Parliamo di business

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  • 5 febbraio, 2010

Io sono una persona semplice, e non riesco a comprendere come il software possa scatenare discussioni di tipo filosofico o peggio ancora politico. Per me, il software è uno strumento e deve essere interpretato come tale, ed è per questo che vorrei evitare qualsiasi inquadramento all’interno di una qualsiasi corrente di pensiero. Proviamo a parlare, una volta tanto, di come il modello open source si possa trasformare in un modello di business in grado di sostenersi da solo, senza l’intervento di una grande azienda.

Partiamo dalla base, ovvero dal sistema operativo: sono cinque anni che gli analisti affermano che è arrivata l’ora del desktop Linux, e poi non succede nulla. Linux, che potrebbe tranquillamente sostituire Windows su metà dei desktop dei colletti bianchi, rimane un’eterna promessa.

Eppure, Linux funziona. E allora, cosa c’è che non va? Io ho un’opinione: troppe distribuzioni tolgono credibilità al mercato. Io non le ho contate, ma c’è chi sostiene che siano più di 300 (DistroWatch ne elenca 309). Un CIO come può, umanamente, intraprendere un progetto di migrazione senza mettere a rischio il proprio posto di lavoro? Se qualcosa va storto, cosa racconta all’amministratore delegato?

L’ideale sarebbe quello di avere un’unica distribuzione, così come c’è un solo Windows (anche se in più versioni, e ho delle difficoltà a comprendere anche questa scelta) e c’è un solo MacOS. Siccome questa è utopia, credo si possa ragionevolmente scendere a tre distribuzioni, che – per evitare Silver, Gold e Platinum, abbondantemente sfruttati – si potrebbero chiamare Home, Professional e Ultimate…

Mi fermo. Credo che tutto questo sia sufficiente a scatenare la discussione.

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commenti a questo articolo

  1. Andrea scrive:

    La proliferazione delle distribuzioni di Linux è una conseguenza della libertà derivante dal modello Open Source. Concordo con il fatto che si crea troppa confusione, ma chi deciderebbe le ipotetiche tre distribuzioni?
    Probabilmente molti CIO sono abituati a scegliere prodotti “firmati” perchè così possono scaricare parte della responsabilità della propria scelta sul marchio stesso. Nel mondo Open Source devi scegliere… responsabilmente :-) , anche rischiando in prima persona.

  2. Giovanni scrive:

    Da profano mi sembra che oggi ci sia una distribuzione desktop ormai standard di riferimento sulla fascia bassa (Ubuntu) e altre due che si contendono la parte più aziendale (Red Hat e Novell/SuSE). Anche se il loro impegno mi pare maggiormente focalizzato sulle versioni server e i servizi… ecco forse dovrebbe crederci un po’ di più anche chi le distribuzioni effettivamente le realizza.. che ne pensate?

  3. Enrico scrive:

    Trovo quantomeno curioso se non sconcertante, che nel 2010 ancora si riesca a dire che le distribuzioni Linux Desktop possono sostituire i Desktop delle distribuzioni commerciali.

    Se escludiamo alcune realtà (mi vengono in mente alcune organizzazioni e scuole) dove le necessità di elaborazione dei documenti e le esigenze di “collaboration” sono realmente basse, attualmente non vedo dove Linux Desktop possa rivaleggiare con Windows o Mac.

    Come dice correttamente Giovanni sono semmai le versioni Server ad essere interessanti per la loro stabilità e relativa semplicità di configurazione anche se, a voler essere onesti, le operazioni di manutenzione sistemistica sono sempre piuttosto complesse.

    Cerchiamo di guardare in faccia alla realtà e semmai rimproverare i Brand per la pessima politica commerciale che spesso nasconde interessante opportunità relative a versioni scontate o dedicate a particolari categorie di fruitori.

  4. italovignoli scrive:

    Un desktop Linux è un PC su cui gira un sistema operativo Linux, e che la distribuzione sia commerciale oppure no è del tutto ininfluente, soprattutto per coloro che osservano il mondo open source senza avere una specifica competenza in materia (è un loro diritto). Evitiamo di aggiungere distinzioni che agli occhi della maggioranza risultano totalmente incomprensibili: per fare casino bastano e avanzano 309 distribuzioni (scusate se insisto, ma 309 è un numero da pollaio, non da mercato, ed è lontanissimo dalla realtà di un mercato maturo come quello dell’information technology).
    Certo, chi conosce il mercato e ha “studiato” le distribuzioni sa perfettamente che Ubuntu ha un ruolo ormai consolidato, ma il problema non è quello degli addetti ai lavori ma quello delle aziende che hanno l’esigenza di utilizzare un prodotto e non vogliono pensare o studiare più di tanto la situazione perché il mercato le ha abituate in modo diverso. Il mercato sono queste aziende, e chi sviluppa prodotti deve rispondere alle esigenze del mercato.

  5. Lorenzo scrive:

    La frammentazione delle distribuzioni Linux è sia un bene che un male, personalmente il male lo vedo nella dipersione di forze, un minor numero di distribuzioni potrebbe significare un maggior numero di programmatori dedicati a migliorare determinati aspetti piuttosto che a reinventare la ruota ogni volta.
    Nei server ormai siamo di fatto alla selezione naturale: redhat, suse, ubuntu, ma per i desktop la situazione è molto più complessa.
    I desktop non sono tutti uguali ci sono i desktop business (login su dominio, policy, software distribution etc etc) i desktop consumer, e i desktop prosumer.
    I motivi del perchè i desktop linux non attecchiscono sono diversi per ogni settore, solo novell-suse ad oggi ha le tecnologie per fare concorrenza a Microsoft nel mondo enterprise.
    Ubuntu e Suse (che preferisco) vanno benissimo per il consumer mentre nessuna va bene per il prosumer che ha bisogno di photoshop, autocad, programmi di contabilità e decine di programmi per mercati verticali sviluppati e distribuiti per piattaform Microsoft.
    Quindi è inutile fare previsioni globali, o guerre di religione bisogna osservare, migliorare e se è il caso adottare, ricordiamoci che in un futuro non molto lontano quando saremo tutti connessi a certi consumer e forse anche a certi enterprise basteranno i chrome OS che fatto tutto on-line.

  6. leo aruta scrive:

    Mi occupo di ICT da 30 anni, ho iniziato nell’anno della nascita del pc e credo di essermi fatto qualche idea….
    Linux sui desktop non si affermerà mai. Sta crescendo in area server ma anche lì trova difficoltà e richiede risorse specializzate quindi poco diffuse e quindi costose. Ovviamente in rapporto al mondo windows. Nel frattempo si va sempre di più affermando il browser come nuovo e dirompente s.o.
    Per cui credo che nei prossimi anni assisteremo ad uno scenario del tutto nuovo.
    Leo Aruta

  7. markux scrive:

    scusate ma come può linux conquistare quote di mercato desktop se non ci sono driver per le stampanti (se ci sono hanno funzioni limitate rispetto a windows), problemi di riconoscimento hw, software disponibili ecc.

    Mi metto nei panni di un produttore hw che deve sviluppare un driver per windows (.exe), per mac (.dmg), per linux (.deb, .rpm, tar.gz ecc.) : ovviamente linux l’investimento non vale la pena affrontarlo (per l’1% di utenti linux).

    Ormai aspetto da diversi anni qualcuno che segua la strada di apple (ubuntu?): un’accordo con una grande(ma anche media) azienda hw (dell,hp,asus…) per vendere macchine con linux preinstallato con tutti i driver a posto, il peso del produttore hw spingerebbe ad investire nei driver per quelle macchine.

  8. mythsmith scrive:

    Le distribuzioni di distrowatch possono anche essere 309. Quelle interessate al mercato sono una manciata.

    Anche di XP esistono e sono esistite molte versioni casalinghe “modificate” sui circuiti pirati, ma nessuno se ne dà scandalo o sostiene che questo sia stato d’intralcio alla diffusione di XP (semmai il contrario). Quella super leggera, quella con tutti i codec, quella col tema diverso.

    Il fatto che di 309 distribuzioni ve ne siano 300 casalinghe con due o tre sviluppatori e una dozzina di utenti non significa affatto che il mercato è frammentato, ma solo che non esiste il concetto di pirateria quindi tutto, anche le mod casalinghe, sembra finire dentro al mercato.

    Ma è una illusione.
    Una grossolana illusione.

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