Blog: E la nostra intelligenza?

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L’Italia, gli Stati Uniti, la Business Intelligence… e le poderose innovazioni secondo Paolo Magrassi

di Paolo Magrassi

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La business intelligence è uno dei settori a più alta innovazione del software aziendale. Purtroppo, poca o punta di questa innovazione si forma in Italia.

Prendete ad esempio la social network analysis (SNA, della quale parlavamo qui già nel 2007): essa resta da noi sostanzialmente terra incognita, a dimostrazione della arretratezza digitale della nostra economia.

Siamo, è vero, tra i primi (terzi al mondo, ho letto da qualche parte) nell’utilizzo dei social network, ma quasi ultimi, tra i paesi progrediti, nel saperli sfruttare per vantaggio economico o sociale. (Esattamente come accade con i telefonini…)

Per SNA si intende l’utilizzo di software per scoprire, analizzando in modo automatico vastissime basi di dati provenienti dai social network, talenti, opinion leader, relazioni, flussi di competenza/conoscenza, gangli di expertise, opportunità commerciali o sociali, problemi, tendenze, potenziali di sviluppo della clientela.

L’analisi è interna quando si studiano le relazioni nei social network aziendali (come Outlook, Sharepoint, Lotus, …) o al più in quelli dei partner più vicini, come i fornitori; è esterna quando si vanno a considerare i social media aperti, come Twitter, LinkedIn, Facebook o MySpace.

Come abbiamo visto recentemente, ormai gli economisti usano la SNA per scoprire informazioni econometriche che solitamente si rendono disponibili solo dopo mesi o anni.

Tra le aziende che vedo citate più spesso come player del settore (come Analytic Technologies, IBM, Neo Metrics, Trampoline, ValueNetworks.com), non ne vedo di italiane. Ma forse qualcuno può aiutarci a colmare qui e ora la mia lacuna.

Un altro settore in grande fermento di innovazioni, e collegato a quello della SNA, è quello della business intelligence basata sull’analisi dei contenuti, o “content analytics”.

Per esempio, negli Usa le aziende sono attualmente interessate a come rispondere in fretta alle ondate di critiche che possono generarsi sui social media (Twitter in testa, ma non solo) intorno ai loro prodotti, ai loro servizi o ai loro punti vendita.

Ci sono vendor, come o Attivio o Clarabridge, che hanno software in grado di analizzare “quel che si dice” nel web della nostra azienda. Si analizzano la stampa, i social network, eBay, Craigslist, Amazon, le interazioni che avvengono sui contact center (telefonici o email), e altre fonti ancora, per scoprire trend dei quali l’azienda dovrebbe essere avveduta.

In Usa ci sono anche software più petulanti, come quelli (Rapleaf, Flowtown, …) che, per ogni consumatore, uniscono le informazioni tratte dai social media a quelle presenti nei database delle agenzie di credit rating personale. O altri (Autonomy, Nice Systems, Verint) che si sforzano di riconoscere lo stato emotivo di un cliente, o di un addetto al call centre, al telefono.

Quale che sia il giudizio etico o sociale che si vuol dare di questo armamentario intrusivo e invadente (stiamo parlando della patria del capitalismo!), i software di questo genere rappresentano poderose innovazioni, la cui “intelligenza” (analisi semantica dei testi, reti neurali, sistemi esperti, algoritmi ad elevata efficienza, online data mining, …) può anche essere messa al servizio, per esempio, dei servizi collettivi come l’e-government.

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