati ulteriormente. Infine, il mondo odierno è fortemente interconnesso: non abbiamo idea di quanto poco tempo potrebbe essere necessario per restare senza gas naturale o senza benzina. Meglio non pensarci! Quanto al mondo ICT, poi, questo sarebbe tra i primissimi a essere devastati, in quanto spesa corrente che le aziende possono controllare: anche se la situazione non peggiorerà rispetto a quella attuale, per il 2009 possiamo attenderci blood sweat and tears nel settore ICT.
Ora il punto è: come evitare che si verifichi lo scenario peggiore, ossia che la situazione odierna, 7.10.2008, degeneri in crisi globale interconnessa e devastante (MOLTO peggiore di quella del 1929)? La risposta è semplice: evitando di far sì che il PANICO prenda il sopravvento.
E’ scientificamente dimostrato che il panico è di gran lunga il più forte determinante delle gravi crisi economiche e finanziarie. Se verrà una crisi tipo ‘29 o peggiore, il 20% sarà per colpa degli errori dei banchieri ma l’80% sarà colpa del panico. Panico tra i manager della finanza, tra gli investitori istituzionali e tra i consumatori/risparmiatori.
Ecco allora che ognuno di noi, anche se non è banchiere, capitano d’industria o persona di governo, può fare la sua parte, evitando di contribuire a diffondere il panico e anzi lanciando a TUTTI i propri interlocutori messaggi sdrammatizzanti. Gli informatici sono persone RAZIONALI e dunque sono la gente giusta alla quale appellarsi in questi termini. Diffondiamo dunque tutti, ciascuno nel suo ambiente e con tutti i suoi interlocutori, messaggi tranquillizzanti, pacati, ironici. La crisi verrà superata. Non bisogna vendere. Non bisogna prelevare i soldi in banca. Non bisogna menare gramo in ufficio e nei blog con discorsi catastrofistici. Se manteniamo la calma, qualcuno di noi perderà qualcosa ma eviteremo che quasi tutti perdano quasi tutto.
Poi, ci sarà il tempo per fare i conti a) con gli scellerati finanzieri che ancora una volta (ricordiamo tutti ancora la bolla della new economy) hanno rovinato tutto, per ingordigia e per incompetenza e b) con coloro che li hanno lasciati fare senza controllarli.
Per Enterprise 2.0 intendo l’utilizzo a livello enterprise delle tecnologie e degli approcci Web 2.0, per molti anni riservati all’uso individuale. Dunque, cose come social networking, wikis, P2P, blogging, mercati predittivi, feed RSS, mashups. Un paio di esempi:
Wiki: i wiki sono siti web per la produzione cooperativa di documenti anche complessi. Il mondo open software, e poi soprattutto l’enciclopedia Wikipedia, sono stati gli esempi più spettacolari dell’utilizzo dei wiki. Intorno al 2005, è iniziato l’utilizzo a scopi diciamo enterprise, ossia non dedicato all’uso da parte di collettività spontanee di individui, bensì mirato a fini di produttività o di profitto organizzativi. Nel 2005 è nata Intelpedia, il sito al quale tutti i dipendenti Intel possono collaborare per mantenere in un solo luogo tutta la ‘conoscenza’ aziendale. Poi è spuntato motoqwiki, il sito presso il quale gli utilizzatori del Q Phone Motorola scrivono il manuale utente. Aziende come Better Home and Gardens usano dei wiki per invitare i lettori a scrivere capitoli su temi come l’arredamento, il giardinaggio, la fotografia, il fai-da-te.
Social Network Analysis: Sappiamo che esistono reti di relazioni sociali memorizzate qua e là: in Outlook, negli organigrammi aziendali, nei database, in LinkedIn, in del.icio.us, in MySpace, e così via. Se ne possono trarre informazioni utili al business o alla migliore funzionalità di un ente pubblico? Pare di sì, e l’approccio di chiama social network analysis. Ci sono prodotti come quelli di Visible Path od Orgnet.com (entrambi siti da visitare, quando avete un po’ di tempo da perdere) che, studiando gli Outlook aziendali e specie quelli dei venditori, formulano suggerimenti utili per la vendita; analizzando le email, congetturano relazioni o individuano gli opinion leader in azienda; navigando le organizational charts di due aziende in via di merger cercano di scovare le semplificazioni.
Cosa bolle in pentola in Italia? Chi ha qualche bella realizzazione da raccontare, o anche solo un progetto? (O magari un fallimento?).
PS: Provato un senso di déjà vu? Per forza! E’ il copy&paste di un post del giugno 2007…
La National Science Foundation ha rivelato i vincitori del concorso “Le migliori immagini scientifiche del 2008″. (Per inciso, la migliore fotografia scientifica è di Mario De Stefano, di un’Università di Napoli).
L’immagine che mi ha colpito maggiormente è questa, che rappresenta in modo pittorico i collegamenti interni al testo inglese della Bibbia.
Sotto l’asse orizzontale si trovano istogrammi che rappresentano la lunghezza dei vari capitoli (1800 o giù di lì), e invece la figura tipo arcobaleno che sta sopra rappresenta in colore i riferimenti tra un versetto e l’altro dell’intera Bibbia.
Bellissimo e intrigante. Lo stesso autore, un dottorando della Carnegie Mellon, ha analizzato anche i link interni a Wikipedia, ricavandone immagini curiose e accattivanti che potete vedere cercando
Chris Harrison +”Carnegie Mellon University” +bible
Anche nel caso della catastrofe finanziaria in corso, il comportamento delle agenzie di rating è stato un disastro. Non ho ancora fatto un’analisi accurata, ma credo sia sufficiente riportare qui un estratto di quanto scriveva Standard & Poors il pomeriggio del 10 settembre, ossia due giorni prima che Lehman Brothers portasse i libri in tribunale:
“Continueremo a monitorare l’azienda in vista di un possibile ulteriore downgrade, dopo che Lehman ha annunciato una perdita più grande del previsto per il terzo trimestre e ha proposto di vendere degli asset per incrementare il capitale e ridurre certe esposizioni pericolose“.
Si trattava di un secondo warning, che seguiva il downgrade (da “A+” ad “A”!!) effettuato in giugno, e che derivava dall’annuncio deludente dei risultati il 31 agosto.
Dunque, la più grande agenzia di rating ignorava che una delle quattro più grandi banche d’affari, con gli headquarters a poche centinaia di metri di distanza dai suoi, era in malora. Lo ha appreso dalla televisione. Non solo, le attribuiva un ottimo rating…
Oppure ho capito male qualcosa io?
PS: un’obbligazione quotata “A” è praticamente all’85% del top, e “la capacità dell’emettitore di rispettare i suoi impegni finanziari sulle obligazioni è forte”.
Un hacker ha da poco annunciato che il disco del vostro iPhone potrebbe un giorno essere esaminato da periti forensi o da qualche spione per sapere che cosa ci facevate. (Ciò è reso possibile dal fatto che l’iPhone salva una videata di ogni ultima azione dello user. Il relativo file viene di volta in volta cancellato, ma su un disco non riformattato resterebbero gli screen-shot di tutto il passato).
La cosa vi turba?
In Gran Bretagna, uno dei paesi che hanno spinto più a fondo l’utilizzo delle videocamere nell’ambiente e il riconoscimento biometrico, si protesta intorno all’intrusione nella privacy di cittadini inconsapevoli.
Persino in Italia, dove pure le telecamere sono ai primordi e il riconoscimento biometrico un’espressione astrusa, il tema “privacy” viene di tanto in tanto dibattuto.
Se (e sottolineo se) si crede nell’attendibilità del controllo democratico (authorities, magistratura, ecc.), ha senso temere che le telecamere ci riprendano per strada o che il nostro hard disk possa essere esaminato dalla polizia?
E’ meglio avere una legge che impone a 60 milioni di persone di firmare centinaia di inutili moduli, quando poi i telemarketer ci telefonano comunque a casa e schegge impazzite di Telecom Italia ci spiano, oppure una legge più pragmatica che persegue severamente le “vere” violazioni? (Per esempio, in UK puoi entrare in una black list di numeri telefonici che nessuno può disturbare. Se non lo fai, chiunque ti può telefonare).
Meglio rompere le scatole a un intera nazione con inutili chiacchiere e moduli demenziali e sgrammaticati, oppure persegeuire severamente i pochissimi criminali e disturbatori e lasciare in pace il rimanente 95% della popolazione?


Kenneth Arrow 