Italo Vignoli
Italo Vignoli è presidente del PLIO, Progetto Linguistico Italiano OpenOffice.org, l'associazione che raccoglie la comunità dei volontari italiani che promuovono la suite di produttività open source più diffusa nel mondo. Nella vita di tutti i giorni, è partner e presidente di Quorum PR, agenzia di relazioni pubbliche con un forte orientamento verso l’integrazione tra i media tradizionali e i "social network"... Continua >>
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Riflessioni sul mondo open source di Italo Vignoli
Ritorno sull’argomento, dopo un po’ di giorni di assenza. In questo periodo ho giocato con Jolicloud – a cui ho già dedicato un post – e ho partecipato a un paio di chiacchierate sul tema della mobilità, e in particolare degli smartphone. La prima con Matteo Montan di Buongiorno, un giornalista del terzo millennio, nel senso che coordina la produzione di un’enorme quantità di contenuti senza scrivere una sola parola su un supporto “fisico”. Matteo mi ha raccontato la sua visita al Mobile World Congress di Barcellona, una manifestazione su cui incombeva la presenza – totalmente virtuale – dell’iPad, e dove le piattaforme open source o con le radici saldamente piantate nell’open source hanno dominato la scena, insieme agli application store.
Il settore degli smartphone sta guidando la crescita del mercato della telefonia cellulare, dove la maggior parte degli apparati è ancora di tipo tradizionale. La sta guidando perché genera un fatturato per utente più alto, grazie alla combinazione tra una maggiore quantità di traffico dati e una maggiore propensione alla spesa per l’acquisto di software e contenuti dagli application store, e perché produce – solo con i modelli più avanzati – una user experience gratificante sia sotto l’aspetto emotivo sia sotto quello della produttività. L’iPhone ha segnato una strada che tutti cercano di percorrere, dal punto di vista del form factor (con qualche modifica, e in alcuni casi con qualche miglioramento, visto che – per esempio – l’assenza di una tastiera è un problema per le applicazioni più orientate al business), dell’interfaccia utente (e qui c’è poco da migliorare) e dell’erogazione dei contenuti (e anche nel caso di iTunes Store c’è poco da migliorare).
Secondo una ricerca di Morgan Stanley, gli utenti di iPhone usano l’apparato come telefono per poco più della metà del tempo, e per il resto lo utilizzano come Internet device, per leggere la posta elettronica, accedere ai social network, scrivere tweet e brevi post, leggere le notizie, e così via. Fino alle applicazioni più recenti come FourSquare, che uniscono social network e geolocalizzazione, o agli esperimenti sulla realtà incrementale (o, per dirla all’inglese, augmented reality). Credo che lo stesso valga per gli smartphone Android, che non conosco altrettanto bene, e ho visto solo nelle mani di qualche amico. Al contrario, la cosa non vale sicuramente per gli smartphone Symbian (che conosco bene) e BlackBerry (che non conosco, perché detesto dal profondo dell’anima per la loro invasività).
Una cosa è certa: le piattaforme alla base degli smartphone Android e iPhone affondano le proprie radici nei sistemi operativi open source Linux e FreeBSD, che derivano entrambi da Unix. Symbian è stato appena rilasciato con licenza open source, ma nella realtà dei fatti si è trattato di un’operazione di marketing per ampliare la comunità di riferimento, soprattutto nell’area degli sviluppatori. Tutto il resto è proprietario, a parte i neonati MeeGo e Bada, presentati a Barcellona, che devono ancora arrivare sul mercato. Così come Windows Phone, che arriverà in tempo per Natale, ma forse tardi per tutto il resto.
E così arriviamo alla seconda chiacchierata, che era nata come incontro sul tema donne e mobilità, ma si è rivelata uno spot per Windows Phone, organizzato con la speranza – forse – di bloccare qualche acquisto in attesa della disponibilità del nuovo sistema operativo. Il problema, però, è che la maggior parte del pubblico presente in sala riprendeva con un iPhone o un BlackBerry gli unici ad avere uno smartphone Windows, che erano i partecipanti alla tavola rotonda seduti sul palcoscenico. E ha fatto un po’ tenerezza, in questo contesto, l’affermazione che “Windows in quest’ambito rappresenta sicuramente il meglio” perché è stata fatta in un contesto che dimostrava esattamente il contrario. E nessuno mi toglie dalla testa che Windows Phone, con la sua intrinseca rigidità, non può reggere il confronto con i sistemi che derivano da Unix.
Concludo tornando a Jolicloud, che è un sistema operativo open source basato su Linux, e in particolare su Ubuntu, ottimizzato per i netbook. Un sistema pensato per la mobilità, che sfrutta nel modo migliore la piattaforma hardware (il mio Asus “vola” con Jolicloud tanto quanto era un ferro da stiro con Windows XP), e cerca di offrire una user experience sicuramente più limitata rispetto a quella dell’iPhone e dell’iPad, ma significativamente migliore rispetto a quella di Windows XP e di Ubuntu, anche della versione Netbook Remix da cui deriva. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che i sistemi operativi open source offrono la flessibilità necessaria per rispondere alle esigenze degli utenti mobili.
Ho un netbook un po’ rognoso per le distribuzioni Linux, perché utilizza una scheda grafica Intel Poulsbo e una scheda wifi Atheros che non vengono supportate in modo adeguato nemmeno dalle distribuzioni Linux più recenti, a meno di soluzioni da terminale con l’uso di script che il sottoscritto guarda sempre con un po’ di sospetto.
Quindi, dopo un po’ di tentativi e di smanettamenti – intendiamoci, smanettamenti da laureato in lettere – avevo quasi alzato bandiera bianca e mi accingevo a ripristinare Windows XP (che, nonostante sia il sistema operativo originale del netbook, ha la piacevole caratteristica di trasformarlo in una lumaca) quando mi sono imbattuto in Jolicloud, basata in modo evidente su Ubuntu ma ottimizzata per i netbook.
La scheda video funziona senza lanciare nessuno script, la scheda wifi aggancia l’access point e soprattutto mantiene la connessione senza problemi (con un segnale migliore, a parità di condizioni, rispetto a Ubuntu), la chiave USB 3G Vodafone (attenzione, evitate il modello più recente, perché i driver non lo riconoscono) funziona, e la gestione dell’alimentazione a batteria – con annessi e connessi, compresa l’ibernazione – sembra affidabile.
Jolicloud è ancora allo stadio di pre-beta, e questo dovrebbe significare che ci sono margini di miglioramento. Secondo il blog del progetto, accessibile attraverso il sito, la prima versione – che dovrebbe essere la beta – uscirà alla fine del mese di marzo.
Un’inizio di latitanza… una settimana senza scrivere durante la quale sono incappato in un paio di articoli che vi consiglio di leggere:
- è uscito il report annuale della International Intellectual Property Alliance, che ha suscitato un po’ di polemiche per aver inserito alcuni governi che promuovono il software open source nella lista dei Paesi che minacciano la stabilità del settore industriale (Dana Blankenhorn approfitta dell’occasione per fare una tirata d’orecchie collettiva);
- è uscita un’intervista a Marten Mickos, anima di MySQL fino all’acquisizione da parte di Sun, sul tema della crescita delle aziende open source oltre la soglia dei 10/15 milioni di dollari.
Se vi rimane un po’ di tempo, date un’occhiata anche a questo articolo sulle 10 aree in cui il software open source segna la strada.
Il Mobile World Congress, che si è appena concluso a Barcellona, è andato in una direzione diversa dalle aspettative, che prevedevano un festival di application store – con un intero padiglione dedicato a questo tema, ogni giorno con uno sponsor diverso - come se la disputa sulle piattaforme fosse già cosa fatta, con Apple e Google a spartirsi la torta con iPhone e Android. E invece, ben tre annunci (e mezzo) di nuove piattaforme: MeeGo, frutto della collaborazione tra Intel (Moblin) e Nokia (Maemo) e open source; Bada, iniziativa di Samsung, aperta ma non si capisce quanto open source; Symbian, ormai completamente open source (in realtà, è stata annunciata solamente la fine del processo di migrazione a open source, da cui il mezzo annuncio); e Windows Phone 7, ovviamente proprietaria, che però arriverà nell’ultimo trimestre dell’anno.
Evidentemente, tutte le aziende coinvolte in questi annunci ritengono che i giochi non siano ancora fatti, e quindi hanno deciso di investire in modo significativo. Da sottolineare il fatto che Linux Foundation sostiene in modo ufficiale il progetto MeeGo, che verrà ospitato sui suoi server. Personalmente, ritengo che Linux Foundation debba entrare in modo più “pesante” in alcuni progetti, dopo averli valutati con grande attenzione, per fornire un’indicazione di percorso e testimoniare della credibilità del progetto stesso. Una governance che manca, ed è assolutamente auspicabile per la crescita di Linux nel mondo delle aziende e in quello delle piattaforme mobili.
Inoltre, a Barcellona è stata annunciata anche un’altra iniziativa, la Wholesale Applications Community, che vede impegnati una ventina di operatori mobili (tra cui Telecom, Vodafone e Wind) e alcuni produttori di telefoni cellulari. L’obiettivo è quello di contrastare la crescita delle combinazioni telefono/appstore, che rischia di relegare in una posizione marginale tutte queste aziende e in particolar modo le telco. La mia percezione è che si tratta di un’iniziativa dell’ultim’ora (un comunicato stampa e una pagina in rete) fatta per dire “ci siamo anche noi” e non perdere completamente il palcoscenico della manifestazione. E’ un sistema aperto che non convince.
Lo scenario futuro delle piattaforme mobili, quindi, è destinato a una prevalenza di sistemi open source oppure basati su Linux e dintorni e solo in qualche caso open source (credo che la strettissima integrazione tra hardware e software degli apparati mobili renda difficile un modello rigidamente open source, anche se su questo specifico tema è sicuramente più autorevole Fabrizio Capobianco, a cui chiederò un’opinione). In pochi anni, una virata secca rispetto al mondo rigidamente proprietario dei primi smartphone, che apre una serie di prospettive interessanti (sempre che, come afferma qualcuno, i giochi non siano veramente fatti tra iPhone e Android).
Ritorniamo sullargomento delle tre distribuzioni: una provocazione, certamente, ma fino a un certo punto.
Ho conosciuto sviluppatori di grande valore smarriti allinterno di progetti tecnicamente pregevoli ma privi di qualsiasi prospettiva di business, e quindi persi per la comunità open source.
Ho sentito la presentazione di un “fork aggressivo” di un progetto a cui era stato concesso il palcoscenico durante una conferenza, ma che sarebbe stato più corretto gestire con un paio di scappellotti.
Ho ascoltato pazientemente le critiche a Ubuntu, un progetto definito come troppo commerciale per essere veramente open source, come se la presenza di una strategia di mercato sia un problema piuttosto che un presupposto indispensabile per stare sul mercato stesso.
Ho installato Debian, perché un talebano mi aveva decantato le sue qualità, e mi sono perso di fronte allo schermo nero perché rifiuto il concetto di terminale (io sudo quando ho caldo, e chi non ha compreso la battuta, peste lo colga).
Qualcuno sostiene che gli utenti dovrebbero scegliere il software open source in modo responsabile, quasi come luso di uno strumento equivalga a una scelta di vita.
E’ noto che il prodotto migliore non è quasi mai quello di maggior successo, altrimenti non ci sarebbe mercato per tre quarti degli operatori, e sicuramente non ci sarebbe stato mercato per alcuni prodotti IBM e Microsoft (tanto per fare i nomi di due aziende che sul mercato ci stanno, e con successo).
Linux, è vero, ha dei problemi, ma ditemi qual è il sistema operativo che non ne ha. Se i driver delle stampanti rappresentassero veramente un problema e non fossero, nella maggior parte dei casi, una scusa, Vista non lo avrebbe dovuto utilizzare nessuno, perché aveva sicuramente più problemi di Linux, e non solo nellarea delle stampanti. Eppure, è stato sul mercato per tre anni, e molte aziende lo hanno adottato spendendo cifre importanti per risolvere dei problemi banali che non avrebbero mai avuto con Linux.
Oggi, il miglior sistema operativo a livello utente è sicuramente MacOS X, che – piaccia o no – è una versione di Linux (o qualcosa di molto simile). Quindi, se hanno risolto i problemi quelli di Apple, perché non dovrebbero risolverli quelli della comunità Linux, una volta messe da parte le distinzioni filosofiche e religiose tra distribuzioni, che alla maggioranza delle persone sembrano esercitazioni di onanismo intellettuale?
I casi sono due: il modello di business del software open source ha una ragione dessere forte, e quindi lavoriamo per farlo crescere (con tutti i problemi, le limitazioni, le assunzioni di responsabilità e le rinunce del caso, da parte dei singoli e delle aziende) per allargare le dimensioni della nicchia e il fatturato complessivo del settore, oppure diciamo apertamente che non siamo interessati agli aspetti di business, per cui il software open source deve rimanere appannaggio di un’élite di intellettuali della tecnologia che vivono facendo altro e nel tempo libero si dilettano di bit e byte.
Io non ho dubbi, per cui sono contrario alle 309 distribuzioni, alle posizioni radicali nei confronti del software proprietario, alle presentazioni dei fork aggressivi, alle discussioni di lana caprina sulle licenze, alle lettere aperte ai ministri della repubblica, e in genere a tutto quello che non serve alla crescita del movimento open source in unottica di business.
Intel e Nokia hanno annunciato la fusione dei rispettivi sistemi operativi Moblin OS e Maemo OS, entrambi basati su Linux, in una sola entità: MeeGo. Chissà perché, il nome mi ricorda l’espressione inglese MeeToo (che viene usata per contraddistinguere quelli che arrivano per ultimi in un mercato, copiando dai primi, e quasi sempre senza grossi risultati).
L’annuncio è avvenuto in concomitanza con l’apertura del Mobile World Congress di Barcellona, dove Android (Google) e iPhone (Apple) sono destinati a fare la parte del leone.
MeeGo sarà basato su Moblin OS (Intel), ma utilizzerà Ovi Store (Nokia) per le applicazioni. Il progetto sarà ospitato da Linux Foundation perché sarà open source, e sarà indirizzato – oltre che agli smartphone – a netbook, tablet e televisioni.
Staremo a vedere. Commenti?
La Italian Linux Society ha pubblicato un vademecum per il software libero, che ha l’obiettivo di avvicinare il maggior numero di persone al mondo Linux e dare un supporto concreto nell’individuare programmi utili per l’utilizzo quotidiano del computer: dalla musica ai film, da Internet alla gestione di foto e video.
Prima di ritornare sull’argomento delle distribuzioni Linux, con un post che riprende e ampia i commenti, mi sembra opportuno fare alcune considerazioni in libertà sul mercato italiano dell’information technology portando alla luce alcuni di quei “segnali deboli” che costituiscono uno degli strumenti di analisi più importanti del marketing moderno. Segnali che, per quella che è la mia esperienza, vengono troppo spesso ignorati dagli operatori del mondo open source, e che sono stati alla base delle strategie di marketing di OpenOffice.org (che ho raccontato nella presentazione e nel video dell’ultimo post).
L’Italia, al contrario di quello che succede in Francia e in misura maggiore di quello che succede nella media dei Paesi europei, “premia” le aziende leader di mercato oltre i loro meriti (la leadership non arriva quasi mai per caso o per fortuna, come pensano alcuni, o per dei comportamenti discutibili, ai limiti dell’etica, come pensano altri, ma è quasi sempre il frutto della combinazione tra l’impegno, la bontà delle strategie di prodotto, marketing, vendite e supporto, e un pizzico di fattore C, che non guasta mai).
Di questo hanno beneficiato, nell’ordine, IBM, Microsoft e Cisco, le cui filiali italiane sono – o sono state – proporzionalmente più grandi rispetto a quello che sarebbe consentito dalle dimensioni del mercato. Tra i fenomeni “paranormali” legati a questa situazione, la sopravvivenza oltre ogni limite dell’AS400, costruito a Santa Palomba quando nel resto del mondo si erano perse le tracce del prodotto, e negli Stati Uniti questo era considerato un reperto da museo dell’information technology, e il fatto che in Italia i netbook con sistema operativo Linux siano stati una fiammata di pochi mesi e poi siano scomparsi dagli scaffali e probabilmente anche dai listini dei distributori e dei vendor.
L’Italia ha un canale estremamente frammentato, che rappresenta un problema, soprattutto in ottica open source. Probabilmente, la crisi ha ridotto il numero degli operatori, ma siamo sempre su cifre ampiamente superiori a quelle di mercati molto più grossi come quello inglese e quello tedesco. Questo significa che la dimensione media degli operatori è più piccola, e quindi nella maggior parte dei casi non consente investimenti in formazione a tutti i livelli, da quella dei manager a quella dei venditori, fino a quella degli addetti alla consulenza e al supporto, a cui è legata gran parte della soddisfazione degli utenti.
Una scarsa formazione si traduce in una scarsa capacità di “leggere” il mercato e le tecnologie in modo critico e indipendente dai messaggi di marketing dei vendor, che vengono quasi sempre accettati senza nessun commento. Automaticamente, i vendor diventano tanto più credibili tanto sono più grandi. Quando manca la competenza, è umano affidarsi al parametro delle dimensioni, da cui il detto “nessuno è mai stato criticato per aver scelto … (sostituire i puntini con il nome più adatto)” da cui Gene Amdahl ha estrapolato la definizione di FUD (fear uncertainty doubt, ovvero paura incertezza dubbio).
Naturalmente, questo atteggiamento è molto simile a quello delle aziende utenti della tecnologia, che spesso mettono le strategie di evoluzione e la governance delle loro infrastrutture di information technology nelle mani dei vendor e dei loro partner di canale, e in questo modo – in qualche caso – condizionano addirittura il loro vantaggio competitivo.
Ovviamente, le eccezioni sono numerose, ma le tendenze non si fanno con le eccezioni, e le tendenze sono quelle che permettono di disegnare le strategie in modo tale da avere una qualche probabilità di successo.
Quando sono entrato nella comunità italiana di OpenOffice.org, ho esordito con un “e chi vi conosce” che ha fatto salire immediatamente le mie quotazioni, ma poi ho dimostrato che quell’affermazione – tipica del sottoscritto – era basata su considerazioni professionali che hanno permesso di disegnare una strategia di marketing che ha portato la comunità italiana a diventare un esempio da seguire, e ha fatto crescere OOo fino a raggiungere una quota di mercato importante (se volete conoscere i numeri, guardate la presentazione e il video).
Per chi non mi conosce, la maggior parte dei lettori, due documenti abbastanza recenti che possono semplificare il processo, ovvero la presentazione del Progetto Linguistico Italiano OpenOffice.org che ho fatto alla OOoConf 2009 a Orvieto (una cinquantina di slide) e il video della stessa (che dura circa 50 minuti).
Io sono una persona semplice, e non riesco a comprendere come il software possa scatenare discussioni di tipo filosofico o peggio ancora politico. Per me, il software è uno strumento e deve essere interpretato come tale, ed è per questo che vorrei evitare qualsiasi inquadramento all’interno di una qualsiasi corrente di pensiero. Proviamo a parlare, una volta tanto, di come il modello open source si possa trasformare in un modello di business in grado di sostenersi da solo, senza l’intervento di una grande azienda.
Partiamo dalla base, ovvero dal sistema operativo: sono cinque anni che gli analisti affermano che è arrivata l’ora del desktop Linux, e poi non succede nulla. Linux, che potrebbe tranquillamente sostituire Windows su metà dei desktop dei colletti bianchi, rimane un’eterna promessa.
Eppure, Linux funziona. E allora, cosa c’è che non va? Io ho un’opinione: troppe distribuzioni tolgono credibilità al mercato. Io non le ho contate, ma c’è chi sostiene che siano più di 300 (DistroWatch ne elenca 309). Un CIO come può, umanamente, intraprendere un progetto di migrazione senza mettere a rischio il proprio posto di lavoro? Se qualcosa va storto, cosa racconta all’amministratore delegato?
L’ideale sarebbe quello di avere un’unica distribuzione, così come c’è un solo Windows (anche se in più versioni, e ho delle difficoltà a comprendere anche questa scelta) e c’è un solo MacOS. Siccome questa è utopia, credo si possa ragionevolmente scendere a tre distribuzioni, che – per evitare Silver, Gold e Platinum, abbondantemente sfruttati – si potrebbero chiamare Home, Professional e Ultimate…
Mi fermo. Credo che tutto questo sia sufficiente a scatenare la discussione.

