Enrico Negroni
Con un'esperienza unica di quasi 30 anni nel mercato Enterprise Business Software, Enrico Negroni ha sviluppato una importante carriera in oltre 12 anni di attività in SAP, divenendone, per il 2003 e 2004, Presidente della regione EMEA NEWS... >>
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AgileBiz
L'Impresa Agile secondo Enrico Negroni
Leggo recentemente di una crescita occupazionale pari al 1,2% nel comparto IT italiano. Non che ci sia molto da celebrare, ma tant’è. Perlomeno siamo di fronte ad un’inversione di tendenza e qui sta l’elemento positivo.
Bisognerebbe anche analizzare le forme di questa piccola crescita, ovvero, siamo di fronte anche ad un primo reinserimento della troppa gente “a spasso, nel mondo IT ? oppure parliamo solo di giovani laureati, assunti con contratti a tempo determinato ? Sarebbe interessante fare una disamina più approfondita della situazione occupazionale.
Ma prendiamo per buono il trend, ed in questo sottile velo di positività aggiungo un suggerimento. Avevo scritto, tempo fa, in questo Blog, un post sul tema della Generazione Compressa e sul come il settore IT, specie in Italia, si stia letteralmente fumando una intera nuova potenziale classe dirigente. Ecco forse sarebbe il momento di pensare anche a questo importante bacino di risorse e fare quindi in modo che gli stessi non vadano ad alimentare quella slow economy che fatica a far quadrare il fine mese.
Lo sostengo da sempre. Piuttosto che dare un bonus da 50.000 euro ad un anziano dirigente, ormai arrivato, con uno stipendio alto, lo stesso importo potrebbe fare invece una grande differenza laddove distribuito, suddiviso, sotto forma di aumento a 5 Quadri brillanti e promettenti.
Utopia ? No ! Direi solo buon senso e determinazione nel mettere le basi per il futuro !
Enrico
Sapete come funzionano le Poste del Burundi? Io no! ma sono certo che funzionino molto meglio delle Poste Italiane e del suo Servizio Corriere (SDA).
Cito, esempio provato direttamente in questi giorni. Da tempo opero acquisti su e-bay per la mia collezione di modellini (per i curiosi…Porsche 917) e quindi ogni tanto mi capita di riceverne uno in consegna. Bene…capita che mi venga lasciato un avviso con l’indicazione del non recapito non essendo io presente. Chiamo il numero verde dove, avendo il numero di collo indicato sul ticket, riesco ad interloquire e mi dicono che avrebbero riprovato la consegna il giorno successivo. Chiedo allora come ed in che modo io potessi concordare l’orario: impossibile. Allora faccio presente che posso lasciare il mio recapito telefonico in modo tale da potermi scapicollare a casa non appena l’operatore mi avvisasse del “sto arrivando…”. E qui faccio la prima scoperta. Vuoi lasciare il tuo numero di telefono ? Certo! Possibile ! ma devi fornire l’indirizzo completo e dettagliato del…mittente ! Che cacchio c’entra il mittente, chiedo io! Sono io quello che deve ricevere! Non c’è storia ! Così dice la procedura e così è! Cosa importa se io, acquirente su e-bay, non ho indicazioni sull’indirizzo del mittente…o non le ho ricercate. Per le Poste Italiane sono io negligente e quindi il mio numero di cellulare non può essere inserito… Bella roba dico io… O meglio, non dico proprio così ma faccio riferimento alle loro procedura come ad un sistema burocratico permeato di vistosa sostanza organica maleodorante…che i francesi chiamano “mèrde”.
Ma non mi scoraggio, anzi, visto che ci sono un paio di pacchi (altri modellini) che dovrebbero essermi stati spediti, chiedo, alla ennesima telefonata al numero verde, se ne si possa avere traccia. Alla richiesta belluina dell’operatore “mi dia il numero di collo”…rispondo che non lo posseggo ma chiedo solo,attraverso i loro potenti mezzi informatici,. di fare una ricerca sul mio cognome come destinario, più, ovviamente, il mio indirizzo… Risposta : “NON E’ POSSIBILE ! Il sistema accetta solo il numero di collo”…
Incredulo, reitero la mia richiesta, adducendo che mi pare bizzarro e limitato (userei altri aggettivi ma sono ancora nella fase “polite”…) che, con i potenti mezzi informatici di Poste Italiane, non sia possibile fare una ricerca su cognome ed indirizzo del destinatario per verificare se esistano in giacenza o consegna altri pacchi. NO! Risposta perentoria, non è possibile!
Ed allora sapete cosa dico, quale cliente, quale Customer, a questo punto incazzato nero (poi vi dico il perchè alla fine…), di Poste Italiane ? Che penso che le Poste del Burundi non abbiano molto di meno, ma posso poi confermare di aver capito che Milano fa ormai parte del Burundi, quando per recuperare il famoso pacco, che non mi era stato consegnato, sono dovuto andarlo a ritirare a…Pregnana Milanese…
Ma di cosa mi lamento…era solo Pregnana Milanese…un bel giretto di una ventina di chilometri fuori città… neanche dovessi andare in Burundi…
L’Inter ha battuto il Chelsea e, fin qui, tutto bene…sottolineando per i non interisti che la mia fede nerazzurra è però ferma a Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin,Guarneri, Picchi,Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez,Corso. Insomma,roba di vecchia data, ma dove le Coppe le si portavano a casa.
Ma, tranquilli, non parlo di Inter, bensì di espansione internazionale, dichiarata, di alcune grandi realtà della system integration nostrana.
Mi vengono in mente ancora alcuni articoli, di qualche mese orsono, dove vari attori dei nostri “integratori di sistemi” stendevano proclami, a mio giudizio farlocchi, sulle loro velleità internazionali.
Qualcuno pensa ci possano riuscire ?
Si ? No ? Chi ? Come ?
Io ho la mia versione ma aspetto le vostre…
Enrico
Repentino cambio al vertice di SAP. Se ne è scritto molto in questi due giorni e molto se ne parlerà ancora.
Mi sono chiesto se scriverne o meno, ed, alla fine, è prevalsa la voglia di dare la mia visione senza però entrare in alcun tipo di valutazione e/o commento sul CEO uscente; direi che quanto riportato dalle dichiarazioni di Plattner è già di per sè molto chiaro.
Voglio però esprimere un mio commento su questo cambio al timone della barca SAP (la barca è d’obbligo visto che il grande Hasso è tornato in pista e di vela, è risaputo, lui se ne intende).
La mia lettura è positiva. Conosco bene entrambe i nuovi CEO, più Jim che Bill, ma posso affermare che possono ben rappresentare le due linee strategiche di cui SAP ha bisogno.
Bill Mc Dermott l’anima commerciale, in un mercato in cui non si può più pensare di non mettere grande pressione sul lato commerciale e dove, quindi, le regole, più tipiche del mercato USA, del pushing, pushing, pushing diventano un obbligo. In questo però ritengo che Bill abbia la capacità di mediare sul come l’approccio debba essere correttamente personalizzato nelle varie aree geografiche ed, in questo senso, il rientro di Michael Kleinemeier alla guida del DACH (Germania, Svizzera ed Austria) ne è esempio chiarissimo.
Jim Hagemann Snabe, che pure ha esperienza di Field (era responsabile del Nordic quando io ero a capo del Sud Europa), ha invece saputo portare le istanze del Field nell’ambito dello sviluppo e questo è appunto terreno sul quale SAP deve esperimersi, e farlo presto. E’ inutile negare che negli ultimi 4 anni si sia visto poco, troppo poco e il congelamento della soluzione SAAS (Business By Design) non è stato un buon segnale.
Ma la nuova accoppiata alle due barre di SAP con Hasso nel ruolo del Tattico, a dare la rotta, penso funzionerà e presto produrrà risultati.
Quindi come si dice in barca… “Buon Vento !”
Enrico
Giù il cappello davanti a Steve Jobs ed all’ultima creazione di Apple.
Non mi voglio soffermare sul discutere se iPad sia o non sia una grandissima ed eccellente creazione (per me lo è…), ma sulla grandissima capacità di Steve Jobs di saper comunicare, con tutti.
Ho avuto modo di seguire sul web la sua presentazione di iPad e, esattamente come fu con gli ultimi iPod, piuttosto che iPhone, la capacità di Steve Jobs di presentare Innovazione vera, reale, a portata di mano, esprimendosi con parole e modi tali da rendersi comprensibile alla platea più vasta, è, e sarebbe, da prendere come riferimento assoluto.
E’ così che si divulga l’Innovazione vera, sapendosi rendere comprensibile se non alla, famosa, casalinga di Voghera, a chiunque abbia un ruolo o una posizione aziendale che lo porti ad utilizzare le tecnologie informatiche.
Questo è il modo di esprimersi,di parlare, di presentare che sa produrre comunicazione, sensibilizzazione, coinvolgimento.
Quando penso a come comunica l’oligarchia dell’informatica italiana (ne esiste ancora una…?) con quel modo di parlare che va dal tecnicismo più spietato e crudo al parlare, cosa da non credere ma ahimè vera, solo leggendo discorsi, prosaici, già redatti, incapaci di saper interloquire a braccio, di sostenere una platea…bene, penso che, ancora di più, dovremmo guardare a soggetti di riferimento come il boss di Apple e cercare di seguirne, con umiltà e volontà, il modo.
Impariamo a comunicare meglio, in modo più diretto ed immediato, in modo facile e sostenibile per chi esperto non è…e forse aiuteremo un po’ questa povera, vituperata, IT a tirarsi fuori dal ghetto (Does IT care ?) in cui è stata relegata in questi anni.
Gran bel lavoro Steve ! Great job !
Enrico
Gli anni zero, come li hanno definiti, stanno per lasciarci e pochi li rimpiangeranno, salvo che per specifici casi fortunati e/o personali.
L’augurio che mi sento di rivolgere e condividere con tutti è che l’anno prossimo sia MIGLIORE !
Inutile e velleitario sperticarsi in altri aggettivi. Guardiamo la realtà e proviamo ad essere realisti e non idealisti.
Un anno MIGLIORE è ciò che serve, ed essere TUTTI, tutti quanti, tesi a migliorare è la condizione da ricercare ed auspicare.
Anche perchè, come diceva un mio amico saggio…”se non migliori, peggiori !”
E quindi, a tutti, l’augurio, col 2000+10, di un anno Migliore !!!
Enrico
Come vada il mondo delle aziende IT lo sappiamo e lo vediamo dai media. Un mondo, una volta, ricco e dinamico, che dopo la grande sberla derivata dallo scoppio dell’illusione New Economy, non si è più ripreso, anzi ha innescato, complice anche la crisi globale dei mercati, un suo declino. Forse più che di declino dovrei parlare di stagnazione, cui si è affiancata anche una compressione derivante da fattori competitivi nuovi. Contrazione costante delle tariffe (su questo, il mercato italiano è a livelli vergognosi, e parlo dichiaratamente di vergogna perchè qui, nella Terra dei Cachi, abbiamo perso il senso ed il valore della qualità), concorrenza che arriva da aree offshore, spinta delle aziende su elementi di contrazione dei costi, margini sempre più risicati ed ottenuti tagliando troppo. Questo è, molto spesso, lo scenario di un’azienda IT oggi, soprattutto in ambito Servizi / System Integration.
Ma guardiamo all’interno delle aziende e della loro popolazione.
Mi sono reso conto che stiamo, in troppi casi, letteralmente bruciando un’intera nuova generazione, un’intera nuova, potenziale classe dirigente e mi sento di lanciare un grido d’allarme in questo senso.
Mi riferisco a tutto quel mondo di laureati che, posizionati, come età, fra i 35 ed i 39 anni, oggi ricoprono posizioni di middle-management. Donne ed uomini con un’esperienza importante che varia da 10 a 15 anni e che si sono trovati compressi da una crisi che ormai da oltre 5 anni sta attanagliando le proprie aziende.
Una generazione che affronta anche momenti importanti della propria vita privata: matrimoni, figli, case da acquistare o da sistemare, mutui da pagare. Spese sempre in aumento dove, gli stessi, si sono trovati estremamente penalizzati dal devastante effetto Euro; il famigerato 1 Euro = 1.000 Lire… ed il cui potere di acquisto non ha potuto crescere, in modo sostanziale, negli ultimi anni proprio causa Euro, crisi del mercato, crisi delle aziende, tagli di costi e blocco dei salari.
Una generazione però talentuosa, perchè ha maturato esperienza, e lo ha fatto già con il disincanto di chi non corre più dietro ai bla bla ed alle false promesse dei troppi ciarlatani o fighetti della New Economy. Talentuosa perchè ha imparato ad affrontare scelte e prese di decisioni, a gestire situazioni in contesti difficili.
Una classe che però fa fatica, perchè sul lavoro deve dedicare tante, tantissime energie, grandissime quantità di tempo e di impegno (e lo sappiamo bene quanto pesa l’impegno mentale), ma che si ritrova poi con un bilancio economico difficile da far quadrare. Sempre di corsa, sempre troppo sotto pressione, senza quasi mai spazi per alzare la testa e guardare avanti, crescere, pensare, evolversi…avere una prospettiva, cui si chiede, sempre e non si dai, mai!
Una generazione a rischio e che stiamo bruciando. Perchè? Due sono i motivi sostanziali.
Il primo, legato all’attuale status di mercato in affanno, si chiama “management vecchio”!
Si, perchè diciamolo pure, e con vigore. Il mondo del IT, in particolare in Italia, è un mondo di vecchi (tra questi mi ci metto, se volete, pure io, anche se nella media generale mi difendo ancora…) dove quindi le posizioni che contano sono occupate da sessantenni o quasi. Gente che, aldilà dell’esperienza, costa e molto, perchè i propri livelli retributivi erano creciuti, e bene, negli anni del IT allegro e gaudente di fine anni ‘80 e ‘90. Gente che non si schioda e non lascia spazio.
Secondo motivo, e questo più legato ad una potenziale ripresa del mercato, i giovani con, oggi, 6/7 anni di esperienza; gente ancora inesperta, ma che costa poco, che morde il freno.
Ed ecco che i quasi-quarantenni si trovano oggi plafonati sopra dai “vecchi” e compressi sotto dai “giovani”.
Sarebbe uno sbaglio mortale non dare spazio a questa generazione. Rischiamo veramente di fumarci un’intera nuova classe dirigente.
Cosa fare? Quali interventi adottare?
Mah…io la mia idea ce l’avrei, cominciando dal fatto che destinerei qualsiasi nuovo spazio di incentivo e/o di crescita retributiva solo e soltanto a questa generazione di nuovi manager. Che senso ha elargire ricchi bonus ad un quasi sessantenne, senza nulla togliere al valore ed al contributo che può dare all’azienda, piuttosto che ridurli drasticamente destinandoli ad una migliore incentivazione di questa nuova potenziale classe dirigente ?
Diamo loro spazio e costruiremo le basi per il futuro delle nostre aziende.
Il futuro si crea, non si difende !!!
Enrico
Cosa sta accadendo sul fronte dell’offerta Business Intelligence ?
Da esperto del mondo Enterprise Business avevo sempre ritenuto che la BI potesse rappresentare, dopo l’ERP, una nuova, importante onda applicativa. Invece non è così!
La BI continua ancora ad essere “ghettizzata” in un utilizzo ristretto sia come utenza che come diffusione.
Quali le cause? Mah…direi che, sopratutto, la tecnologia oggi impiegata dai prodotti più diffusi non ha ancora avuto quella capacità dirompente di abbattere le barriere all’ingresso, che, al contrario, contnuano a restare elevate.
Ancora progetti troppo complessi, soluzioni di utilizzo macchinoso, implementazioni costose. Insomma, un qualcosa ancora limitato ad un perimetro relativamente piccolo.
Ci sarà una nuova onda? Quando ? Come ?
Potremo mai pensare ad un mondo “Google like” con cui ricercare ed aggregare dati ed informazioni dai nostri sistemi Enterprise ?
O arriverà prima il famigerato 2012 a farci uno scherzetto ?
Enrico
Un post di plauso alla neonata iniziativa di IBM, presentata al recente SMAU, ovvero IBM Smart Business.
In sintesi, la possibilità di fornire, sotto forma di servizio, tutto ciò che necessita ad una piccola impresa per la propria gestione a partire da un canone giornaliero di 19 Euro !
Ottima iniziativa ! Esattamente in linea con quella evoluzione verso i servizi che l’offerta del mercato informatico dovrebbe prendere.
E trovo giusto e corretto il messaggio di stressare il concetto del costo per giorno.
Un’iniziativa, peraltro, di contenuti che si allarga anche al campo del sw gestionale dove, unico neo, mi pare che ci sia ancora un po’ poco di prodotti veramente standard di mercato ed un po’ troppo di “artigianato” italico. Ma va bene lo stesso! Se soluzione locale significa non porre limiti all’internazionalizzione, allora al bando la esterofilia.
La strada è quella giusta e quindi un forte “in bocca al lupo” ad un’iniziativa che merita.
Enrico
Mi confrontavo ieri con un professore della SDA-Bocconi e, parlando di Piccole-Medie Imprese, emergeva come vera chiave di efficienza e di saving per l’IT aziendale il ricorso ai Servizi.
Soluzioni come Outsourcing, che sia completo, piuttosto che limitato ad un solo Infrastructure Management, Application Management, Desktop Mgmt, diventano elementi importanti per esternalizzare costi oggi ancor troppo conservati, quasi gelosamente, all’interno dell’impresa.
Ma non solo. Il poter evolvere sempre di più verso l’adozione di sistemi Software As A Service (SAAS), il poter avere soluzioni informatiche fornite tramite Application Service Providing (ASP) diventano ulteriori elementi capaci di dare servizio a minor costo alle aziende.
Poter contare su un’efficiente e valida piattaforma IT è fondamentale per competere, e restare a galla, nell’odierno mercato!
La chiave del successo non sta nel possesso della leva informatica, ma solo nel suo sapiente utilizzo, e non DEVE importare se questo utilizzo deriva da un servizio fornito, e questo è importante, da Service Provider specializzati.
La competitività delle PMI non si misura sulla loro capacità di gestirsi in casa i propri sistemi IT, ma nel loro saper utilizzare le soluzioni informatiche nel modo migliore ed, in questo, l’esternalizzazione rappresenta, oggi, un elemento fondamentale per associare adeguato livello di servizio al giusto costo.
Si deve ancora lavorare per acculturare adeguatamente la piccola-media impresa italiana e la sua imprenditoria su tali tematiche, ma, la vera strada, l’unica strada per fare del IT una leva competitiva non può che dirigersi verso un sempre più elevato ricorso ai servizi. Mi auguro che in questi giorni (si è aperto due giorni orsono lo SMAU) questo messaggio venga ulteriormente rafforzato.
Enrico
Apre oggi lo SMAU 2009, manifestazione della cui effettiva utilità per le aziende ho, personalmente, sempre dubitato.
Dal Corriere.it di oggi riporto però lo stralcio, pubblicato, della dichiarazione di apertura di Roberto Formigoni.
“Tra gli interventi del convegno anche quello del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che ha ricordato come «Internet e i sistemi di connessione, lavoro e interoperabilità in rete sono divenuti un modello che può costituire una strada per approfondire la partecipazione e la cittadinanza, per aumentare la competitività delle imprese su scala globale, per accompagnare la trasformazione della Pubblica Amministrazione. Una Pubblica Amministrazione capace di innovarsi e trasformarsi in funzione di un maggiore protagonismo di cittadini e imprese sarà uno dei più forti motori di innovazione per tutto il sistema economico e sociale».”
Come diceva la canzone di Mina ? Parole, parole, parole…soltanto parole !
Ma il 23 Dicembre inizieranno i lavori per il ponte sullo Stretto… il 23 Dicembre, così ci si può fermare subito il 24 che è la vigilia di Natale.
Povera Terra dei Cachi…
Enrico
Leggo sul Corriere.it di ieri, 08 Ottobre, un articolo che parla dell’evoluzione “seriosa” degli avatar utilizzati per meeting virtuali.
Allego il link : http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_ottobre_08/dress-code-avatar_0dce6274-b404-11de-afa2-00144f02aabc.shtml
Ma qualcuno crede ancora al mondo virtuale di Second Life ?
Ma c’è ancora qualcuno che lo utilizza ancora e che crede che possa avere una valenza anche di business ?
Dico la mia e faccio il provocatore: per me Second Life è come la corrazzata Potemkin (vedasi il famoso film di Fantozzi) !
Enrico
Da precursore antesignano del ASP (Application Service Providing) che ha provato, come diretta esperienza, quale fosse la ritrosia, meglio la barriera, di tanti imprenditori nel pensare che il proprio sistema informativo, il software che gestisce l’azienda, si trasformasse da cespite, bene, di proprietà aziendale ad un servizio offerto da aziende terze, mi sorge una spontanea domanda quando si affronta il tema Cloud Computing.
Quanto e come lo stesso imprenditore, che ai tempi rifiutò l’idea del Servizio ASP, può essere favorevole ad una svolta dove la stessa capacità e potenzialità elaborativa diventa virtuale ?
Aldilà dei tecnicismi, si è mai affrontato il tema dell’impatto organizzativo, o meglio, dell’appeal a livello di Key Decision Maker circa tali soluzioni ?
Mi sa che anche sul fronte Cloud siamo, al solito, a livello di dialogo tra tecnici e nessuno ha ancora compreso quanto questo possa realmente interessare, piuttosto che impattare, gli orientamenti, le priorità, il “modus pensandi” dei capi azienda.
Enrico
Riprendo l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, dove Corrado Passera, AD di Banca Intesa, afferma che la prospettiva di un PIL a -6% per l’Italia sia da considerare come “da guerra” e, sostenendo che c’è bisogno di uno choc, sottolinea come in Italia esista una carenza endemica di infrastutture anche legata ad una sistematica lentezza decisionale.
Parole sante !
Quando dico e ribadisco che siamo Terra dei Cachi e di Veline, penso proprio a questo paese allo sbando, dove governa l’inettitudine ed il non fare, dove si parla, a vanvera, e nient’altro, dove la demagogia populista impera, dove si aprono cantieri mai finiti, dove ci si atteggia a grande potenza quando tra un poco ci fotteranno anche i bulgari…
Strade, strutture, sistemi di trasporto da colabrodo.
E quanto fa rabbia è con reagiamo ! Sopportiamo e basta !
Si ! E’ un PIL da guerra…ma se non reagiamo tutti quanti da noi, questa guerra la perderemo tutti, salvo i “soliti noti” !
Enrico
Parliamo di Re-hosting e quindi di trasferimento di applicazioni da ambiente mainframe ad ambiente open-system. Recentemente, un CIO americano, mentre discutevamo di tali progetti, li ha definiti “lipstick on the pig”… Non sono d’accordo che l’equivalenza ad un maiale imbellettato regga sul tema specifico, anzi, non la condivido affatto. Affrontare oggi un progetto di Re-Hosting, con le giuste tecnologie e competenze, integrarlo anche con prodotti (ne ho visti recentemente alcuni molto interessanti) che consentono di ridisegnarev il front-end applicativo in chiave Web-based, vuol dire dare continuità a sistemi, magari core-business, minimizzando il rischio, diminuendo drasticamente i costi operativi (costo mainframe vs costo open system) e, magari, fornendo anche tools e strumenti operativi più efficaci agli utenti finali.
Vi pare poco con la congiuntura attuale ?
Credete che sia mettere il rossetto sul maiale, prendere applicazioni core-business che magari girano senza problemi da oltre 15 anni e trasferirle, così come sono, a rischio zero, su un’architettura che costa molto di meno ?
Impatto organizzativo = Zero !
Costi operativi ridotti !
Magari, nel caso ricorriate a prodotti come quelli di mia conoscenza, Intefaccia Operativa Utente migliorata ==> più facilità d’uso ==> minori oneri di supporto all’utenza !
Vi pare poco ? A me sembra che questo sia, in realtà, innovare “cum grano salis”.
Se poi volete anche mettere del “lipstick on the pig”…vi farete almeno due risate, ad immaginarvelo col rossetto !
Enrico
In un recente incontro avuto con molte società del settore Consumer Products, fra i temi trattati, si è toccato anche quello circa la diffusione, su tale settore, di RFID. Lo scenario appare stagnante, nel senso di calma piatta e di utilizzo scarsissimo. Il problema: il solito, endemico, il costo del tag. Ma allora la domanda è quale sia veramente lo stato della diffusione effettiva di RFID. Sempre riferendomi ad esperienze dirette, ricordo di altri progetti (localizzazione di apparati video ed audio di riprese televisive) dove invece il problema, in contesti di spazi molto vasti quali grandi studi di riprese televisive, erano i varchi di controllo e la loro numerosità.
Ma allora, decolla o non decolla RFID ? Corre o zoppica ?
Qualcuno ha traccia ed ha voglia di testimoniare casi di importante ed ampio utilizzo ?
Grazie per ogni contributo.
Enrico
Interessante l’articolo pubblicato oggi su Computerworld online su Rimini Street, l’azienda americana che sta offrendo supporto di manutenzione per sistemi quali JDEdwards, Peoplesoft, Siebel ed ora anche SAP.
Il tutto viene offerto a valori economici molto più bassi (si parla di oltre il 50%) rispetto ai canoni manutentivi standard previsti dai produttori (in questo caso Oracle e SAP).
Il fondatore, nonchè CEO, dell’azienda, Seth Ravin, cita in un passaggio dell’intervista “la cosa migliore che il cliente può fare è lasciar perdere il supporto col proprio fornitore”.
Ne siamo sicuri? Conosco bene la materia, visto che di anni a capo di un’azienda fornitrice di dette soluzioni ne ho passati più di 10…e conosco molto bene le regole del gioco.
E’ per questo che mi sento di porre un richiamo di attenzione di fronte a facili, troppo facili, sirene come quelle che conclama Mr.Ravin.
Interrompere il contratto di manutenzione di un prodotto sw, peraltro che supporta il governo e la gestione dell’impresa, non è cosa da fare alla leggera, anche perchè è un viaggio di sola andata.
Cosa intendo? Semplice. Nel momento stesso in cui un’azienda decidesse per un periodo determinato, due o tre anni, di interrompere la manutenzione col proprio fornitore verrebbero meno gli aggiornamenti e le nuove versioni di prodotto. Non solo, ma laddove si decidesse dopo alcuni anni di riattivare la manutenzione direttamente col fornitore, ciò potrebbe essere fatto solo ad un prezzo veramente elevatissimo.
Rimini Street propone quindi qualcosa che può aver senso solo per quelle società che, consolidato da tempo un sistema, abbiano già la totale consapevolezza che lo stesso sarà destinato non ad una evoluzione ma ad una sostituzione! Attenzione! e’ un passaggio non da poco e, chiaramente, comporta tutte le difficoltà e le onerosità che una sostituzione di piattaforma porta con sè. Se a tutto questo aggiungiamo anche il fatto che non si avrebbe più diritto alle nuove versioni di prodotto, a maggior ragione resto più che scettico di fronte alla proposta di Mr.Ravin.
Modello quindi molto pericoloso quello di Rimini Street. Allettante dal punto di vista delle promesse e dei benefici economici nel breve-medio termine. Di effetti potenzialmente disastrosi nel lungo periodo.
Meglio quindi pensare a Rimini per il suo lungomare, il Grand Hotel, ed i suoi divertimenti piuttosto che per le affermazioni di Mr.Ravin.
Enrico Negroni
Alla fine, con una certa qual sorpresa, dopo la lunga trattativa con IBM, è stata Oracle ad acquisire SUN. Ed adesso, come giustamente viene commentato sul numero 16/17 di Computerworld, si crea il nodo cruciale per SAP che vede Oracle diventare proprietario di Java, ovvero della piattaforma su cui si è ormai orientato lo sviluppo in luogo di ABAP/4. Una situazione non da poco, visto anche anche che Oracle è ancora, alla data, anche la piattaforma database più utilizzata in ambiente SAP.
Un nodo che si aggroviglia di più considerando anche la tensione del momento ed i risultati del primo trimestre con un forte calo nelle Revenues da licenze software del colosso tedesco. E Microsoft ha qualcosa come 25 Bil USD di cash a disposizione. Chiaro che le voci su una possibile operazione straordinaria di Micorsoft verso SAP hanno immediatamente ripreso vigore. Succederà ? Potrà SAP restare indipendente sempre più compressa da Oracle e con una Microsoft così incredibilmente dotata di un portafoglio senza pari al mondo?
Enrico
Che fine ha fatto Second Life ?
Qualcuno se ne ricorda ancora? Ne esistono ancora tracce? Due anni orsono tutti ne parlavano ed esisteva un fermento globale di aziende che aprivano i loro “uffici virtuali” su Second Life. Oggi, che accade? Forse che alcune grandi banche, o ex tali (vedasi la Lehman Brothers), stanno licenziando virtualmente gli avatar dei propri dipendenti? Anche se Second Life vediamo impiegati e manager uscire con i propri scatoloni dalle loro ex aziende? Le crisi fanno male ma per certe situazioni riportano alla realtà, quella vera e non quella fittizia. Ed il business virtuale di Second Life forse era solo un’utopia.
Enrico
Ed IBM ha avanzato una proposta per acquisire Sun…
Alcuni mesi fa avevo dedicato un post ai fenomeni di acquisizione che sta portando ad uno scenario di Highlanders. “Ne resterà uno solo!”. No, uno solo, di certo, no! ma pochi, quello si!
La domanda è chi?
Ed allora ho provato ad ipotizzare un pentagono di highlanders costituito da: Google, Microsoft, IBM, Oracle, HP.
Qualcuno ha altri scenari da proporre ? Quanti ne rimarranno rispetto allo scenario attuale ?
Mea Culpa! Ebbene si… Confesso di avere approcciato, tempo fa, il tema Green IT con certa qual diffidenza.
A mia difesa, ed in gran parte, fonte di tanto scetticismo sono stati i messaggi reiterati e roboanti, in tal senso, di taluni fornitori che sbandieravano, e sbandierano, il tema, salvo poi scoprire che la merce è la stessa, salvo essere un po’ più “verde”…
E dato che di primo pelo non sono più e di mode ne ho viste passare tante, ho fatto un po’ spallucce.
A convincermi invece ad indagare meglio è stato il confronto con un consulente, amico di lunga data, e da qui la conversione che mi ha portato ad esclamare:”Green IT…eeehhhperò!”.
Convertito, o quasi, invece di recitare a discolpa dei Pater, Ave et Gloria, mi sono documentato, un poco e, considerati i tempi di vacche anoressiche, confesso che in tale area si possono trovare grandi spunti di cost-savings.
Parlo anche di ritorni a fronte di investimenti limitati.
Ho scoperto, ad esempio, quale possa essere il risparmio energetico sulla fase di stand-by di un pc, solo applicando piccole utilities che ne limitano il consumo. Vi assicuro…si ottengo cifre non da capogiro ma che, appunto in funzione dello stato delle vacche, irrilevanti non sono! e se poi i pc in azienda sono tanti…
Per non parlare poi del caso di una grande banca italiana che ha affrontato un progetto di consolidamento e virtualizzazione di servers, in questo caso, con risparmi veramente rilevanti di pura energia elettrica.
E da scettico pentito mi rivolgo quindi agli altri scettici, e so che sono tanti.
Documentatevi Fratelli ! approfondite, studiate il caso! Che poi il tutto sia più o meno verde, si possono veramente risparmiare un sacco di palanche.
Ed a chi scettico non è, ma è, al contrario, fervente sostenitore la preghiera di corredare questo mio atto di contrizione con la descrizione di qualche caso di successo.
Mea culpa…
Enrico
Breve commento al crac fraudolento (molto fraudolento e preferisco non commentare sulla società di certificazione che ne aveva ratificato i bilanci…) di Satyam, l’azienda indiana fra i “leader” del segmento IT Service Provider.
Vatti a fidare dell’indiano…
Un analista, sempre indiano, si è affannato, sollecito, a sostenere che “il caso Satyam è un caso isolato”. Ci credete?
Io per niente! Anzi, sono pronto a scommettere che, tempo 3 mesi, ne salta fuori un altro…e qualche segnale l’ho già avuto, essendo fresco, fresco, di ritorno dagli USA. Ed il fatto che subito qualcuno abbia conclamato l’immacolato candore degli altri…mette la pulce nell’orecchio.
Beh… una bella scoppola per i sostenitori dell’offshore fatto dall’India!
Questa è una tematica che non mi ha mai convinto. Certo, verissimo il fatto che in India siano in grado di sviluppare ottimo software a costi molto bassi (anche se ormai il differenziale con l’asfittico mercato italiano si sta riducendo…) ma avete un’idea del livello di dettaglio da fornire agli sviluppatori indiani? Qualcosa che rasenta la paranoia, in quanto, è noto che ad una capacità produttiva estremamente efficiente corrisponde una flessibilità nell’interpretare le specifiche pari allo ZERO.
Non mi metto ad elencare quante aziende europee ho conosciuto che, al di là dei proclamati successi nell’attivazione di progetti offshore, hanno fatto in realtà dei flop clamorosi.
Adesso ci si mette anche la “bella” scoperta che…ohps hanno imparato a fare “finanza creativa”, alla Parmalat, insomma.
Mi auguro solo che qualcuno faccia allora la sana riflessione sul capitale umano e sulla qualità di servizi che, a questo punto in modo near-shore, possono essere erogati dai Service Provider italiani, ormai costretti ad operare con tariffe di mercato tali da essere competitivi ovunque in Europa.
E’ un’autentica opportunità per le imprese, da un lato, e per il mercato dei Service Provider dall’altro.
E forse questo crac fraudolento farà aprire gli occhi a troppi che vedono ancora nell’offshore indiano un elemento di vantaggiosità.
Enrico
E’ stato pubblicato su Computerworld Online il “necrologio per SOA”. Si riprende quanto, di recente, pubblicato da un’analista e si commenta la disfatta della SOA.
Il passaggio che più mi ha toccato è quando si dice.”SOA è una brutta parola. Bisognerebbe eliminarla dal nostro vocabolario“!
Era ora! Non è che, adesso, io stia anche aggiungendo un commento in stile Fantozzi e la corrazzata Potemkyn…ma il fatto è che del termine SOA si è veramente troppo abusato, ed a vanvera.
Ho sentito troppi informatici (non me ne vogliano…ma ne ho sentiti troppi…) starparlare di SOA e farne un simulacro del tecnicismo. Ne ho sempre sentito parlare in termini totalmente incomprensibili a qualsiasi persona non fosse più che un addetto ai lavori…figuriamoci persone del business… Ma avete mai partecipato a qualche convegno genericamente indicato come SOA?
Ne ho visti tantissimi, troppi e tutti in formato “partecipazioone CEP”…nel senso che sproloquiavano “Cani E Porci”…CEP, appunto.
Ma SOA non è, in realtà, una “sòla”! Si tratta di considerarla per come deve essere considerata; ovvero una piattaforma di migliore integrazione, un insieme di “trucchetti” per cui ciò che prima era più complicato (e.g. integrare varie applicazioni fra loro) ora diventa più fattibile. Un esempio? Gli strumenti in chiave “enterprise service bus”, ovvero, gli integratori applicativi, che hanno segnato una svolta assoluta nello sviluppo e realizzazione di interfacce. Strumenti, non soluzioni! Questa è l’accezione che sostengo, da sempre, può rendere tali architetture valide e sostenibili. Ma sempre in un’accezione di strumenti, abilitanti una migliore integrazione o facilità d’uso. Mai piattaforme protagoniste.
Questo è stato l’errore! Pensare che SOA potesse diventare un tema protagonista! Non è possibile e nemmeno lo era! Si tratta di una serie di svariati strumenti, e protagonista ne può diventare solo e soltanto la capaciità di utilizzarli al meglio. Ma bisogna saperlo fare, o quanto meno capirli a fondo.
Se SOA è morta chissenefrega! Possiamo anche dire che non ha nemmeno vissuto molto. Importante è che, invece, continuino a vivere e proliferare tutti quegli strumenti che, sapientemente impiegati, hanno consentito di creare e gestire nuovi modi nell’integrare e far comunicare le applicazioni, nuove modalità operative, più semplici ed efficaci, per l’utente. Che poi siano indicati come parte della SOA o non…ma che ci importa?
Enrico
Come già fatto lo scorso anno, provo ad iniziare una, parziale, lista di desideri da chiedere a Babbo Natale (e-mail: santa.klaus@napapiri.org…chissà…), sperando che qualche lettore, volonteroso, completi l’opera aggiungendo anche i suoi.
Comincio io, a voi il seguito (o il commento laddove ci sia qualcosa da obiettare/commentare sui miei punti).
“caro Babbo Natale,
1) in un periodo in cui il taglio dei costi sarà all’ordine del giorno, ispira imprenditori e manager che non è vero che l’IT sia solo un costo, ma un facilitatore di innovazione, agendo con oculatezza e lungimiranza…
2) dai al mondo IT la capacità di parlare un linguaggio semplice, comprensibile a tutti, e di riuscire a convincere i signori di cui sopra che “IT does care !” e non “does IT care?”…
3) portaci tanti, veri, genuini, appassionati, Capitani di Impresa (vedasi miei precenti posts), capaci di vedere e lottare sul medio-lungo periodo e toglici di torno un po’ dei troppi “venture capitalist” che guardano solo al ritorno a brevissimo…
4) da che ci sei in questa operazione di “pulizia” vedi di dare al benservito ai troppi “fighetti della City” (prendere un Milano-Londra o viceversa per capire…) che si sono arricchiti speculando, con i soldi degli altri, sperperando, alla fine, fiumi di denaro, altrui, e creando le mostruosità dei derivati o aderendo ai fondi “sòla”, vedasi Madoff (un nome, una garanzia…)… Se lo meritano un bel benservito!
5) dato che siamo agli ultimi posti in Europa come utilizzo di Internet da casa (pardon…precediamo Bulgaria e Romania…c’è da esserne fieri….), vedi di portarci vere offerte di connessioni a banda larga ma a basso costo, come quelle che ci sono in UK, Francia, Germania, Spagna, ovvero ovunque in Europa…tranne che da noi che paghiamo ancora quasi il doppio degli altri… Forse perchè a noi basta la pubblicità con qualche “bella gnocca” e siamo contenti ?…
6) dacchè ci sei con il darci delle strade informatiche, per favore, dacci anche delle strade reali e vere! Non ce ne facciamo niente di un Ponte sullo Stretto di Messina! Abbiamo bisogno di avere una rete stradale efficiente, valida, almeno percorribile in sicurezza, e non migliaia di chilometri di strade al limite della praticabilità e della sicurezza come ci stiamo, ora, ritrovando dopo 10 giorni di maltempo… Provare per credere…buche, sassi, di tutto e di più…
7) per portare il punto precedente alla giusta attenzione e far capire a TUTTI che non ci serve il Ponte sullo Stretto ma vere strade su cui viaggiare, prendi un tot dei nostri ministri, ivi compreso il premier, e politici vari, di ogni schieramento (tanto vale la proprietà transitiva…), ed obbligali a guidare, loro stessi, senza autisti, senza scorte, senza nessuno…loro, da soli, con una loro auto, comperata con propri soldi, e costringili a guidare nel buio, con la pioggia, e farsi la Milano-Torino due volte al giorno per una settimana, le strade del Veneto (e.g. la statale Romea) una volta ogni due giorni, più tutto un insieme di strade statali o provinciali, tanto il panorama non cambia… e vedrai che del Ponte non parla più nessuno e capiscono, finalmente, le priorità vere…
per ora mi fermo qui.
Grazie Babbo Natale!
Auguri a tutti di Buon Natale e di un 2009 meno brutto di quanto tutti paventano…
Enrico
Ve la ricordate la canzoncina di Mary Poppins?
Ho provato a riadattarla scomodando, in questo frangente di chiari di luna (ma di chiaro ormai c’è ben poco), l’Open Source.
Più precisamente la domanda è sul quanto e come il mondo Open Source possa fornire alternative interessanti alle Imprese per affrontare, in modo nuovo e, si spera, a costi molto più bassi, particolari esigenze.
Ci sono soluzioni, in Open Source, per l’area Business Intelligence. Magari non saranno dei Best of Breed, ma se mi consentono di arrivare, nel caso di progetti non particolarmente complessi, al risultato con costi più bassi, chissenefrega del Best of Breed!
Lo stesso dicasi per altri prodotti Open Source in ambito Enterprise Application Integration. Anche qui vale la considerazione di prima.
La domanda però è sul quanto e come tale tipologia di prodotti trovi audience sul mercato.
Vero è che tali prodotti non hanno dietro la macchina marketing delle grandi società software.
C’è una ricerca attiva da parte dei CIO verso tali soluzioni?
O siamo ancora alla ricerca di stampo soggettivo?
Cosa si sta realmente facendo in questa direzione?
Enrico
In una sua recente lettera, pubbblicata il 16 Ottobre sul NYTimes, Warren Buffet esordisce con un significativo “Buy American. I am.”. Per la prima volta nella sua vita, il miliardario Buffet ha deciso di investire in azioni di società americane. Puro opportunismo? Semplice speculazione? Secondo me c’è anche qualcosa di importante e diverso. Perchè “buy american”? A mio giudizio questo, al di là di ogni contesto speculativo, è anche un segnale di sostegno e di fiducia verso il sistema economico americano. Un intervento di capitalismo non globale ma fortemente nazionale. Certo l’obiettivo è di ritorno e guadagno, ma allora perchè solo “buy american” e non un’azione di scala più globale? Posso sbagliarmi, ma il segnale di sostegno verso l’impresa americana c’è, ed è forte!
Cosa c’entra allora Adriano Olivetti? Sabato scorso, in un convegno a Milano, si sono celebrati i 100 anni dalla fondazione della Olivetti. Un fenomeno italiano, finito poi come sappiamo, ma di cui non possiamo trascurare quella peculiarità vincente che Adriano Olivetti aveva saputo dare con la sua idea, magari un po’ utopistica, di “capitalismo sociale”. Resta il fatto che quel modello ha creato un vero sistema economico di successo in un’intera area geografica, nel dopoguerra e fino ai primi anni Sessanta.
Cosa voglio dire con questi due esempi, Warren Buffet ed Adriano Olivetti?
Non è che, di questi tempi, ci sarebbe bisogno di capitalisti / imprenditori con orientamenti simili? Forse che qualche sana iniezione di fiducia, che sia “compra italiano” o “buy european” poco importa, da parte di quelli che contano, guasterebbe?
Forse che lanciare oggi iniziative a sostegno di impresa+territorio non gioverebbe? O vogliamo restare alle logiche delle pure speculazioni solo orientate all’investimento per fare “leverage” nel breve termine?
Warren Buffet dà nella sua lettera un segnale chiaro e forte. Che sia un nuovo inizio di un capitalismo diretto, non più intermediato e mascherato da fondi più o meno locusta? Che possa essere un monito verso chi ha leve di capitale a non chiudersi verso pura difesa delle posizioni ma a scendere in campo direttamente? Magari senza obiettivi di mero lucro, nel breve/medio, ma anche con finalità più “sociali” come era il modello di Adriano Olivetti?
O sono solo io che mi sono fatto una overdose di ottimismo ed utopia?
Enrico Negroni
Minaccia incombente, talvolta già reale, di recessione. Necessità di mantenere le posizioni di mercato. Primi riflessi: fermarsi e tagliare i costi!
Ma fermarsi conviene? Lo stop significa impedire qualsiasi cambiamento ed, in questo, la possibile ricerca di Agilità!
Riprendo spunti molto interessanti di un articolo appena letto da Il Sole 24 Ore di oggi (Nova, pag. 15, “Bit di sopravvivenza”).
In particolare cito un passaggio che trovo importante:”Adesso (le aziende) devono concentarsi sul rendere agili e più reattive le loro organizzazioni, enfatizzando un approccio flesibile alle esigenze operative emergenti che accompagni i loro sforzi su costi ed efficienza“.
Agilità come chiave importante da ricercare anche per il Cost Saving. Un’agilità magari nuova, che vedrà aziende molto “più smilze” e “meno in carne”, ma che diventa elemento fondamentale da ricercarsi. Guai al fermarsi e tagliare.
Certo tagliare si deve e si dovrà, ma si tratterà di farlo attivando anche tutta una serie di interventi che ci portino ad un utilizzo più flessibile del sistema informativo.
L’articolo indica 3 macro aree di intervento:
1) razionalizzare/consolidare le infrastrutture (consolidamento di sistemi / applicazioni, orientamento ad outsourcing o esternalizzazione in genere…)
2) efficienza del capitale umano
3) sistemi di comunicazione unificati e più efficienti.
Cosa altro aggiungere ad interventi di cost saving che però preservino azioni verso una maggiore agilità / flessibilità ?
Aggiungerei il tema, a me caro, della migliore usabilità dei sistemi (conseguenza: abbattimento delle barriere formative e di supporto, facilità alla diffusione sulla supply chain estesa,…), inoltre un utlizzo sapiente di quanto le architetture tipo SOA ci possono mettere a disposizione (e.g. rimpiazzare interfacce tradizionali con alimentazione di Enterprise Service Bus).
Cosa altro aggiungere ?
L’esercizio lo si deve fare e lo si dovrà fare in tanti casi. Tanto vale prepararsi, tenendo però bene a mente che il farlo fermandosi potrebbe essere deleterio.
Enrico Negroni
Outsourcing e le varie forme di offerta in ambito Servizi di Management Operations (Server Management, Desktop Management, Networking, Disaster Recovery,…) hanno ormai avuto una più che ampia diffusione quando ci riferiamo al comparto delle grandi imprese del settore Industria. Quando però dal segmento delle grandi iniziamo a scendere verso le aziende di taglio medio o medio-piccolo (e quindi limitando il contesto a scenari dove il Sistema Informativo aziendale vede, quasi sempre, la presenza di un ERP) ecco che tali servizi sono sempre meno presenti.
Quali possono essere gli elementi che frenano le PMI verso un’utilizzo, su più vasta scala, dei servizi Mgmt Operations ?
Il passare da costi fissi a costi variabili, da assets a servizi non è un elemento interessante ?
O è forse l’offerta o il modello di business di tali servizi che non è ancora maturo per affrontare con successo il mercato delle PMI?
E’ ancora sostenibile, nell’attuale scenario economico, il mantenersi in casa i propri sistemi ?
Gli spunti sono serviti. Vediamo se ne segue uno sviluppo.
Enrico Negroni
Riprendo un articolo di oggi, appena uscito sul sito del Sole 24 Ore, dal titolo che ho ripreso sopra:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Finanza%20e%20Mercati/2008/crisi-credito-borse-governi-banche-centrali/analisi-commenti/crisi-finanziaria-industria-hit-ech.shtml?uuid=f0be8eb6-9e97-11dd-bc4b-69f2eaa91f4f&DocRulesView=Libero
Vi si prospettano le conseguenze che il mondo Hi-Tech potrebbe subire dalla tempesta finanziaria in atto.
Gli scenari possono veramente essere tanti e variegati.
Ma provo ribaltare l’osservazione ponendomi dal lato dell’Impresa. Cosa succederà ora agli investimenti IT? Al sicuro giro di vite necessario, come si reagirà? Stoppando tutto? Andando avanti?
Il rischio di una mannaia che cali rapidamente e che blocchi fasi di innovazione informatica c’è tutto.
Giusto chiudere i rubinetti o, se è vero che l’IT da valore all’impresa, giusto tenerli aperti facendo altri sacrifici?
Penso che mai come ora parlare di Value Proposition sia necessario, per quanto sempre più arduo e difficile. Ma se esiste valore nell’IT per le Imprese è il momento di sostenerlo, ed a gran voce.
Enrico Negroni
Edward Lorenz scrisse,a supporto della teoria del caos, la famosa frase che ha definito il cosidetto “effetto farfalla”.
“può il battito d’ali di una farfalla in Brasile scatenare un tornado nel Texas ?”
Beh…in questi giorni/settimane (ormai…) di turbolenza finanziaria stiamo proprio vedendo un caso reale di applicazione dell’effetto farfalla che, supportato dalla rete e dalla comunicazione globale, alimenta e stimola, purtroppo, il panico.
Internet nel 1929 non c’era, e c’è stato il tracollo. Certo diverse erano le cause, le situazioni ma le comunicazioni erano quello che erano ai tempi. Nulla al confronto di oggi. Eppure si è scatenato il panico.
Oggi la crisi è grave, seria, ma proviamo anche a domandarci quanto e come siamo TROPPO influenzati dal costante bombardamento di notizie, di messaggi. Evitare il panico! Giusto, sacrosanto! Ma si fa un bel dire a restare calmi quando con due click veniamo sommersi di notizie dove il generare allarmismo fa audience, notizia, ascolto. Dove il fornire puntualmente grafici, andamenti, indicazioni o millantati consigli al povero risparmiatore diventa quasi elemento differenziante.
Qualcuno ha ipotizzato di chiudere per qualche giorno le Borse. Atto non accettabile in un libero mercato.
Non sarebbe invece molto, ma molto meglio fare meno “terrorismo informativo”? utilizzare meglio la rete per tranquillizzare invece che allarmare? Come vedete la rete in questi momenti? Come un alleato o come un “nemico”? Come vorreste invece vederla?
Ottobre 1998, viene fondata SAP Italia !
Ottobre 2008, SAP compie 20 anni di attività in Italia !
Un compleanno importante, di un’azienda che, al di là dei luoghi comuni, ha portato innovazione vera in questo mercato.
20 anni che si sono caratterizzati non solo per risultati importanti, per un ecosistema che, oggi, conta alcune migliaia di professionisti, e che hanno segnato una tappa importante nell’evoluzione di tante aziende verso la globalizzazione, l’espansione, la gestione ed il controllo operativi. Venti anni che hanno lasciato fatti concreti, a differenza delle troppe “minchiate” e “bla bla” di questo mondo Web 2.0 che fa troppo fumo e niente arrosto.
Venti anni di SAP Italia. Dai primi passi, incerti e, talvolta, goffi, dei suoi primi anni, con quel mastodonte di R/2, al decollo definitivo con il lancio di R/3 nel 1993. L’evoluzione di un’azienda che è, da anni, riferimento assoluto del mercato.
Mi piacerebbe, e qui è l’invito, raccogliere dei feedback su aneddoti o momenti di questo ventennio, un po’ come quando ci si ritrova insieme a spegnere le candeline di una torta, per poi brindare tutti quanti.
E nel ribadire il mio caloro “Tanti Auguri”, un saluto anche a quei 4 validissimi collaboratori (non ne cito i nomi, ma moltissimi li conoscono) che 20 anni fa entrarono, giovani neolaureati, in azienda e che oggi sono ancora lì con tutto il loro incredibile bagaglio di esperienze maturate nei tanti cicli vissuti da quella realtà.
Buon Compleanno !
Enrico
Riprendo l’articolo di Computerworld News pubblicato oggi sulla relazione, svolta dalla School of Management del Politecnico di Milano che verrà poi presentata durante il convegno di apertura di SMAU 2008. Nella relazione si dice che:”l’innovazione tecnologica non è quasi mai la parola d’ordine in una piccola o media impresa (PMI)” e si forniscono indicatori sull’ancora scarsa diffusione di soluzioni innovative in ambito ICT all’interno delle aziende del comparto PMI.
Di chi la colpa? Scarsa sensibilità degli imprenditori? Può anche darsi. Di sicuro ad una scelta da farsi fra un rinnovamento dei sistemi informativi e, ad esempio, una nuova macchina FMS, in produzione, la scelta di almeno l’ottanta per cento degli imprenditori cadrebbe sulla macchina. Vogliamo imputargli scarsa sensibilità verso il valore dell’IT? E’ un po’ forte ma facciamolo, e contiamo un punto a loro sfavore.
Ma possiamo sempre dargli torto? Chiedamoci invece, cosa manca ancora nell’offerta del mercato IT (la Supply) per dare davvero soluzioni più facilmente fruibili nel segmento PMI?
1) la promessa non mantenuta di ERP SAAS (software as a service), da intendersi come possibilità di utilizzare applicazioni software gestionali ERP non in modalità tradizionale (acquisto, implementazione, personalizzazione, ,mantenimento…) ma attraverso l’accesso a soluzioni altamente flessibili, facilmente configurabili e rese accessibili attraverso servizi. Il modello c’è ormai, le architetture pure; manca solo il sistema che funzioni! Ed ormai sono anni che se ne parla. Diventa sempre più difficile pensare ad una PMI che affronti il costoso percorso della scelta di un sistema ERP, della sua implementazione, della sua introduzione e personalizzazione. Su tale tema l’esperienza del mercato è tale che modelli altamente flessibili e già allineati alle variegate best business practices dei vari settori dovrebbero essere già disponibili, ed invece sono ancora in fase di gestazione lunga, troppo lunga.
Non ci siamo! Carenza della Supply ! Ed una. E quindi siamo 1 ad 1 !
2) Risorse competenti e con il giusto approccio. Per la PMI necessitano risorse consulenziali dall’approccio svelto e rapido, che operino con grande efficacia e che conoscano bene le problematiche del settore. Peccato che il mercato IT versi in una condizione tale per cui, a causa delle tariffe medie sempre più basse, della deludente marginalità dei system integrators, nessuno, o quasi, di detti attori si possa più permettere il “lusso” di fare investimenti nel formare team dedicati alla PMI e ad alcuni suoi settori.
Potrebbe succedere laddove ci fosse un intervento di aiuto e supporto, in tal senso, da parte dei grandi SW Vendor, per facilitare i propri Partners agevolandoli o sostenendoli su tale percorso. Sarebbe per loro un passaggio importante per incrementare quote e penetrazione di mercato. In assenza di risorse preparate e focalizzate alla PMI difficilmente si può pensare di incrementare il proprio market share! Ed invece i Big Players guardano solo e soltanto al brevissimo termine, talmente breve che, sono solito dire, finiscono solo per guardarsi i piedi… Quindi di investire ed aiutare i propri Partners non ci pensano proprio! Risultato è che la competenza adeguata stagna, non cresce, o, peggio, viene riconvertita sulla grande impresa per aumentarne la saturazione in termini di occupazione e fatturabilità. Carenza della Supply, quindi. E due! Ed il risultato si aggiorna in 1 a 2 !
3) Costi di gestione e mantenimento. In parte si aggancia con il primo punto, ma è certo che per chi nella PMI ha fatto investimenti importanti in ambito ERP il lievitare dei costi di manutenzione degli stessi non aiuta e neppure produce grande valore, essendo, tipicamente, i servizi aggiuntivi forniti a fronte dell’incremento, più significativi per le grandi imprese che per le piccole.
Ed un altro punto a sfavore della Supply. E sono 3 e quindi siamo 1 a 3!
Se a tutto questo poi aggiungiamo anche che pure le Università non aiutano (vedasi il mio precedente blog “E le Università stanno a guardare”), mi permetto di concludere che ritengo un po’ azzardato dichiarare che “l’innovazione tecnologica non è quasi mai la parola d’ordine in una piccola o media impresa (PMI)”.
Con un bel risultato di 1 a 3 a suo sfavore, forse, dovrebbe essere la Supply (l’offerta del mercato IT) a fare qualcosa di significativamente più importante e deciso verso la PMI, uscenda da quella fase “half pregnant” che la caratterizza oggi.
Enrico
Sul numero di ComputerWorld dello scorso 14 Luglio c’è un interessante articolo che titola:”E’ iniziata la marcia degli ERP open source”. Premesso che personalmente sono un accanito fautore dello “standard” e che, in questa posizione, vedo molto bene prodotti open source utilizzati a corollario di sistemi ERP standard, ma non in alternativa, mi preme però fare alcune considerazioni importanti a fronte dei troppi luoghi comuni sempre citati quando si parla di ERP inteso nell’accezione dei prodotti market leader (SAP in primis, poi Oracle e Microsoft).
1) Costi di implementazione : quando leggo delle implementazioni faraoniche, dai costi improponibili (nel caso dell’articolo venivano citati espressamente due casi) mi viene spontanea una reazione di pancia. Vogliamo dirlo, una volta tanto, che, molto spesso, il problema non sta propriamente nel “mezzo”, nello strumento (ERP), quanto nel “manico” (il system integrator)? Vogliamo dirlo che in troppi casi alcune aziende utenti, incapaci di prendere e sostenere decisioni coerenti e forti, preferiscono affidarsi “in toto” a grandi system integrator internazionali che fanno, voltano, disfano questi sistemi come fossero la tela di Penelope ? ed intanto i costi lievitano… Vogliamo dirlo che troppe attività di Business Process Reengineering hanno pesato per circa il 40-50% dei budget iniziali di progetto senza che mai, dico mai, si iniziasse un vero utilizzo, almeno prototipale, del sistema? Come mai i progetti che hanno visto una sempre costante attenzione e coinvolgimento del Top Management hanno avuto successo e quelli invece in cui, fatta la scelta, si è totalmente passata la mano, no? Come mai?
Quindi attenzione! Il problema costi esiste, certamente! Ma non dimentichiamoci che non è, tranne qualche caso specifico, da imputarsi agli strumenti, quanto al loro modo di utilizzo. La metafora della tela di Penelope calza alla perfezione! Quindi attenzione al modo con cui controlliamo il tessitore! E da parte di chi tesse ci vuole quindi il coraggio di mostrare un approccio nuovo, volto all’utilizzo al meglio degli strumenti, volto al massimo dell’efficienza e non della ridondanza! Ed in questo l’evoluzione dei grandi ERP, tipo SAP, come complete architetture di business (vedasi NetWeaver) pone le basi di un nuovo paradigma di implementazione, quello dell’Agilità, già citato dal sottoscritto tanti post orsono…
2) Costi di manutenzione: si parla, nell’articolo, di interesse crescente verso ERP Open Source per i costi di manutenzione troppo onerosi richiesti dai SW Vendor leader. Dolente nota! Qui i grandi leader del mercato ERP dovrebbero veramente dare prova di coraggio! Aumentare i canoni di manutenzione non solo non giova ma non si giustifica più! Ed oggi questi canoni sono arrivati a cifre e percentuali troppo pesanti. Il coraggio sarebbe pensare livelli di servizio adeguati e differenziati per tipologie di offerta diverse, con costi diversi, scalabili e decisamente più bassi. Peraltro l’aumento dei canoni di manutenzione suona proprio male anche come elemento di valutazione dell’azienda fornitrice. Sa troppo di monopollista destinato a diventare sempre più statico ed opulento… Quindi ci vuole coraggio!
3) Sempre nell’articolo, verso la fine, si cita l’evoluzione verso middleware dei principali ERP come elemento di preoccupazione per maggiori costi. Ma come? Tali architetture rappresentano la chiave di una maggiore e migliore interoperabilità ed integrabilità di tali sistemi e ne vogliamo stare alla larga? Certo la paura c’è se magari è stavolta il fornitore HW ad allargarsi troppo… Succede quindi che a volte qualche cliente non capisce più, di fronte alla batteria, infinita, di server configurati come necessari, quanti lo siano veramente e quali, invece, siano le ridondanze. Anche qui serve coraggio, da parte degli HW Vendor, per fare proposte che garantiscano, effettivamente, il massimo dell’efficienza col minimo assoluto di ridondanza!
Un richiamo quindi a proposte più coraggiose se non vogliamo che l’IT, già oggi molto svilito rispetto al passato, non venga sempre più visto come costo ma come elemento di valore o, almeno, strumento, per facilitarlo. Siamo, e purtroppo lo saremo ancora anche domani (pochi giorni orsono sono state riviste, al ribasso, dal FMI, le stime di crescita mondiale per il 2009…), in fase di recessione. Aiutare a contenere i costi adeguando, anzi, sviluppando offerte nuove, un po’ più coraggiose, è la chiave per poter utilizzare al meglio gli standard di mercato che esistono, e che oggi sono e rappresentano certezza. Pensare al contenimento costi solo nell’ottica Open Source, sorry, ma mi suona tanto di grande azzardo.
A tutti una buona ripresa dopo le Ferie estive.
Enrico
Leggo su ComputerWorld News di oggi del SAP Skills Gap : http://www.cwi.it/notizia/14996/1217282400/SAP-skill-gap-quando-il-troppo-successo-comporta-dei-rischi/1–Un-report-di-Foote-Partners.html
Un fenomeno che, come si legge, sta addirittura causando un rallentamento nella presa di decisioni di progetti e/o loro avviamento. Ma la domanda che sorge spontanea davanti tali situazioni è che diavolo stiano a guardare le Università !
Certo, qualcuno si ergerà dicendo che un’Università non può formare allievi su “prodotti” (temo che esista ancora chi usi tale barbara definizione per indicare piattaforme ormai riconosciute dal mercato come fattori abilitanti un miglior governo dell’impresa…)di questo o quel fornitore… Bene! Bravi! Stiamo ancora qui a menare il torrone facendo accademia! Qui parliamo di skills cui corrispondono posti di lavoro! Tanti! Immediati! Subito!
Pregasi considerare il fenomeno e la grande opportunità! Ed al diavolo i falsi candori virginali !
Enrico
Su Il Sole 24 di Ore si legge della presentazione, ieri a Venezia, dei lavori della Fondazione Nord-Est che hanno evidenziato come, nell’attuale contesto recettivo, il Nord-Est della piccola-media impresa continui ancora ad avere tassi di sviluppo a livello di eccellenza europea.
In particolare si parla di un rating a 6A e nell’articolo si da una chiave di lettura a ciascuna di queste 6 A (aperto, adattivo, ambivalente, anticipatore…).
Bene ! una volta tanto non la solita figura di “monnezza” !
Ma non dimentichiamoci di una I importantissima, ovvera di avere una PMI che sia anche “informatizzata”. Troppo spesso ormai l’IT è relegata al ruolo di costo, di onere. Niente di più sbagliato ! Non si può pensare di affrontare un processo di internazionalizzazione senza avere una piattaforma di gestione aziendale flessibile e capace di gestire e seguire l’evoluzione aziendale.
Non è ridondanza! E’ elemento vitale ed essenziale ! E se la nostra PMI del Nord-Est vuol continuare a correre è buona cosa che si ricordi di non dimenticare questa “i” così essenziale.
Enrico
Ho di recente ritrovato copia della lettera dell’allora Presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, al Corriere della Sera, pubblicata lo scorso 30 Agosto. Una lettera che stigmatizzava in modo esplicito come la vera emergenza dell’economia italiana fosse il fisco. Non posso che trovarmi d’accordo con i passaggi della lettera del Presidente Montezemolo: un divario insostenibile fra la pressione fiscale applicata alle aziende italiane rispetto alla media europea, con ovvi riflessi sui tassi di crescita e sulla competitività.
Si auspicava infine, nella lettera, l’innesco del “circolo virtuoso meno tasse, meno spesa pubblica, più investimenti“.
In uno spirito di assoluta adesione ai contenuti della missiva, mi è venuto lo spunto di collocare quelle osservazioni nel mondo IT, in particolare pensando alle piccole/medie imprese italiane che gravitano in ambito System Integration o Servizi . Una realtà importante e numerosa che vive, e soffre, le problematiche tipiche delle Piccole/Medie Imprese italiane. Si parla costantemente di Innovazione, di evoluzione IT, di Agilità, di Global Competition; certo non ci si dovrebbe limitare alle parole, ma agire e concretamente. Bene, ma nessuno si è mai chiesto quanto sia duro per una piccola/media impresa italiana il poter sostenersi per crescere e svilupparsi ?
Certo, la pressione fiscale è soffocante, quasi indecente. Non solo IRES ed IRAP , ma si pensi anche alla scellerata forma di tassazione delle auto aziendali, introdotta da Visco nel 2006 e poi rimossa a forza… Ma va detto anche, e qui sollevo una provocazione verso il mercato, che l’Italia si caratterizza per delle Worst Practices consolidate quale quella dei pagamenti a lunghissima scadenza, cui si associa anche la sempre più ritardata emissione di ordini e contratti a copertura dei servizi richiesti. Salvo che poi, parafrasando George Clooney, “no contratti…no fatture!”
Succede, quindi, che una società di servizi IT italiana, sana, in crescita, che assume, che fa utili, si trova alla fine non solo spremuta dal fisco, ma, allo stesso tempo, avendo clienti che pagano a 90 giorni, talvolta a 120, troppo spesso anche più tardi, e che magari hanno emesso anche i propri contratti con ritardi indecenti rispetto all’inizio richiesto dei lavori, si trova ad affrontare la necessità di avere un capitale circolante capace di coprire quasi 6 mesi di fatturato… Sei mesi di Working Capital !!! Da qui una capacità sempre più limitata nel poter autofinanziare la propria crescita, tantomeno poter pensare ad acquisizioni (magari anche all’estero), non avendo altro che il ricorso alla leva del credito, restando costituzionalmente sana, ma indebitata.
Al contrario, un’azienda simile, collocata in un mercato europeo tipo Germania, Francia, Paesi Nordici, UK, si troverebbe ad avere clienti che pagano REGOLARMENTE a 30 gg, massimo a 60 gg, con ordini sempre puntualmente emessi prima dell’inizio dei lavori. Il risultato è che, a parità (e questo non è, ahinoi, il caso) di pressione fiscale, la necessità di capitale circolante risulta pari almeno alla metà, se non addirittura ad un terzo, di quello richiesto all’azienda italiana!
E dopo stiamo a menare tanto il torrone sul fatto che il mercato IT non cresce..?
“italia si, Italia no…la terra dei cachi !”
Enrico
CRM e Mobile Sales. Presto detto. Dotare la forza di vendita di tutta una serie di strumenti che consenta di gestire il ciclo di vendita in modo integrato con il sistema informativo aziendale. Si, ma quale forza di vendita? Come impatta questo tipo di soluzioni quando ci troviamo di fronte ad una rete di vendita che opera sul dettaglio, geograficamente estesa, eterogenea e di scarsa preparazione e competenza? Come affrontare l’impatto del “piazzista” che si si trova improvvisamente dotato di un pc su cui operare transazioni articolate, su cui dover inserire tante informazioni, essendo totalmente digiuno, anzi poco avvezzo, a qualsiasi interazione di tale natura? Molto spesso ho avuto modo di vedere progetti CRM che in ambito Mobile Sales, a fronte di investimenti molto elevati nell’implementazione, hanno poi partorito il classico topolino, o, meglio, un brutto sorcio per come tali soluzioni sono, poi, state vissute dall’utenza finale.
Ed allora sorge la domanda sulla reale efficacia di tali soluzioni o su quali possano essere più facili alternative. Ancora una volta l’evoluzione architetturale dei sistemi ERP viene in aiuto e, ad esempio, possiamo oggi pensare a soluzioni che consentono al “piazzista” di operare come ha sempre fatto prima, sulla carta, ma, in realtà, interagendo con un sistema informativo attraverso strumenti di report interattivo (esempio Abobe Interactive Form). Il risultato è un CRM molto light ma efficace, o forse solo un ERP con una estensione funzionale, di facilissimo utilizzo, alla forza di vendita. Ma chi se ne frega dei sofismi! L’importante è cogliere il risultato con la massima efficacia e con un sostenibile impatto formativo ed organizzativo.
O si deve sempre cercare la massima sofisticazione applicativa e funzionale ?
Enrico
Pensavo che l’ambizione del “posto in banca” fosse più legata alla generazione dei miei genitori, a chi ha vissuto il dopoguerra, la ricostruzione, il boom economico degli anni Sessanta. Ed invece non è così. Su “Il Mondo” di questa settimana, a pagine 93, viene pubblicato il risultato di una ricerca, condotta su un campione di 2500 neolaureati (43% dei quali in area tecnico-scientifica), circa quale possa essere la società target di primo impiego. Risultato: numero uno è Intesa Sanpaolo! Ma c’è di più, e qui è importante sottolineare quel 43% del campione! Se cerco aziende che operano, con ruoli diversi, in ambito IT, trovo: Microsoft (4), Apple (11), Accenture (14), HP (15), Intel (20), Acer (23), Cisco System (24).
Due considerazioni in merito, sempre tenendo conto di quel 43% su 2500, pur nella aleatorietà che sempre contraddistingue tali ricerche.
La prima: non compare nè SAP, nè tantomeno Oracle e la cosa mi fa specie vista ormai la diffusione di tali piattaforme. Che sia un segnale che ormai il mondo delle soluzioni ERP è ormai visto come area di commodity ?
La seconda: che fine ha fatto Big Blue ? Penso a quando mi stavo laureando io, in ingegneria, ed alla grande attrazione che, allora, circondava il, tanto considerato, primo colloquio in IBM. Quei test, lunghissimi e molto articolati; il fatto di scrivere sempre con la matita; quella sorta di divisa per cui tutti ci si presentava in giacca blu… Che fine ha fatto IBM nella valutazione dei nostri neolaureati ?
Enrico
Cito da una recente pubblicazione: “Il ministro dell’Economia ha firmato il decreto che rende operative le disposizioni della Finanziaria 2008 sull’obbligo di fatturazione elettronica e conservazione sostitutiva delle fatture per chi lavora con la PA. ” Vero! Esiste un decreto e sappiamo che, nel Belpaese, ”tra il decretare ed il fare c’è di mezzo l’oceano mare…”
Ma lasciamo da parte la questione PA. Parliamo di Imprese, parliamo di aziende; a che punto è la fatturazione elettronica ?
Non vorrei sbagliarmi, ma per la mia conoscenza di tante realtà con presenze ed utilizzi più che consolidati di sistemi ERP, la Fatturazione Elettronica, a volte, appare ancora come un “nice to have”, oppure una voce sulle cose da fare.
Possibile che si sia così indietro?
Mi piacerebbe avere, da qualche lettore, indicazioni e valutazioni su una tematica importante e di grande utilità che, però, ho la sensazione, di pancia, sia ancora relegata alla dimensione delle parole invece che dei fatti.
Enrico
Oggi abbiamo avuto l’ennessimo, laddove ne avessimo avuto ancora bisogno, esempio di VERA efficienza della nostra Pubblica Amministrazione. La pubblicazione, online, sul sito della Agenzia delle Entrate dei Redditi dei Contribuenti (dati relativi al 2005).
Non entro nel merito della correttezza o meno di tale pubblicazione, limitandomi solo a sottolineare due cose molto particolari.
La prima, la stranezza che, in un paese oberato da regole di Privacy strettissime e ferree, il Garante della Privacy fosse stato tenuto all’oscuro di tutto, come da sua dichiarazione.
La seconda come tale “exploit” sia stato messo in opera proprio negli ultimi giorni di agonia del governo uscente, da un viceministro noto per la sua grande capacità dissanguatrice ed alla fine della propria carriera politica (anche se, ahimè, resterà nei paraggi…); che abbia voluto lasciare il segno ?
Fatto sta che in men che non si dica la notizia, stimolando la morbosa curiosità da portineria dell’italico popolo, ha mandato in tilt il sito. Cosa accadrà ora ? Cosa decideranno i “guru” che hanno realizzato cotanto progetto ? magari stanzieranno fondi ed interventi atti ad aumentare da subito la capacità ed il volume di traffico sopportabile per il sito ?
Pensano forse che questa gran bella trovata sia un segnale di vera efficienza portata nei più che farraginnosi sistemi informativi della Pubblica Amministrazione ?
Cosa ne pensate ?
Enrico
Quel giorno a Milano, il 2o Aprile 1993, presso l’Hotel Gallia, si tenne un evento che, oggi, a quindici anni di distanza, si può senza dubbio reputare uno dei più grandi dal punto di vista di Innovazione conseguita, nel paese, attraverso l’IT.
Veniva lanciato, sul mercato italiano, il Sistema SAP R/3 ! Anche in Italia, si avviava il cammino di quella che è diventata la più diffusa piattaforma di soluzioni tecnologiche a supporto del business di Impresa.
Quindici anni; eppure ancora ricordo le facce dei presenti in sala, l’interesse dei primi potenziali clienti che ne comprendevano la forza pur consapevoli dell’assoluta immaturità. Non solo, ma ricordo molto bene le facce dei “soloni” che vaticinavano il fiasco assoluto!
Definire quella data “uno dei più grandi eventi” è puntualmente corretto.
Oltre millecinquecento aziende italiane hanno introdotto tale sistema come elemento di supporto alla propria gestione. Facilitati da tale soluzione, hanno potuto incrementare il proprio livello di controllo e di efficienza nel business. Tanti altri hanno saputo portare a compimento operazioni di M&A. Centinaia di piccole/medie Imprese hanno sostenuto, con successo, programmi di internazionalizzazione grazie alla capacità di poter utilizzare tale sistema in qualsivoglia paese del mondo.
Migliaia e migliaia di professionisti si sono formati nel creare quello che è, oggi, l’ecosistema di competenze SAP; e parliamo di un volume di risorse di diverse migliaia! Tantissimi neolaureati hanno trovato, su tale piattaforma applicativa, all’interno delle imprese o sul fronte delle società di servizi, una brillante opportunità di lavoro.
Questa è stata vera Innovazione ! Fatti concreti e misurabili; non parole!
E quanto avvenuto quel giorno ritengo meriti una considerazione di grande e profondo rispetto !
Dopo 15 anni, lasciatelo, allora, dire:”Buon Compleanno, caro Sistema SAP R/3! …vecchio mio!”
Enrico
“La super cazzola prematurata con scappellamento a destra come se fosse antani…” Chi non ricorda il film “Amici miei” ed i celebri “non sense” di Ugo Tognazzi ?
Cosa c’entrano gli Standard IT con la Super Cazzola ? C’entrano, eccome!
Non sono e neanche voglio fare il teorico; lascio ai dotti, agli eruditi ed ai “nati imparati”, elencare sigle e sciorinare argomenti. Da professionista che, però, ha contributo, in tantissimi anni, a portare e diffondere sul mercato soluzioni per la gestione dell’impresa, mi sento di dire la mia. Sul tema degli Standard io vado giù pesante e con l’accetta. E’ il mercato, il market-share, che decreta e definisce quali sono gli Standard; oppure, laddove ancora non esistano in modo palese, sono evidenti criteri di solidità dell’investimento a far si che si possano affermare soluzioni destinate a diventare, nel tempo, futuri standard.
Prendiamo il campo in cui la so molto, ma molto lunga; ERP! Standard qui si si coniuga solo come diffusione ed utilizzo dei prodotti di riferimento. Se l’azienda Pinco & Pallo, oggi, volesse scegliere il suo sistema ERP ma chi glielo fa fare di buttare soldi per fare una software evaluation? Se un prodotto detiene il maggior market share in quel settore industriale, ha già ben identificato il suo “Standard”. Rischio di oligopolio o monopolismo? ma chi se ne frega! Se l’azienda utilizzatrice riesce ad ottimizzare il suo investimento capitalizzando anche l’esperienza altrui, ben venga! Ma quante volte mi è capitato, in passato, di incontrare aziende dove veniva fatta la “software evaluation” e dove, magari, venivano confrontati prodotti i cui differenziali, in termini di presenza di mercato, erano dell’ordine di 10 a 1, se non addirittura di 30 ad 1…! Oppure, situazioni dove il livello di servizio fornito veniva analizzato quasi mettendo sullo stesso piatto un Customer Service 7×7,24×24, a livello globale, contro gli interventi della sw house “cantinara” che stava lì vicino? Ahimè! Questo è masochismo! Ma tant’è; succedeva ed ancora succede!
Qualcuno obietterà che, in caso di assenza di realtà dominanti, lo standard “de facto” non sia facilmente identificabile. Ecco che allora si tratta di analizzare qualche elemento base di solidità della posibile nuova scelta. Attingo ancora alla mia personale esperienza, ritornando ai primissimi tempi di introduzione di SAP R/3, al 1993 -1994, quando il prodotto era più che immaturo. Vero, non esisteva una situazione di mercato che potesse decretare quale fosse la piattaforma dominante. Ma bastava confrontare gli investimenti fatti da SAP in Ricerca & Sviluppo contro i concorrenti di allora, Baan (RIP…), JDE (RIP…), SSA (RIP…), i tanti, troppi, prodotti più o meno cantinari che giravano su AS/400, per capire che non c’era storia. Ed è andata esattamente come doveva andare! A volte sorrido quando vengo a sapere di aziende che in quegli anni avevano scelto un altro prodotto e che, oggi, stanno introducendo SAP. Per la serie, glielo avevo detto io che buttavano via i soldi…
Ammetto di essere radicale sul tema. ma tant’è! Ma posso confermare, con i fatti, che ho sempre avuto ragione.
Il fatto è che sul tema Standard, e qui veniamo alla Super Cazzola, un gran danno lo fanno proprio gli informatici. Parlo degli informatici “eruditi” e “nati imparati dell’IT” che sul tema Standard hanno tutti la loro visione, ovviamente tutti quanti diversa. Certo, perchè non esiste peggior argomento che non gli Standard per far scatenare i “saggi” dell’IT! Provate a stimolarli sul tema… Vi riempiranno di sigle, vi citeranno testi, pubblicazioni, tomi vari che hanno avuto modo di esplorare a fondo. Entreranno nei dettagli più profondi affannandosi a dare la loro ricetta sul tema Standard. Voi, almeno io, di sicuro, ma sfido a farlo qualsiasi altra persona business-oriented e non IT-adddicted, non li capirete per niente. Ma loro non se ne cureranno affatto, e porteranno avanti le loro discussioni anche se vi hanno lasciato assolutamente al palo.
E’ la loro Super Cazzola! Un esempio? Prendiamo la SOA, e chiedete ad uno degli Eruditi Informatici il suo parere. Vi vomiterà addosso un fiume di parole e sigle che equivarranno ad “una super cazzola prematurata con scappellamento a destra, come se fosse antani”…
Siete d’accordo con me che troppo spesso l’Informatico, se “erudito”, annebbia lo standard, quello vero, quello “de facto”, tangibile, a vantaggio di altri ancora nel limbo, se non nel Libro dei Sogni ?
Vi è mai capitato di trovarvi in siffatte discussioni ? Cosa ne avete tratto ?
Ve la sentite di darmi ragione nell’affermare che: “L’Informatico Erudito inquina lo standard; accettalo…ma con l’accetta !” ?
O, al contrario, avete mai incontrato un informatico capace di spiegare, in modo chiaro, all’imprenditore brianzolo i benefici di una soluzione standard ?
Quale è stata la super-cazzola più prematurata che avete sentito, come se fosse antani ?
Italia, terra di poeti, navigatori e santi ! Quante volte l’abbiamo sentito ? Ma se parliamo della navigazione moderna, della Web-Nautica, siamo proprio messi male. Leggo oggi da Corriere.it e da Repubblica che:
1) è della Cina il primato come numero di Internetnauti, con oltre 220 milioni, battendo gli USA che ne hanno circa 217 milioni. Ovviamente non daranno però alcun accesso ai Tibetani… ma noi meglio star zitti, in quanto guai a parlar male della Cina…
2) la Francia è arrivata a coprire con ADSL il 98,3 % del territorio: Chapeau !!! La Germania è al 93%, la Spagna al 90%….e poi…? Poi viene l’Italia dove si dichiara un dato pari ad 80% del territorio. Uno pensa; certo, in Italia abbiamo tante montagne ! Balle ! Cito il caso di mio padre, che abita poco fuori Cremona in una zona così pianeggiante che non si vede una collina se non ad oltre 50 km, se la si vede… Bene, tutta quell’area non è coperta da ADSL e non c’è alcun piano di copertura annunciato.
Una volta eccellevamo come navigatori. Ora stentiamo e siamo più che retrocessi.
Ci restano i poeti ed i santi, ma, non me ne vogliano intellettuali e devoti, con poeti e santi, di business non se ne è mai fatto !!!
Enrico
Riprendo un articolo pubblicato due settimane orsono da ComputerworldNews sul tema del ruolo dell’IT in azienda (riferimento:http://www.cwi.it/showPage.php?template=articoli&id=19447&masterPage=int_cio.htm&can=&cod=cio_argomenti) e ne combino il contenuto con alcuni, interessanti, elementi di un dibattito cui ho appena partecipato. Durante un convegno, della scorsa settimana, cui ha aderito una folta rappresentanza di CIO delle più importanti aziende italiane, è stato ripreso il tema di IT e di Innovazione, rispetto al quale si è anche posizionato il ruolo del CIO.
Finalmente, ed era ora, ci si è trovati d’accordo sul lasciar cadere la favoletta del CIO come Chief Innovation Officer (avvisato chi voglia ancora scrivere o tenere convegni su tale tema! Rischia di beccarsi commenti in stile Fantozzi dopo la visione della Corrazzata Potemkin…), sottolineando, al contrario, l’importanza del ruolo di supporto e di facilitatore per l’attivazione di percorsi innovativi.
Ne esce una figura che può, per consolidamento nel ruolo di informazioni/flussi/processi/tecnologie, considerarsi un Internal Advisor.
Siete d’accordo ? Ma poi come lo chiamiamo ? Perchè che diventi un Chief Information Advisor Officer, piuttosto che un Chief Innovation Advisor Officer…in ogni caso diventerebbe un CIAO…
Enrico
Subiamo, ahimè, ahinoi, l’ennesima campagna elettorale di questa povera nazione, descritta da qualcuno come “paese ormai greco, ma con prezzi tedeschi”. Tempo di slogan, ognuno ha il suo. Tempo di programmi mirabolanti e di tante, troppe, promesse. Tutti ad elencare le priorità del programma, i punti cardine di azione, le pietre angolari della “sua via per il rilancio”. Mah… parole, parole, parole !
Circondato da troppi proclami e da tanti decaloghi, mi sono, però, chiesto perchè non provare a chiedere ai lettori di elencare 3, solo tre e non più di tre, interventi o azioni che ritenete fondamentali per poter dare, attraverso Information Technology e Business Software Solutions, elementi di maggiore competitività per le imprese. Ci possiamo provare? Forza!
Quali sono, a vostro giudizio, tre elementi fondamentali ed irrinunciabili per poter dare, oggi, ad un’azienda un sistema informativo capace di aiutarla ad essere veramente più efficiente e competitiva ?
Enrico Negroni
Conosciamo l’angoscia delle trimestrali e ne vediamo gli effetti. Le aziende quotate guardano ormai solo al brevissimo termine e la lotta col mercato finanziario si misura su periodi temporali sempre più brevi. Il trimestre e quelli a venire sono l’ago della bilancia. Strategia, innovazione, cambiamento, chi se ne frega! Contano solo i fottutissimi numeri ed i margini. E qui una grande scommessa. Se fosse vero, come alcuni sostengono, che il mondo del software applicativo andrà molto nella direzione SAAS (Software As A Service) quanto e come tale nuovo business potrà essere sostenibile dagli attuali player? Le logiche di attribuzione dei ricavi, nel caso SAAS, sono ben diverse da quelle che governano contratti di vendita di licenza d’uso. Si chiudono contratti di lunga durata (3-5 anni) e si porta a ricavo solo la parte effettivamente erogata nel periodo. Il risultato? Un esempio: Workday (che seguo con molto interesse per due motivi; 1) è la prima vera offerta di ERP as a service, 2) è prodotto da gente che sa fare bene, vedasi quanto avevano fatto in Peoplesfoft) ha chiuso nel 2007 contratti per un valore di 27 Mil.US$, portandone però a ricavo solo 6 Mil.US$… Vi immaginate quale potrebbe essere l’impatto laddove, per esempio, una SAP dovesse vedere, col nuovo Business By Design, un forte inserimento di tale nuova offerta rispetto alla tradizionale ? Potrebbe funzionare ? Mah…! a Milano si usa dire… ghe n’è Minga ! (e mi scusino i puristi del meneghino).
Stai a vedere che una possibile affermazione del SAAS (ma è più facile che mi tornino a crescere i capelli in testa…) potrebbe essere il nuovo grande evento capace di spazzare i Dinosauri del mondo del software applicativo ?
Enrico
Il Direttore Commerciale di una certa azienda dà, con classica retorica iper-positiva, un caloroso benvenuto ai propri clienti partecipanti ad un certo convegno; dopo di che iniziano i lavori e prende la parola il cliente più autorevole. Il nostro direttore commerciale è ora seduto in prima fila, ma, invece di seguire l’intervento, si è già tuffato con la mente e con lo spirito dentro il suo Blackberry. Certo, ogni tanto alza la testa, abbozza un sorriso, annuisce, come se stesse seguendo l’oratore di turno; ma è un bluff! L’attenzione è tutta fagocitata dall’ultima mail importante ricevuta dal suo capo. Siamo di fronte ad un caso di Crackberry !
Crackberry, ovvero, come ha un po’ di tempo fa riportato l’Indipendent, la diffusione del fenomeno di “Blackberry addicted”, i drogati da Blackberry. Cosa c’entra questo con l’agilità? C’entra, c’entra… Non è, infatti, privo di fondamento che uno strumento come il Blackberry abbia introdotto un grande livello di flessibilità nell’attività dei manager o dei suoi utilizzatori. E siamo ancora agli inizi, in quanto ancora molto pochi sono i casi di ambiti applicativi portati in mobilità, ovvero funzioni specifiche del sistema informativo che possano essere eseguite direttamente sul proprio Blackberry. Ma ci si sta lavorando ed alcuni casi che ho già avuto modo di verificare sono eccellenti.
Ma se da un lato si porta maggiore flessibilità dall’altro dobbiamo stare in guardia dall’alimentare il fenomeno dilagante dei Crackberry, ovvero dei drogati di Blackberry, e quindi di chi si isola nella sua interazione con lo strumento dimenticandosi di chi gli sta intorno, partecipando a riunioni in cui, in realtà, è più spesso “assente” che presente.
Quante volte vi è capitato di avere a che fare con gente che, seduta assieme a voi ad una riunione, continua a smanettare col Blackberry?
Che cosa ne pensate? Cosa ne dite di un codice di educazione o di bon-ton al riguardo ? Quali regole seguire ?
Avete qualche caso buffo o divertente da raccontare al proposito ? Non sarebbe male condividere una risata alle spalle di qualche Crackberry di troppo!
Enrico
La mega, anzi giga, offerta “ostile” (mah…) di Microsoft nei confronti di Yahoo è ormai all’ordine del giorno.
Allora proviamo a fare un giochino di fantascenario e vediamo, poi, se ci si prende o meno.
Dato per scontato il successo dell’OPA Microsoft su Yahoo (ai Cavalieri Bianchi non ci si crede più nemmeno nelle favole), proviamo a dipingere nuove potenziali giga-fusioni.
Mi limito solo a suggerire, buttandoli lì, dei nomi: Oracle, Google, SAP, IBM, HP, Dell, Cisco, …
Secondo voi quali possibili fanta-operazioni fra i grandi citati ? o fra altri ? e chi altri ?
Io una mia idea ce l’ho già, da tempo, e potrebbe diventare presto reale. Ma lascio prima la parola a voi !
Enrico
Quante volte vi è capitato di chiedervi chi poter coinvolgere nella vostra azienda per un determinato progetto? Oppure, a chi domandare, per qualche esigenza specifica ? Quante volte avete contattato le persone sbagliate o cercato invano ? Che supporto avete ricevuto dal vostro sistema informativo per tali ricerche ? Poco o niente, vero ?
Solitamente, in situazioni di questo tipo, il sistema tende ad essere muto come un pesce. Anzi sembra quasi guardarvi con lo sguardo, un po’ ebete, da pesce lesso, attendendo da voi istruzioni che non siete in grado di dare proprio perchè non sapete come, in che modo o con chi dipanare determinati dubbi o questioni.
E’ sempre così ? sarà sempre così ? Non disperate ! Volete un bell’esempio di un sistema veramente collaborativo ?
Investite 10 minuti del vostro tempo; non serve di più. Andate sul sito di Workday (www.workday.com), ed accedete all’area Demo (previa una rapidissima, non invadente, registrazione). A questo punto selezionate il caso di un VP Sales che debba mettere in piedi un team di specialisti e che per questo debba recuperare delle indicazioni precise.
Seguite lo sviluppo dell’esempio (veramente molto ben fatto e peraltro descritto e commentato anche bene). Troverete un sistema in grado veramente di collaborare con l’utente e di dargli informazioni utili. Altro che fissarlo muto ed inespressivo, con la sua brutta faccia da GUI (espressione particolare del “pesce lesso”), in attesa di ricevere comandi !
Provare per credere !
Enrico
Questi ultimi giorni, ma diciamo pure le ultime settimane (o forse sono mesi, od anni…chissà) ci hanno dato il miserevole spettacolo dei nostri politici. Una squallida ribalta, contornata elegantemente da insulti, risse, sputi, e tante frasi senza senso.
E davanti a tanta “eccellenza” mi è tornato sotto mano un articolo pubblicato proprio da Computerworld, lo scorso 21 Settembre, circa i dati sul budget di spesa della Camera dei Deputati per quanto concerne ICT (riferimento: http://www.cwi.it/showPage.php?template=articoli&id=18242&cod=aperura2). Stimati…oltre 30 Milioni di Euro !
Pensate a quanto spendono in ICT le vostre aziende e pensate a 30 Milioni di Euro !
Evidente che i nostri deputati hanno esigenze molto, ma molto sofisticate; d’altronde l’eccelso profilo tenuto ne è specchio evidente.
Visto il livello di rissa raggiunto, riprendendo la pubblicità di un noto telefonino ultrasottile, si potrebbe suggerirne l’impiego per utilizzarlo come coltello da lancio durante gli accaniti dibattiti.
Povera Italia !
Enrico Negroni

